Pubblicità: una cattiva maestra
In Nuova Zelanda, l’avvento dei media globali ha invertito un trend consolidato: ora aumentano i casi di anoressia
Con i suoi jingle accattivanti, lo spot è il più amato dagli under 7
Ma quanto incide sulla crescita, sulla personalità dei nostri figli la pubblicità trasmessa dalla tv?
Difficile stilare una classifica però possiamo dire sin da ora che ci sono Paesi in Europa in cui è vietato pubblicizzare giochi per bambini durante le trasmissioni a loro dedicate come la Grecia, in altri, come la Svezia, si possono reclamizzare solo i prodotti per i ragazzi maggiori dei 12 anni.
In Italia secondo una indagine Istat e Multiscopo del 2003 i minori passano davanti alla tv 1.100 ore all’anno contro le 800 della permanenza nelle aule scolastiche. Nel dettaglio l’82% dei bimbi di età inferiore ai 5 anni; il 91% di quelli tra i 6 e i 10 anni; 90% tra gli 11 e i 14 anni, 85,8% tra i 15 e i 17.
Un dato significativo che indica, al di là delle teorie psicologiche a favore o contro l’eposizione dei giovanissimi davanti allo schermo, che i nostri figli sono sottoposti ad una terza educazione rispetto a quella familiare e scolastica, quella della tv. Non solo, il fatto che alcuni Paesi vietino di mandare in onda spot deve far riflettere. Vietare o limitare significa implicitamente accettare la formula che la pubblicità può avere effetti negativi sui giovani e sui bambini. Secondo Valeria Verrastro, psicologa, docente dell’Università di Cassino: «Parecchi bambini distinguono le pubblicità degli altri programmi già tra i 4-5 anni. La maggioranza comprende veramente la finalità persuasiva della pubblicità soltanto tra gli 8 e i 10 anni».
Grazie a spot accattivanti, brevi, musicali che hanno per protagonisti dei coetanei lo stacco pubblicitario diventa il programma preferito degli under 7 anni. I pubblicitari, ovviamente, hanno come obiettivo quello di far leva sui piccoli per far acquistare gli adulti. Quello che non considerano, i venditori di fumo, è che i piccoli spesso scambiano un prodotto per uno status symbol e il non averlo produce nei minori un profondo senso di sfiducia verso la società e un duro giudizio verso il genitore “cattivo” che non acquista l’oggetto desiderato.
Secondo una recente indagine, svolta da Oliviero Ferraris, l’84% dei genitori asserisce che i propri figli valutano se stessi in funzione di ciò che hanno. Non solo, i moduli proposti in televisione sono diventati nel tempo dei modelli da imitare. Essere belle come le veline è diventato uno stile di vita e non un semplice modo di dire. Un esempio eclatante è quello della Nuova Zelanda. Paese che culturalmente ha sempre apprezzato la rotondità dei corpi come indice di bellezza e salute, con l’avvento della tv globale anche in quelle terre sono sbarcati programmi e spot che mostrano corpi esili come segno distintivo di bellezza, il risultato è che dall’arrivo dellla tv globale si è riscontrato un aumento di casi di anoressia.
L’altra faccia della medaglia invece, è rappresentata dai bambini che passano il loro tempo davanti alla televisione mangiando cibo spazzatura: junk-food, anche questo ampiamente reclamizzato dai media, il risultato è quello di bambini obesi già all’età di 8 anni. Il 21% dei teen ager è in sovrappeso.
Che fare? Come arginare i possibili danni alla crescita?
Nella Penisola non esiste nessun testo di legge in materia c’è però un codice deontologico: “Codice dell’Autodisciplina Pubblicitaria Italiana” adottato dagli operatori di settore. Ma questo testo, particolarmente ristrittivo, non limita di certo il passaggio in tv degli spot che per l’esattezza sono più di 70 in circa due ore di programmazione. Un ritorno all’educazione familiare, con genitori che spendono il loro tempo con i figli davanti alla televisione, sarebbe un bel passo in avanti rispetto all’attuale parcheggio dei minori davanti allo schermo.
Ma anche una maggiore attenzione delle Istituzioni verso ciò che si trasmette i tv è fondamentale. Se è vero che i giovani sono il futuro della Nazione, non si capisce perché fino all’età adulta vengano abbandonati a se stessi, demandando la loro educazione più a mezzi di fortuna che non ad esperti in materia.
Graziella Giangiulio
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