Italia islamizzata: non è fantascienza, ma realtà

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Moschea

La mancanza di certezze culturali e religiose da parte delle cosiddette élites può costare molto cara al Belpaese che rischia di essere dominato, in un futuro neanche troppo lontano, dai fedeli di Allah: occorre invertire la tendenza

Lo scrittore Pierfrancesco Prosperi ha illustrato in due suoi romanzi le probabili conseguenze del permissivismo nei confronti dei musulmani

Il referendum dell’inizio di dicembre con cui la popolazione svizzera ha bocciato con una chiara maggioranza l’ulteriore costruzione di minareti (non delle moschee) ha prodotto un profluvio di reazioni, anche ufficiali, di tono singolare, specie a livello europeo: coloro i quali erano favorevoli a far togliere dalle scuole italiane il crocefisso, simbolo del Cristianesimo, si sono indignati per la decisione popolare di non voler vedere più eretti i minareti, quei “campanili” delle moschee da cui il muezzin richiama alla preghiera i fedeli varie volte al giorno, cioè un evidente simbolo dell’Islam.
In questo modo, si è palesato un disagio diffuso fra la gente comune di fronte a un tipo di religione aggressiva e dedita a un diffuso proselitismo, cosa che non è, invece, caratteristica di induismo e buddhismo.
Una posizione perplessa, se non negativa, nei confronti della cosiddetta “cittadinanza veloce” e di una società multirazziale con una completa integrazione degli islamici rispetto ai nostri valori è stata poi espressa da autorevoli politologi (Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 20 dicembre 2009 e del 5 gennaio 2010) e politici (Francesco Rutelli intervistato da il Giornale del 5 gennaio) che non possono venire sospettati di essere dei leghisti occulti.
Non ci si deve meravigliare, allora, che questa nuova situazione sociale, che almeno da dieci anni si fa sentire anche nel nostro Paese, sia stata còlta da alcuni scrittori di fantascienza: i più avvertiti di loro, infatti, prendono spunto dalla situazione contingente (sociale, politica, scientifica, economica etc.) per immaginarne le conseguenze in un futuro più o meno lontano portandola a scenari che, a secondo del loro modo di pensare, della loro sensibilità e della loro cultura, possono essere positivi o negativi. è quel che ha fatto, per esempio, Pierfrancesco Prosperi, architetto di professione, scrittore di fantascienza per passione sin da giovanissimo, quando firmava le sue storie semplicemente “Piero”: dagli anni Sessanta ha pubblicato centinaia di racconti, anche tradotti all’estero, e una decina di romanzi. Adesso, colpito e preoccupato da questa nuova situazione sociale, ha iniziato a scrivere quella che si sta presentando come una trilogia dell’Italia del futuro che parte proprio dalle premesse ora dette: con La Moschea di San Marco (Bietti, 2007) e ora con La casa dell’Islam (Bietti, 2009, appena uscito), Prosperi ci descrive cosa accadrebbe in Italia a partire dal 2015, anno in cui potrebbe vincere le elezione un “Partito della Verità”, cioè il partito degli islamici italiani. La possibilità che questo genere di forze politiche possa sorgere in Europa è stato di recente ipotizzato e paventato dal professor Angelo Panebianco con un fondo sul Corriere della Sera: esse non potrebbero che avere una forte carica “identitaria”. è quel che Prosperi aveva già immaginato nel suo primo romanzo: il “Partito della Verità” viene creato - attenzione - non tanto da musulmani immigrati, anche se si rivolge in teoria a essi, ma soprattutto da italiani convertiti che, come sempre avviene, sono “più realisti del re”, più intransigenti, più fanatici. Con una tragica macchinazione, come rivela il doppio colpo di scena finale de La Moschea di San Marco, il Partito della Verità vincerà le elezioni politiche del 2015 e governerà l’Italia.
La situzione offre il descro a Prosperi per criticare e denunciare le vere cause di questa situzione: la debolezza, il conformismo, il buonismo esasperato e il feticcio del “politicamente corretto” che pervade la classe dirigente politica italiana, ma soprattutto gli intellettuali, i cosiddetti “uomini colti” che indirizzano l’opinione pubblica, nonché la Chiesa cattolica: seguendo le Profezie di Malachia, secondo cui Bendetto XVI è il penultimo Pontefice della serie, sarà il suo successore, il Cardinale Pietro Romani (si ricordi che le Profezie chiamano il Papa degli “ultimi tempi” semplicemente… Petrus Romanus) ad abdicare l’autonomia della Chiesa cattolica di fronte all’Islam.
Quale l’origine di una simile resa incondizionata? è quello che Ian Buruma, ancora sul Corriere, indica ponendo questa domanda: «Se gli svizzeri e gli altri europei avessero maggiori certezze sulla loro identità, sarebbero ancora così spaventati dai cittadini musulmani? Probabilmente no». Ed è proprio la mancanza di “certezze”, sia culturali che religiose, ma soprattutto identitarie, che provoca nell’Italia del futuro immaginata da Prosperi una situazione politica che, in fondo, nessuno dei protagonisti dei suoi romanzi vorrebbe. Il mondo globalizzato, la critica aprioristica a ogni aspetto dell’“Occidente”, i sofismi ideologici, la tabe del politicamente corretto, il rinnegamento del proprio passato storico, la paura di “offendere” usi e costumi degli immigrati, tipico di certe attuali élites italiche (compresi gli insegnanti, gli assessori, i conduttori televisivi etc.) creano quella miscela che conduce inevitabilmente alle conclusioni che Prosperi paventa e descrive.
