Sul quadrante le spie rimangono sempre accese

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Investigatore

Tra servizi segreti ed Echelon, occhi perennemente puntati sulla nostra vita: le attività nascoste di controllo violano così la privacy dei cittadini, in nome della “ragion di Stato” e della sicurezza

Secondo Von Clausewitz la guerra è la continuazione della politica perseguita però con altri mezzi. Allo stesso modo si potrebbe tranquillamente affermare che spionaggio e controspionaggio, le attività capitali di ogni servizio segreto degno di essere chiamato tale, a loro volta non sono altro che camuffate tattiche belliche portate avanti con strumenti diversi soltanto nella quantità, ma certo non inferiori nella drammatica, cruenta “qualità”, al più insidioso tra i conflitti.
Da che mondo è mondo gli 007 emanano un irresistibile fascino che “miete” vittime in particolar modo nell’ambito del genere letterario “noir” o “spy story” che dir si voglia. Si tratta di fior di romanzi scritti da chi, intuendo quel che spesso avviene dietro le quinte dei fastosi “summit” politici internazionali, tutti sorrisi a 32 denti, pacche sulle spalle e foto ricordo, non esitano a ristabilire le brutali istanze del reale, trasudanti adrenalina e azione, violenza e crudeltà, spregiudicatezza e spietatezza, arsenico e vecchi merletti.
“Storiche” sono le vicende di Mata Hari e Policarpa Salvarrieta, per non parlare del mitico James Bond dell’avvincente saga di Jan Fleming. Insomma, di rudimentali servizi segreti delegati a carpire quante più informazioni possibile sul nemico ne parlano già gli antichi egizi al profilarsi della battaglia di Qadesh. Perché proprio di questo si tratta. È vero infatti che Socrate gridava: «Gnoti te autòn», ma nella faticosa arte di condurre i popoli, dopo sé stessi è necessario conoscere “l’altro”, il nemico. E più cose vieni a sapere del tuo avversario e maggiori chance hai di uscire vittorioso da un eventuale confronto con lui. E il primo a istituire un archetipo di servizio segreto con incarico a tempo indeterminato fu Giulio Cesare, che ne parlò anche nel suo “De bello gallico”.
Le cronache ci hanno poi tramandato le fosche trame di qualcosa di molto simile a efficienti centrali spionistiche organizzate da eminenti personalità politiche operanti alla corte di Francia. Celebre è rimasto l’“Affare della collana”, altrimenti noto come “Lo scandalo della collana”, misterioso intrigo accaduto negli anni’ 80 del secolo XVIII, che coinvolse la regina Maria Antonietta.
L’episodio è considerato uno di quelli che hanno maggiormente disilluso la popolazione francese spingendola alla Rivoluzione. A tutt’oggi, l’attività d’“intelligence” rappresenta, in particolar modo dopo i fatti dell’11 settembre 2001, un ganglio altamente sensibile per l’integrità territoriale e istituzionale di ogni Stato sovrano. Prescindendo da stucchevoli mitizzazioni e astrazioni pseudoletterarie, infatti, tutto induce a convincerci che, accanto al mondo “esteriore”, tarato sulle nostre banali vicende della futile quotidianità, scorra il nastro desincronizzato di un universo parallelo, assai defilato ma anch’esso dannatamente reale. Si tratta di una dimensione “altra”, popolata da personaggi più o meno “deviati”, rotti a ogni nefandezza, facili a condurre le loro sporche performance all’interno del nostro stesso spazio urbano. Un luogo geometrico spesso trasformato in un estemporaneo campo di battaglia, in un’immensa scacchiera sulla quale si sono improvvisate sanguinose faide fregandosene altamente di ogni regola d’ingaggio e di qualsivoglia diritto umano.
