Le mucche non sono viola... ... ma i bambini lo sanno

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Tubey

Ai bambini «la televisione va insegnata». è il parere di Anna Oliviero Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo a “La Sapienza” di Roma. Esperta del rapporto tra mezzo televisivo e bambini, ha pubblicato numerosi saggi sull’argomento in cui lancia l’allarme sul suo uso indiscriminato nei confronti dei più piccoli. La pubblicità è aumentata in modo esponenziale, afferma la docente, e i suoi messaggi non sono rivolti solo agli adulti ma anche, a volte in modo molto subdolo, ai minori, che passano sempre più tempo di fronte alla tv. Non si può delegare al tubo catodico il ruolo di educatore, intrattenitore ma soprattutto di genitore. La televisione esiste, è una realtà con cui dobbiamo fare i conti «ma può esserne insegnato un uso consapevole, come sostengo da anni», continua Anna Oliviero Ferraris. Occorre che i minori sappiano distinguere la differenza tra la realtà, la fiction e la verosimiglianza.
Esistono i reality che trasmettono messaggi verosimili ma non reali, come quelli dedicati al mondo degli adolescenti e oltre, stile “Amici” della De Filippi. Il bambino può essere indotto a ritenere che la realtà dei più grandi sia quella rappresentata in queste trasmissioni e vivere la frustrazione di voler raggiungere obiettivi virtuali. «Tra i cinque e dieci anni - sostiene la docente - i piccoli cominciano a sviluppare una loro idea del vero e del falso, ma non sono ancora in grado di capire ciò che sembra vero ma non lo è. Per questo è necessario che i genitori forniscano loro gli strumenti di comprensione».

«La pubblicità non ha nessun potere nel modificare i costumi, perché arriva sempre per ultima e si adegua alla realtà delle cose. A qualcosa che esisteva già. Se non facesse così non funzionerebbe». Secondo Bruno Ballardini, pubblicitario professionista ed esperto di Comunicazione, non esiste il rischio che il ruolo sociale dei bambini venga messo in discussione, trasformandoli in adulti in miniatura. «In Italia - continua Ballardini - non esiste una vera e propria “società dei bambini” come avviene in altri Paesi perché sono i genitori stessi a volerli mantenere nel loro ruolo di bambini avendo paura che divengano troppo indipendenti o “crescano” troppo in fretta. Questa è la radice del mammismo e di molti altri mali». Il pubblicitario non è nemmeno d’accordo sul fatto che le pubblicità “adulte” contengano messaggi diretti ai minori, come sostengono molti. «Quella dei messaggi “subliminali” è una leggenda un po’ dura a morire. Tutti quelli che affermavano che esistessero queste oscure tecniche di persuasione non sono mai riusciti a portare degli esempi documentati e a dimostrarlo. Per il semplice fatto che in pubblicità non si è mai fatto uso di questo genere di cose: nel migliore dei casi si usano argomentazioni ben strutturate, nel peggiore si fa intrattenimento e si strizza l’occhio al pubblico per cercare di ottenere consenso».



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