Perché, sia chiaro, l’autore non ce l’ha affatto con l’Islam in sé, in quanto religione e cultura, ma con gli aspetti fondamentalisti e assolutisti dell’integralismo musulmano, quello che inevitabilmente riesce a condurre il gioco su tutti i piani. I primi a rimetterci dalla presa del potere islamica sono le pacifiche sette italiane dei mistici sufi, infatti, oppure tutti i musulmani “collaborazionisti”. Come ha affermato la sociologa svizzera Mireille Valette, addirittura una femminista di sinistra, che ha denunciato «il processo di islamizzazione» europeo, mentre, al contrario, non esiste «alcuna discriminazione dei musulmani». Invece, «una visione fondamentalista della religione ha creato una situazione drammatica che sta destabilizzando la democrazia. Basta osservare come l’Islam sta penetrando nelle istituzioni: preghiere nelle aziende e nelle scuole, cibo speciale nelle mense, rifiuto di corsi e materie scolastiche» e così via. Cioè: gli immigrati islamici non accettano i nostri costumi e valori stabilendosi qui, ma stanno imponendo a noi i loro costumi e valori basandosi sulla loro forza identitaria che a noi, ormai, manca.
Questa la situazione di oggi, da cui Prosperi effettua una tipica operazione di estrapolazione fantascientifica (o fantapolitica se si vuole). Nei suoi due romanzi, il punto di vista è quello di un commissario di polizia fiorentino, Visconti, disilluso dalla professione e dalla vita privata, che, dal suo osservatorio privilegiato, guarda impotente e con sgomento il progredire degli avvenimenti, quasi ineluttabile. Ne La Moschea di San Marco, un normale omicidio fra immigrati lo porta sulle tracce del complotto che favorirà la vittoria del “Partito della Verità” alle elezioni, senza poterlo impedire; ne La casa dell’Islam, un altro omicidio, quello del parente di un notabile del “PdV”, lo coinvolgerà in intrighi di potere in un’Italia (siamo già nel 2020) separata in due: oltre il Po vi è stata la secessione del Nord-Est che non vuole sottostare alle nuove regole dettate del potere italico-musulmano.
Prosperi, come spesso fa, ha impostato i suoi romanzi in una sequenza di capitoli brevi e brevissimi (99, come le sure del Corano), facendo muovere contemporaneamente molti personaggi le cui storie convergono nella conclusione, storie grottesche e anche tragiche, perché non è facile trasformare lo spirito anarcoide degli italiani in un nuovo, ligio, oltranzista homo islamicus. Però i fanatici ci sono sempre e, come detto, si trovano soprattutto fra i neo-convertiti. Le indagini del commissario Visconti si alternano anche a estratti di giornali, riviste, libri, trasmissioni televisive e radiofoniche, leggi del nuovo Governo, che formano un perfetto mosaico estremamente verosimile.
Spesso il lettore avrà l’impulso di pensare a una esagerazione dell’autore o a una sua volontà provocatoria: ma non è così, purtroppo. Tutte quelle che possono sembrare follie estemporanee, come si legge nelle nota finale dei romanzi, si sono in genere già verificate, se non in Italia, in alcuni Paesi europei ormai fortemente islamizzati, come l’Olanda e l’Inghilterra.
Da alcuni anni, sotto le feste di fine anno, assistiamo qui da noi a un penoso rituale. Non bisogna “offendere” chi non è cattolico cristiano, quindi via il presepe, via i canti natalizi, via anche l’albero, via il “Buon Natale” etc., etc. Docenti, presidi e provveditori sono disposti a mettere in minoranza una maggioranza, perché ritengono che gli allievi di altre religioni si sentirebbero a disagio e non pensano che il disagio potrebbe essere di tutti coloro i quali sono stati allevati secondo queste tradizioni. Non sono certo né i buddhisti, né gli ebrei, né gli induisti a essere ritenuti “offesi”, ma lo potrebbero essere i musulmani, dimenticando che per costoro Gesù non sarà certo il Messia, però resta comunque un grande profeta, e che della Madonna hanno un culto particolare. Queste élites intellettuali italiane, se vogliamo definirle immeritatamente così, vivono da tempo una loro inconsapevole crisi di identità, sia culturale che religiosa, perciò agiscono in modo tanto demenziale.
Tutto questo Prosperi porta alle estreme conseguenze nei suoi romanzi, soprattutto nel secondo: egli denuncia, in modo tanto velato, un nuovissimo “tradimento dei chierici”, sia laici che religiosi. Una prospettiva, in base a quel che vediamo sotto i nostri occhi e viviamo sulla nostra pelle, non del tutto impossibile, anzi probabile. Che ciò accada nei Paesi protestanti non fa eccessiva meraviglia; che possa accadere in Paesi cattolici da secoli, ancorché secolarizzati, desta sorpresa e amarezza. In fondo, sembra dire l’architetto/scrittore aretino, possiamo anche essercelo meritato…
Gianfranco de Turris

Basta con le brache sempre calate!

