Chiose sulla sacralità del poter

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Osiride

Sinceramente appare oggi, nel nostro mondo occidentale od occidentalizzato, del tutto inattuale parlare di sacralità del potere, salvo “cesarismi” in grande o piccolo stile che di tanto in tanto si affacciano sul palcoscenico del gossip più che su quello della storia. Eppure il principio in sé non è assurdo (è assurdo, ribadiamo, riferirlo al nostro presente), dal momento che in diversi momenti storici e in altre realtà culturali, il potere politico ebbe effettivamente una valenza sacra.
Basta pensare all’antico Egitto, dove il faraone più che figura sacra era manifestazione diretta della divinità, specificamente del dio Osiride nella sua vigenza e nel suo passaggio dalla vita alla morte (ucciso da Seth) e del figlio Horus, al momento della rinascita. Sottolineamo il senso di rischio della vacanza del potere, sì che al faraone, fisicamente morto, doveva immediatamente seguire l’ascesa al trono del nuovo faraone, responsabile della permanenza del regno.
Simile aspetto sacrale aveva il potere a Roma, dove prima di assumere cariche pubbliche, i magistrati dovevano chiedere gli auspicia (da aves spicere), ragion per cui per un certo tempo i plebei non poterono accedere a varie cariche, in quanto non erano abilitati a tale operazione cultuale. Tra l’altro Roma concepì la forte idea della sacralità dello Stato, dal momento che lo identificò col dio sommo, quello Juppiter Optimus Maximus che aveva il suo tempio sul colle capitolino. Da lui, dio sommo, derivava la concezione dell’eternità di Roma, che a sua volta coincideva con l’eternità del mondo umano. Roma. In quanto urbs, città, coincide con l’orbis, ossia con il cosmo ed il suo ordine; sì che la distruzione della prima coinciderebbe con quella del secondo, e quindi determinerebbe la caduta nell’informità del caos.
In somma per il cittadino romano operare da cittadino, ossia agire civicamente (più che politicamente) significava compiere un’azione sacra, da cui l’identificazione del calendario religioso con quello civile. Rispettare la festa religiosa e il valore dato a ciascun giorno – se sacro o profano – era un obbligo civile. Recita in proposito la definizione del giorno fasto (ossia propizio al lavoro): «fastus erit per quem lege licebit agi», che si traduce nella possibilità per il cittadino di andare in tribunale ad esercitare il diritto basilare d’ogni Romano.
Di contro i Fasti, ossia il calendario ufficiale, contenevano vari giorni nefasti, ossia non adatti ad agire, e perciò festi, ossia festivi, nei quali era opportuno lasciare da parte le cose umane ed occuparsi degli dèi oltre che di piacevoli passatempi.
Discorso coerente ma carente allorché venivano alla luce le esigenze spirituali del singolo, la sua normale aspirazione a una forma d’esistenza che andasse al di là dell’individualità presente. A tale carenza si rispondeva, almeno parzialmente, con la piena identificazione dell’esistenza del singolo con quella dello Stato, sì che l’eternità di quest’ultimo liberava l’individuo, nella sua piena consapevolezza di cittadino di Roma, dall’angoscia della propria inevitabile morte.
Naturalmente questo ideale, per quanto estremamente sentito e vissuto, non poté risolvere sino in fondo l’ansia d’una salvezza individuale, grazie alla quale poterono diffondersi in epoca imperiale vari culti orientali e soprattutto il Cristianesimo, che sostituì l’ideale terreno di Roma con la Gerusalemme celeste.
Ma non è questo il punto cui vogliamo arrivare, ovvero non è una sommaria descrizione della mentalità romana antica, ma lo consideriamo una premessa atta ad evidenziare la nostra attuale diversità, per la quale ci riesce impossibile capire espressioni di un operare storico ben lontano dal nostro. Per noi il potere non è sacro e della città di Roma interessa più o meno la vivibilità, e non penseremmo mai di risolvere la nostra insoddisfacente temporaneità nell’eternità di uno Stato dal quale ci sentiamo ben poco rappresentati. Ciò però non significa che l’altra visione fosse meno autentica, che il potere sacro sia una pura contraffazione: lo sarebbe per noi, per i nostri tempi, per la nostra realtà desacralizzata nella quale la politica ha essenzialmente a che fare con l’economia e nel migliore dei casi con la sociologia.