Apparentemente, infatti, siamo padroni di vivere, muoverci e parlare in tutta libertà, e l’attività di un servizio segreto con gli attributi dovrebbe in teoria essere finalizzata proprio a questo: a garantire cioè la nostra libertà di cittadini e preservarla da ogni insidia interna o esterna. Fatto sta, però, che in mezzo a noi circola una pattuglia d’impalpabili Garabombo dalla coscienza nera come l’inchiostro e dai peli sullo stomaco spessi come aculei d’istrice. Si tratta della “mano d’opera” di una specie di “Spectre” spasmodicamente impegnata a elaborare sofisticate, inquietanti alchimie, sottoponendoci a un’occhiuta sorveglianza e conducendo una sorda lotta al di sopra - o al di sotto - del nostro campo percettivo, intessendo o dipanando a nostra insaputa insidiose trame. Il tutto finalizzato ad asservirci agli interessi di questa o quella potenza o consorteria, sia essa d’origine statuale, massonica, economica, multinazionale, politica, militare o altro. E quando ad ottenere lo scopo prefissato non sono bastati più i magheggi, spesso non si è esitato a ricorrere alle maniere forti. Basta riandare con la memoria a tanti episodi di efferata crudeltà di cui la nostra Italia spesso è stata testimone suo malgrado, e sui quali grava ancora un inspiegabile e anacronistico segreto di Stato. La strage di Piazza Fontana del 1969 e quella di Brescia del 1974, l’attentato al treno Italicus del 1974 o la carneficina alla stazione di Bologna del 1980, sbrigativamente affibbiata ai “fascisti” per coprire le responsabilità di servizi segreti di Paesi considerati “amici”, sono esempi eclatanti al riguardo. E anche ai tempi di oggi, apparentemente tanto distanti da quelle infami performance, assistiamo impotenti a feroci picconate disinvoltamente sferrate alla nostra già esausta privacy. Echelon, tanto per cominciare: un formidabile sistema di sorveglianza e intercettazione satellitare a livello intercontinentale appositamente progettato per spiare con un grande orecchio elettronico tutte le conversazioni telefoniche e telematiche giornalmente intercorrenti tra le due sponde dell’Atlantico.
Naturalmente anche la concorrenza si è data da fare, e, tanto per non restare indietro nell’arte dell’ascolto fraudolento dei fattacci altrui, all’improvviso è stata tutta un’esplosione d’iniziative d’“intelligence” all’insegna dello spia bene chi spia per ultimo. Ed ecco nascere Sorm, l’equivalente russo di Echelon. E poi ancora Frenchelon in Francia e Enfopol in Europa. Altro plateale esempio di rete spionistica allestita a nostro danno da una potenza ostile è stato fornito attraverso la pubblicazione del famoso “Dossier Mitrokhin”, riguardante le attività illegali dei servizi segreti sovietici nello stivale. E poi ancora lo spionaggio industriale, e poi la sofisticata tecnologia dello “sniffing”, intercettazione passiva dei dati che transitano in una rete telematica qualsiasi.
E noi cosa facciamo per tentare di difenderci da questo vero e proprio assedio? Dopo avere affossato per viltà o per quieto vivere ogni valido strumento investigativo suscettibile di contrastare ogni velleità avversaria e avere sbracato davanti all’arroganza del primo guappo armato di cattive intenzioni, siamo giunti a tutt’oggi a una patetica riforma che ha consegnato la chiave della nostra “intelligence” all’opposizione. Il Copasir (Comitato Parlamentare per la sicurezza della Repubblica), infatti, l’ente costituzionalmente responsabile dei nostri 007, con la Legge n. 124 del 3 agosto del 2007 è stato sottoposto alla sorveglianza della compagine politica avversaria. Il Copasir, secondo le disposizioni della suddetta legge, ha alle sue dipendenze un corpo scelto di tecnici: il cosiddetto Dis (Dipartimento per le Informazioni sulla Sicurezza), a sua volta posto alle dipendenze delle due “agenzie” votate alla tutela della sicurezza nazionale: l’Aise, ex Sismi, responsabile per gli esteri; e l’Aisi, ex Sisde, responsabile per gli interni. Chissà se alla bulimia di sigle corrisponderà mai un’altrettanto bulemica efficienza. Naturalmente non è certo una coincidenza se le più poderose organizzazioni spionistiche operanti attualmente a livello globale appartengano tutte ad entità statali risultate vincitrici del secondo conflitto mondiale.
Infatti, sembra proprio che, al contrario di quanto affermato un giorno da un Andreotti in vena di boutade poco aderenti alla realtà, il potere logora proprio chi ce l’ha. E siccome molto potere significa sì molto onore, ma anche un notevole carico di oneri, lo schieramento uscito vittorioso dal carnaio del secondo conflitto mondiale, per paura di brutti scherzi, ha provveduto ad allestire un notevole ed efficacissimo servizio d’“intelligence” onde raccogliere il maggior numero possibile d’informazioni sull’universo mondo e tenere tutti sotto scacco.
