Dio e gli extraterrestri
Sembra cha alla domanda considerata decisiva: «Tu credi in Dio?», si debba necessariamente rispondere in maniera affermativa o negativa, senza la possibilità di un tertium. Nel primo caso si è qualificati come credenti, nel secondo atei. A ciascuno, dunque, la libertà di scelta, che porrebbe le due opzioni sul medesimo livello se, però, nel primo caso non si trattasse di un termine positivo, mentre nel secondo di una determinazione negativa. Nel primo caso, infatti, viene indicata una proprietà, nel secondo la carenza d’una proprietà: l’ateo è, appunto, il “senza Dio”. Sì che, nel momento in cui ci si dichiara atei, si viene individuati come portatori d’una deficienza e non come esponenti positivi di un diverso modo di pensare. Si obietterà che si tratta soltanto di un problema di linguaggio, ma sovente l’espressione verbale non è casuale, bensì è conseguenza di una diffusa mentalità per la quale colui che nega Dio assume un carattere negativo rispetto a chi, da credente, è riconosciuto come colui che esprime un valore.
Questa valutazione di carattere pregiudiziale, se si fonda sul tipo di risposta, in effetti nasce dalla stessa domanda. La semplice richiesta al nostro interlocutore di dichiarare se crede o non in Dio ha un carattere violento da una parte, fatuo dall’altra. Proviamo infatti a trasformare questa domanda in una leggermente diversa: «Tu credi agli extraterrestri?». Domanda che, pur se formalmente simile, è differente nella sostanza, in quanto all’alternativa del sì e del no oppone anche un giustificabilissimo «non saprei» o, ancora, «non mi sono mai posto il problema», che non sarebbe invece concepibile per quanto riguarda la domanda sulla fede in Dio.
A questo punto, nel modo in cui non colpevolizziamo chi, sulla base di una fede originaria (o una non fede) e di prove più o meno attendibili (abbiamo testimonianze storiche dell’esistenza di Dio come abbiamo testimonianze concernenti dischi volanti ed esseri extraterrestri), dichiara che, tutto sommato, non è in grado di esprimersi sull’esistenza di forme di vita dal carattere umano in altri pianeti, dovremmo porci nella medesima prospettiva per quanto concerne chi tratta allo stesso modo l’essere divino. E, una volta accettata la sua non negativa posizione di dubbio, semmai chiedergli se ne senta o meno l’esigenza.
Di conseguenza, pur se non potremo cancellare ex abrupto dal nostro dizionario termini come “ateo”, “agnostico”, “non credente”, sarebbe opportuno oscurare il loro carattere emotivamente, oltre che semanticamente, negativo, per poi sforzarci di trovare espressioni positive per chi crede nella concretezza del mondo, nell’evidenza della morte, nella corporeità dei valori genericamente considerati spirituali (pensiamo alla valenza implicita dei termini “spirito”, “spirituale”, di contro a “materia”, “materialista”). Ma questo è un passaggio ulteriore, per noi auspicabile, però allo stato attuale non realizzabile, dal momento che le forme linguistiche con i valori che le determinano non si scelgono a tavolino, ma hanno una lunga ed elaborata genesi. Per cui sarebbe almeno opportuno avere il buon gusto di non porre la domanda o di capire, da parte di chi la pone, che colui che deve rispondere subisce una forma di violenza che non lo rende effettivamente libero di proporre una opzione. In somma, diamo dignità a chi, con animo sincero e con spirito libero, alla fatidica domanda risponde: «Non lo so».
Verificata l’attuale carenza di termini positivi per i “senza Dio” e visto che si continua a porre la fatidica domanda persino nel vaniloquio televisivo, vediamo come, in molti casi, le persone interrogate, messe all’angolo da questa richiesta, pur di non vedersi qualificate negativamente, rispondono di credere, senza poi specificare in che cosa, col sottinteso che la loro fede, segno di superiore dignità, sia rivolta a un indeterminato assoluto. Ricordiamo che qualche tempo fa persino il “marxista” (?) Fausto Bertinotti si dichiarò “uomo di fede”, senza specificare, però, di che fede si trattasse, pur se lasciava trasparire che non alludeva alla fede nella rivoluzione proletaria, ma piuttosto in una forma di superiore trascendenza. Diamine, persino lui, esponente del libero pensiero (almeno così crediamo), preferì non farsi appiccicare quell’epiteto negativo (ateo, agnostico, non credente) che lo avrebbe fatto sentire una sorta di appestato e che non lo avrebbe messo in buona luce dinanzi ai elettori, anch’esssi poco propensi a sentirsi qualificati con tali appellativi. Comportamento, questo, riferibile certamente non solo a lui, esponente di un pensiero politico laico, ma a una vasta fetta dell’intelligenza italiana, o meglio di una massa di acculturati che, ammesso che non si dichiarino cattolici, preferiscono, piuttosto che atei, definirsi comunque credenti. In che cosa? In un dio, in un’entità superiore, figure retoriche utilizzate come sorta di stratagemma per non finire nella nefasta regione di quegli “a-”, di quei “senza”, ossia di coloro che, come avrebbe detto Parmenide, «sono trasportati insensibili e ciechi, folle senza criterio per le quali essere e non essere è e non è la stessa cosa».
Esiste, poi, una larghissima fetta di popolazione italiana e non solo, ufficialmente acculturata, che, indicando la personale adesione a una religione positiva - cattolica, nello specifico - aggiunge, a domande più stringenti concernenti il suo credo, di badare poco al culto. Costoro considerano infatti la pratica cultuale qualcosa di secondario, magari appannaggio di quella classe poco istruita frequentatrice di processioni e di santuari e che addirittura crede ciecamente nei miracoli. Sovente, poi, queste persone “intelligenti”, nel dichiarare di credere in Dio, sottintendono il dio cristiano, ma non lo identificano con un essere concreto, padre e anche figlio, celeste e umano, con tanto di nome e cognome, tipo Gesù di Nazareth, come di Segni, di Nepi, di Veroli, città diverse, ma simili per le antiche origini storicamente e localmente determinate.
Eppure è proprio la determinazione storica, trasmessa da documenti, a caratterizzare sia il dio degli Ebrei che quello dei Cristiani ed è il riconoscimento della loro persona concreta a determinare chi è religioso e chi non e che, in caso affermativo, sostiene questa sua religiosità con il debito culto. Ossia il rispetto di una precisa individualità della quale si riconosce l’esistenza e la superiorità.
Tirando le somme, ci accorgiamo come sia oggi ambigua la figura del credente, prodotto di una domanda costrittiva, basilarmente indebita. E quindi quanto sia ipocrita la sua risposta con la quale intende salvare capra e cavoli: presentarsi come persona degna e positiva senza per questo dover essere consequenziale e assumere gli oneri di questa dichiarazione d’impegno. Senza capire in fine che il difficile non sta nel credere, ma nel praticare, ossia nell’essere coerente a partire da una scelta. Soprattutto perché la religione è un fatto umano, è categoria culturale, è comportamento e serve a mantenere attraverso il rito il contatto con una realtà divina che un giorno decise di abbandonarci nell’imperfezione del modo.
Luciano Arcella
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