Potrebbe sembrare a questo punto che sarebbe auspicabile un ritorno alla sacralità della politica, ritorno che sarebbe però del tutto falso, in quanto valore inattuale, completamente slegato dal contesto nel quale oggi si vive. Un’epoca che, nera o non che sia, ha il suo specifico stile e le sue espressioni, le sue perdite e i suoi guadagni. La politica intesa come pura prassi profana nell’attuale mondo occidentale è un portato di questa cultura che non può essere rinnegato. C’è tuttavia qualcosa che si potrebbe fare per non cadere in un ottuso conformismo: capire che la desacralizzazione in atto è un fatto contingente, perdita o conquista che sia, comunque forma particolare se non addirittura eccezionale.
Di fronte ad una normalità intesa come valore medio, in riferimento alle varie forme culturali che hanno sinora caratterizzato la storia del mondo, la norma, la regolarità sta nel senso sacro del potere, nella convinzione che la guida non è capitata al suo posto per pura casualità, ma per una sorta di volontà cosmica. E quindi si comporta come tale, assumendo la piena responsabilità della sua missione. Si pensi in proposito al profondo significato delle caste, ai privilegi della nobiltà, che in effetti non dovrebbero essere intesi come tali, ma come obblighi nei confronti della missione ricevuta. Cosa oggi non possibile, come è del resto reso evidente da una nobiltà da tempo decaduta, prima attraverso la trasformazione degli obblighi in privilegi, poi attraverso una superficiale mondanità per la quale il nome, la casta, non servono ad altro che a colorare le giornate di insoddisfatte mediocrità.
Oggi la nobiltà non esiste, poiché non esiste più il senso di dovere e di missione grazie ai quali essa si era formata, e sostenerla è opera museale più che politica. E non esistono investiture, che in tempo passato ebbero tuttavia la loro efficacia perché esisteva davvero un potere (o un senso del potere) che veniva trasmesso. Rivolgendoci ancora verso la nostra storia, vediamo come dopo la Roma imperiale sorse la Roma cristiania, e con questa un impero cristiano, e nessuno, almeno sino alla Rivoluzione Francese, osò dubitare dell’origine divina della carica politica. La diatriba fra Guelfi e Ghibellini non vedeva certo spiritualisti contro laici, ma due diversi modi di individuare l’indiscussa spiritualità del potere politico. Per gli uni era trasmesso da Dio al Papa e da questo all’Imperatore; per gli altri l’imperatore comunicava in forma diretta con la divinità.
A chi chiede se poi realmente il singolo Papa o Imperatore sentissero davvero il peso del soprannaturale o se assumessero questa tradizione per puro interesse politico, rispondiamo che è fatto del tutto secondario, perché qui oggetto d’analisi non è la psiche del singolo, ma il modo d’essere d’una cultura che si rivela attraverso fatti storici. Tornando a noi, premesso che, nonostante gli illustri precedenti, non possiamo rendere attualmente la politica espressione religiosa, e che diverremmo giusto oggetto di riso ove tentassimo di farlo, abbiamo tuttavia la capacità e il compito di comprendere la nostra diversità, il nostro carattere eccezionale, che non si identifica affatto con la visione “giusta”, ma è solo una delle possibile prospettive. Solo con questa piena acquisizione della relatività dei valori potremo comprendere la realtà d’un mondo sacro, di una politica come espressione di volontà superiore, ed essere pronti ad una possibile trasformazione della realtà e di noi stessi nel corso di una storia oggi lontana quanto imprevedibile.
Luciano Arcella



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