A questo scopo gli Stati Uniti hanno predisposto due organismi “gemelli”, uno addetto agli affari interni - l’Fbi - e l’altro agli affari esteri - la Cia -. Entrambi hanno “giurisdizione” solo e soltanto nei loro esclusivi ambiti, e ogni sovrapposizione di competenze è tassativamente vietato. «Nulla di quel che sapete dell’Agenzia è vero», ammoniva James Angleton, uno dei fondatori e capo del controspionaggio e della disinformazione della Cia. E non potrebbe essere proprio altrimenti, del resto. Se l’attività di un servizio segreto fosse nota a tutti, che servizio segreto sarebbe? Malgrado la sordina abilmente applicata alle sotterranee trame degli 007 stellestrisce, tuttavia, sono di dominio pubblico i complotti yankee spregiudicatamente operati nel “giardino di casa” degli inquilini della White House, vale a dire la riserva di caccia rappresentata dal Centro e Sud America. Praticamente non c’è stato dittatore locale, da Somoza a Pinochet, che per accedere - e rimanere - indisturbato nelle stanze dei bottoni dei rispettivi Paesi non abbia avuto bisogno di una spintarella o un “aiutino” dall’ingombrante vicino settentrionale. “Aiutini” tutti generosamente prestati in cambio di una pressoché illimitata serie di “asset” che gli arroganti wasp hanno disinvoltamente incassato pro domo loro.
Superfluo sottolineare che oggi invece l’attività della Cia deve per forza di cose focalizzarsi sullo sconfinato scacchiere mediorientale, in special modo iracheno e afgano, sul quale viene combattuta una sporca guerra a suon di “droni”, aerei-robot, e “rendition”, ossia rapimenti mirati di personalità coinvolte nell’attività terroristica. Tipo Abu Omar, tanto per intenderci.
Dall’altra parte dell’Atlantico, o dall’altro versante dello Stretto di Bering, a seconda di come uno “interpreta” geograficamente il nostro pianeta, la Russia, vale a dire l’ex Urss, non sta certo con le mani in mano ad attendere gli eventi. Erede delle “gloriose” performance del Kgb, l’attuale Fsb, coadiuvato dal Gru, la sua controparte militare, si dà un gran da fare per tutelare come meglio può gli interessi strategici dell’Orso siberiano, intessendo reti palesi e occulte in particolar modo a ridosso del versante ovest, quello da cui sono sempre arrivate le grane più toste per i figli della steppa. Infatti, non è che il progressivo avanzamento delle frontiere Nato fino a uno sputo dal limes russo sia un segnale tanto “rilassante” per il Cremlino, e la guardia in quella direzione per gli eredi della nomenklatura proprio non può essere abbassata. Il Mossad israeliano rappresenta un altro pezzo da 90 nell’ambito dell’intelligence internazionale.
“Formatosi” attraverso le più dure esperienze terroristiche mai affrontate prima da nessun altro organismo spionistico, i servizi segreti con la stella di Davide sono severamente impegnati, per ragioni di interesse vitale, a ficcare il loro sensibilissimo naso negli affari di Stato di tutte le più importanti potenze dell’universo islamico. Padre spurio del Mossad è il servizio segreto di Sua Maestà, il “datore” di lavoro di James Bond, anch’esso amministrativamente scisso in due organismi: l’M15 riservato agli interni e l’M16 delegato agli esteri, comprendendo per “esteri” anche il Commonwealth.
Notevoli per potenziale organizzativo sono il Bundesnachrichtungendienst tedesco, rodatosi attraverso lunghi duelli con l’accanito avversario comunista della Stasi tedescorientale, e lo Sdece francese, longa manus di quel che resta della grandeur di Parigi.
Insomma, i servizi segreti per uno Stato serio hanno la stessa funzione ricoperta più o meno dai linfociti T all’interno del nostro sistema immunitario. Poche cellule, toste e aggressive, giovano all’intero organismo. Al contrario, il loro improvviso, esagerato tralignamento condannano il sistema a una neoplasia. L’Italia degli anni di piombo ancora non è fuori pericolo…
Angelo Spaziano



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