Nella solitudine delle emozioni
Secondo l’Istat, il 96% dei bambini italiani in età prescolare trascorre troppe ore di fronte al piccolo schermo
Sono troppi i rischi per i minori lasciati senza controllo davanti alla Tv
È di questi giorni il debutto televisivo di “Teen Days”, un cartone animato che porta la firma registica di Maurizio Nichetti. A metà tra “X-Factor” e “Saranno famosi”, narra le vicende di un gruppo di amici il cui obiettivo comune è sfondare nel mondo musicale. Si ripropone ancora, insomma, pur con le buone intenzioni affidate al disegno animato, la tendenza in voga da anni di trasformare i bambini in adulti in miniatura, offrendo loro prodotti mutuati dal mondo dei più grandi ricalibrati in funzione dell’età. Fino a qualche anno fa gli spazi televisivi dedicati ai più piccoli erano ben definiti. Oggi, secondo le nuove regole non scritte che soprintendono alla programmazione televisiva, ci sono i canali il cui target è il pubblico giovanile, come Rai2 e Italia1, mentre sulle pay tv ci sono addirittura quelli dedicati.
Secondo i dati Istat del 2009, il 96 per cento dei bambini italiani in età prescolare guarda la tivù e il 91 lo fa tutti i giorni, in tutti gli orari. Pure davanti ai reality. Un elettrodomestico ha sostituito i genitori ed è stato promosso sul campo baby-sitter. Ma la televisione non è un elettrodomestico qualunque. Le esigenze commerciali dominano anche in un ambito dove si dovrebbe invece avere maggior riguardo per l’utente. I bambini, soprattutto se poco seguiti dai genitori o altri parenti, non sono in grado di metabolizzare correttamente i messaggi che provengono dallo schermo, soprattutto se di natura promozionale.
Il mondo della pubblicità è ben consapevole dell’importanza del minore, sia in forma diretta che come tramite per arrivare agli adulti che lo circondano. Per questo affina le armi del messaggio inducendo il bambino a diventare un consumatore precoce. Secondo quanto riporta l’Osservatorio per i diritti dei minori, studi e ricerche dimostrano come i media determinino su di essi ricadute patologiche, come la teledipendenza, oltre che psicosociali, come pericolosi fenomeni di emulazione. In effetti è sempre più diffusa e inquietante la sensazione di trovarsi di fronte non a bambini che giocano a fare gli adulti, ma a bambini che vogliono essere come gli adulti. Un vero fast food della crescita, dove vengono bruciate senza scrupoli le prime fasi evolutive dell’essere umano. Tuttavia la televisione non è il demonio e, con tutta la sua prepotente invasività, può essere utilizzata per trasferire conoscenza, grazie alle sue potenzialità di veicolo di influenza educativa. Le motivazioni che spingono i bambini a guardare la televisione sono completamente diverse da quelle degli adulti. Questi cercano uno svago, una distrazione oppure una fonte di informazione; i bambini invece guardano la televisione per capire il mondo, proprio come fino ad alcuni decenni fa guardavano i più grandi, fratelli o genitori nelle loro attività di lavoro e gioco per apprendere. La valenza positiva o negativa della televisione nella crescita dei bambini dipende dunque dalla qualità e dai contenuti delle trasmissioni cui vengono esposti, oltre che dal tempo che trascorrono davanti al video.
Quindi da una parte l’offerta televisiva dovrebbe avere un occhio di riguardo per i piccoli utenti, dall’altra occorre anche che questi vengano educati al suo buon uso. Al riguardo l’Osservatorio per i diritti dei minori ha promosso una Scuola di educazione ai media. Nel documento programmatico di presentazione si legge: «I bambini e gli adolescenti mostrano segnali di sofferenza, ma questi sono spesso destinati a scivolare nel silenzio, perché gli adulti non sempre si avvicinano in modo adeguato al bambino, o all’adolescente, e/o alla situazione in una realtà comunque troppo piena di suoni, immagini, rumori. Se già il contesto, all’interno del quale è inserita la relazione sottolinea la grande difficoltà sociale ed istituzionale a dare ascolto, a maggior ragione l’ascolto viene spesso negato, quando non stravolto, dai media, spesso incapaci di conferire senso e valore ai segnali dei bambini/ragazzi».
Gli adulti hanno il compito di sostenere la crescita, avvalendosi della costruzione di una molteplicità di spazi di elaborazione e messa in discussione, permettendo a tutti di esprimere su più piani i vissuti legati anche alle esperienze quotidiane. Quando questo non accade i bambini/ragazzi sperimentano quella che viene chiamata “solitudine emotiva”, una sottile forma di maltrattamento che deriva dal disagio provato dal mancato ascolto.
Gianvittorio Fedele
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