A Genova, gli immigrati, spalleggiati dalla sinistra e dai “preti di strada”, pretendono una moschea

A Genova, lo scontro tra chi vuole la moschea e chi non la vuole è sempre più aspro. I sinistrorsi (o sinistrati?) sono appoggiati dai cosiddetti preti di strada che, evidentemente, prediligono, appunto, la strada alla chiesa, altrimenti reagirebbero a una sottolineatura del genere, invece ne vanno fieri. Sono quei preti, in poche parole, che non portano mai l’abito talare, che girano in jeans e maglione e che sfilano con gli immigrati contro il Governo che emana, a loro dire, leggi razziste, xenofobe e - va da sé - antidemocratiche.
Accanto a questi, ossia ai sinistrorsi e ai preti, ci sono, naturalmente, gli immigrati più o meno regolari. Già, perché pure i clandestini, sebbene si trovino sul nostro territorio senza averne il diritto, avanzano pretese di ogni tipo, ben sapendo che troveranno sempre qualcuno, con o senza tonaca, che farà loro da sponda.
Dall’altra parte ci sono i cittadini comuni, quelli che non si fanno abbindolare dalle sirene del multiculturalismo e della multietnicità. Sono gli operai, i negozianti, gli impiegati, la bassa e media borghesia, insomma, che, a differenza dei radical-attico, conoscono bene, vivendoci dentro, la società multirazziale e conoscono altrettanto bene la violenza e i disagi che essa produce. Non più padroni a casa propria, sono costretti a camminare rasenteando i muri e a non guardare in faccia spacciatori nordafricani, magnaccia albanesi e ubriachi romeni se non vogliono ritrovarsi con una coltellata nel fianco o con il naso rotto, nel migliore dei casi. Fatevi un giro, la sera, nei vicoli popolari di Genova e poi mi direte se sto esagerando oppure no.
Siccome nel capoluogo ligure ancora non è stato stabilito né dove né quando inizieranno i lavori per la costruzione della nuova moschea, per accelerare la decisione è sceso in campo il Presidente dell’associazione “Italia colorata”, il marocchino M’Hamed Lekroune, il quale ha dichiarato, con un chiaro intento intimidatorio: «è difficile spiegare ai ragazzi, soprattutto ai più giovani, ai nuovi arrivati, perché non ci permettono di costruire la moschea. Questo clima di odio nei nostri confronti, questa guerra tra poveri generata dalla Lega, ci ha portato a non riuscire più a controllare la rabbia dei ragazzi. Che è arrivata al massimo, tanto che potrebbero compiere dei gesti di ogni tipo, anche farsi saltare in aria».
Capito il signor Lekroune? O diamo ai musulmani ciò che chiedono oppure ne pagheremo il fio. E qui il fio ha il colore del sangue sul selciato. Ormai siamo arrivati all’ultimatum: con le buone o con le cattive, ma voi italiani dovete cedere. E questo ultimatum è arrivato perché, in effetti, abbiamo sempre calato le brache su tutto: «Per quale dannato motivo adesso non le calate?», pare chiedersi il Presidente di “Italia colorata”, che, tra l’altro, dovrebbe essere un’associazione che si occupa dell’integrazione degli immigrati.
Ecco dunque cosa intendono loro per integrazione: imporci le loro regole. Con buona pace di coloro che in ogni salotto televisivo, con uno sguardo ieratico, non perdono occasione per ricorrere all’abusato termine: integrazione. Una zingara ammazza una nostra connazionale infilandole nell’occhio la punta di un ombrello? Un gruppo di albanesi violenta un’italiana? Dei clandestini sfasciano il centro di un paese? Ci vuole più integrazione! Qualsiasi cosa facciano è sempre colpa della mancata integrazione.
Forse si dovrebbe chiedere ai signori e alle signore da attico se si rendono conto che l’integrazione prevede che i due soggetti in questione siano d’accordo, perché, se la voglio solo io, ma tu no, l’integrazione va a farsi benedire. Ma evidentemente è un ragionamento troppo elevato per certe teste...
Tornando a M’Hamed Lekroune, mi permetto un piccolo suggerimento mirante ad alleviare le pene dei suoi ragazzi che soffrono per la mancanza di una moschea: che tornino nei Paesi d’origine, dove di moschee ce ne sono a bizzeffe. Loro si sentirebbero senz’altro meglio e noi saremmo meno preoccupati.
Federico Midgar



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