Vini, prezzi annacquati

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Barolo

Si è aperta la polemica sulla costosissima qualità di Barolo e Barbaresco

«Il prezzo giusto per una bottiglia di Barolo? Dieci euro, e il guadagno sarebbe più che sufficiente». Lo afferma Dante Scaglione, uno dei più noti enologi italiani, ora consulente indipendente per produttori dal Piemonte alla Sardegna. «Ovviamente – precisa Scaglione – ci sono bottiglie di produttori come Mascarello o Giacosa che possono avere prezzi superiori, ma stiamo parlando di eccellenze assolute. In genere, però, il prezzo del “re dei vini” non dovrebbe superare la soglia dei 10 euro. E vale anche per i grandi rossi toscani».
Una politica di prezzi ragionevoli permetterebbe, tra l’altro, di rilanciare i consumi che sono giustamente frenati di fronte a prezzi assurdi per bottiglie anche solo di qualità decente. Non a caso in controtendenza positiva ci sono vini come il Prosecco e il Moscato (sia come Asti sia Moscato tappo raso) che sono alla portata delle famiglie dei consumatori. Nella stragrande maggioranza dei casi, invece, i produttori hanno preferito lasciarsi coinvolgere dalla spirale tossica di critici, ristoratori, scrittori che hanno trasformato il vino in un prodotto per pochi, per ricchi. Non più una bevanda da assaporare, ma un oggetto di conversazione nei salotti chic. Un’assurdità. Con prezzi, già elevati di base, che vengono triplicati nei ristoranti di fascia media, con aumenti ancora maggiori nei ristoranti di livello elevato.
Così il consumatore, frenato anche dalla persecuzione attuata sulle strade con controlli ossessivi ed eccessivi (il tasso di 0,5 è un limite ridicolo, pensato da euroburocrati che si sono dedicati a regolare l’alcol dopo aver codificato la curvatura delle banane e le dimensioni della zucchina), ha drasticamente ridotto l’acquisto del vino nei ristoranti.
Diventa allora patetica la protesta che dilaga tra i produttori di tutta Italia. Perché è inutile che una delegazione di sindaci e produttori del Trapanese si rechi in pellegrinaggio dall’assessore regionale all’Agricoltura della Sicilia per lamentarsi della situazione critica e chiedere interventi. Misure che possono rappresentare un sollievo momentaneo ma non risolvono i problemi strutturali.
E tra i problemi strutturali ci sono anche gli errori compiuti dagli operatori del settore negli ultimi anni.
A partire proprio dal Piemonte. Francarlo Negro, ristoratore di Neive (nella Langa), pubblica una newsletter e nella prima dell’anno ha ricordato come erano, negli Anni 60, i grandi vini piemontesi: Barolo e Barbaresco. Quando il Barolo non era rosso scuro, ma più chiaro, con riflessi granati. E il Barbaresco aveva sentore di fiore di prato, gusto rotondo e vellutato. Vini veri, che non seguivano le mode internazionali, che non dovevano imitare il Cabernet Sauvignon, che non avevano profumo di vaniglia e richiami speziati, non avevano gusti fruttati, sapori coprenti.
Anche perché, se si tratta di produrre vini di tipo internazionale, tanto vale acquistare quelli prodotti in Cile o in Australia, senza controlli, con rese per ettaro triple rispetto a quelle dei nostri vigneti.
Inutile allora andare a piangere dagli assessori per ottenere agevolazioni dalle banche. Meglio lasciar perdere. Invece si continua a chiedere interventi per regolamentare il settore e, nello stesso tempo, si ampliano i vigneti, andando a impiantarli su terreni assolutamente inadatti. Lo ricorda ancora Negro: nel 2008 la produzione di Barolo e Barbaresco è aumentata del 50%. Ovviamente a scapito della qualità, ma i prezzi al dettaglio non sono diminuiti.
Teresa Alquati



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