La morte non è negoziabile
L’idolatria tecnologica che caratterizza la modernità ha inquinato trasversalmente il concetto dell’esistenza
Viviamo in un’epoca in cui l’uomo ritiene che non esista un limite a nulla e, come nel caso della morte, tutto possa essere ricondotto a parametri meccanici e a codici normativi variamente dilatabili a seconda delle voglie e delle utilità. L’autonomia decisionale, ovvero la volontà e la capacità di decidere secondo una legge propria, sia essa interiorizzata per fede o per miscredenza, è stata ridotta a concertazione tra tecnici oppure - ancora peggio - a scontri di sentimenti, e l’indecisione deriva dalla falsa credenza che tutto sia rinviabile e rinnovabile.
In un sistema democratico totalitarista - per altro denunciato in maniera minuziosa e approfondita da Jünger già molti decenni fa -, dove tutte le istanze del singolo devono essere trasferite all’interno di un dispositivo omologante e uniformato di delega, anche la morte non può che sottostare alla medesima concezione. Eppure è piuttosto evidente che essa è la massima ed unica opportunità che l’uomo abbia da sempre di decidere. È la possibilità di scelta per eccellenza.
Seppure con le dovute specificità della condizione, il caso di Eluana Englaro - assurto alla cronaca con lo scatenamento mediatico organizzato dal padre e finalmente concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati per omicidio volontario - ha non solo rivelato l’esistenza di un problema sempre assopito nelle coscienze di tutti ma, soprattutto, ha scatenato una paradossale contraddizione.
Non è interessante entrare nel merito medico-legale in questo contesto, ma è importante capire le due contrapposizioni che hanno caratterizzato la questione, e la contraddittorietà espressa dalle due diverse concezioni. Per necessità di comprensione è indispensabile definire in maniera manichea i due fronti, escludendo per comodità le posizioni di ragionevolezza più o meno trasversali.
Da un lato, quello progressista, laico e genericamente di sinistra chiedeva la sospensione di ogni sussidio tecnico al mantenimento di uno stato vegetativo che durava da 17 anni. In considerazione di dati clinici, di valutazioni sanitarie e di prospettive prognostiche, i rappresentanti di questa fazione combattevano per la rinuncia all’alimentazione forzata e l’assecondamento della fine naturale.
Dall’altro, quello religioso e approssimativamente di destra manifestava contro questo atteggiamento disfattista e rivendicava l’appoggio tecnologico in nome di una vita che non poteva essere decisa nel suo proseguimento o nella sua risoluzione da parte dell’uomo o di un apparato. In altri termini chiedeva che la tecnica avesse la prevalenza decisionale sulla natura.
A ben analizzare, l’inconciliabilità tra le due posizione è apparente in una prospettiva pagana. Quando Jahvè disse agli uomini, riferendosi alla terra: “Subicite eam!” (Sottomettetela!) diede l’autorizzazione ad oggettivare il cosmo attraverso la desacralizzazione della natura, e con ciò - inevitabilmente - pose fine all’incantamento derivante dall’ammirazione e dalla meraviglia, e definì il diritto alla requisizione e allo sfruttamento della natura stessa. Se poi ci aggiungiamo la chiusura del tempo ciclico e la disposizione al tempo storico lineare e finalizzato, il gioco è fatto: ci troviamo di fronte alla sterilizzazione del destino, alla semina del germe del progresso e all’opinione sulla vita come progettazione tecnologica.
Da questa prospettiva i due fronti indicati troverebbero una convergenza, se i vari rappresentanti fossero più adusi al rigore concettuale e al linguaggio simbolico. Ma visto che così non è, diventa però più accattivante far rilevare le contraddizioni di pensiero e di comportamento usufruendo delle reciproche fragilità.
E nella circostanza indicata vedemmo che gli strenui propagandisti del progresso indefinito e gli esaltatori della rivoluzione tecnologica appellarsi al destino, e chiedere di arrendersi al volere inappellabile e incontrastabile della natura. Invece di aggrapparsi ai marchingegni della scienza e ai verdetti dei tanatocrati - secondo una felice definizione di Aldo Carotenuto -, i glorificatori dei Lumi invocarono la sospensione di ogni accanimento terapeutico rinunciando, così, ad un possibile artificio salvifico a data da destinarsi.
Gli altri, invece, che avrebbero dovuto invocare il volere divino e la chiamata trascendente, si ostinarono a pretendere che tutto venisse delegato al funzionamento delle apparecchiature mediche. Nessuno invocò la volontà di Dio e la rassegnazione della fede, nessuno pregò per consegnare un’anima a “Colui che dà e che toglie” in nome di religiosa accettazione, ma tutti inscenarono delle manifestazioni di sostegno ad una fittizia esistenza tecnologica, come se il Padreterno fosse stato il primario della rianimazione e gli angeli custodi gli operatori sanitari addetti alla manutenzione del corpo, come se Lazzaro fosse risorto per un intervento di terapia intensiva e non per la decisione del Nazzareno.
La tragicità della morte - nella sua accezione di evento irripetibile e inenarrabile, come dice Jankélévitch - ha scompaginato le carte: i miscredenti si sono trovati paladini del limite naturale della vita, mentre i credenti nella resurrezione della carne si sono aggrappati all’involucro corporeo dell’esistenza. Certo, hanno detto che l’uomo non poteva togliere una vita staccando una macchina, ma Dio si sarebbe attaccato a un respiratore per dimostrare la sua potenza?
Nella disgrazia di una non-vita che se ne va c’è una questione che emerge in tutto il suo impatto emotivo e psicologico. Il fatto è che la nostra modernità, nell’idolatria tecnologica che la caratterizza, ha inquinato trasversalmente il concetto stesso di vita e di morte. La vita si è trasformata in un passaggio casuale da rendere sempre più appetibile con manutenzioni estetiche e con supporti esogeni, la morte un accidente senza senso da evitare nella sua denominazione e da scomunicare nella sua stessa esistenza. Osserva con acutezza Lucien Sfez in “Il sogno biotecnologico” come ci si trovi di fronte ad una «bio-eco-religione [dove la] rifondazione del senso, poggia su una base materiale, materialista, la più estrema possibile», una mostruosità contronatura in cui tutto ciò che è ragionevole limite e umana insufficienza scatena i peggiori istinti di irragionevole onnipotenza e di disumana presunzione.
In questa perversione c’è uno scotto pesante che si paga e che più si pagherà: quello di una infelicità sempre più pervasiva. Perché per quanto ci si affanni a sfuggire alla morte, ci sarà sempre un tempo in cui questa si renderà presente ed esibirà il resoconto della vita. Non ci saranno, a quel punto, preti consolatori, né tecnici dilazionatori che potranno alleviare l’angoscia del momento: tutto sarà riportato al come si è vissuto. Dice Ernst Jünger: «Siamo abituati a vedere la morte come causa che, attraverso una malattia o un incidente, pone termine alla vita. È un errore; è piuttosto la vita che chiama la morte, quando essa vuole passare ad un nuovo stato». Con questa consapevolezza risulta più chiaro come in quel preciso passaggio è meglio avere stretto il braccio da una mano silenziosa e amorevole, che non dal velcro di un manicotto di un apparecchio per la pressione.
Adriano Segatori
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