Droga, danni e diffusione: dati di fatto

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Marijuana

Dalla Commissione Europea il piano preventivo 2009-12

Per capire la realtà delle “dipendenze”, più che riferirsi alle polemiche fortemente ideologizzate sulle politiche di prevenzione o repressione del consumo e del commercio delle sostanze psicotrope, può essere opportuno basarsi sui dati scientifici che confermano unanimemente la diffusione e la dannosità delle droghe. L’autorità e l’estensione degli studi svolti in merito in tutto il mondo, infatti, consente di attestare sia la diffusione “epidemica” che la nocività e, spesso, la mortalità anche delle sostanze reputate come più innocue.
Il fenomeno ha ovviamente un respiro internazionale, ma anche solo limitandosi all’orizzonte europeo le informazioni reperibili, come quelle dell’indagine sulle abitudini giovanili Espad, sono inquietanti. La Commissione Europea, presentando il piano antidroga 2009-2012, ha parlato di 70 milioni di consumatori regolari o occasionali tra i 15 e i 34 anni per la cannabis, almeno 12 milioni per la cocaina (in aumento), 9,5 per l’ecstasy e 11 per le anfetamine. Nell’UE, più di mezzo milione di persone sono trattate a metadone e i morti per overdose sono circa 7.500 all’anno.
L’Italia, tra i 27 Paesi membri, vanta alcune posizioni non invidiabili, quali la terza per consumo di cocaina e la quarta per la cannabis. I numeri per il nostro paese sono in effetti eclatanti, a partire dal milione e quattrocentomila consumatori di cocaina censiti dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, oppure all’uso della cannabis, dilagata in forma abituale o occasionale tra il 16 per cento degli italiani tra i 15 ed i 64 anni.
La droga si diffonde in maniera esponenziale eppure appare ‘normale’ o normalizzata, a cominciare dalla sua reperibilità. Secondo la Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze per l’anno 2007, il 51 per cento degli studenti fra i 15 ed i 19 anni ritiene ‘facile o piuttosto facile’ acquistare una sostanza psicoattiva illegale: la più accessibile è la cannabis, seguita da cocaina, stimolanti, eroina e allucinogeni. Il primo luogo dove trovarne è la discoteca, ma anche a casa dello spacciatore, in strada e a scuola.
Oppure pensiamo all’alcol, la sostanza socialmente più accettata nel nostro Paese, e al binge drinking, le ubriacature sempre più di ‘tendenza’. L’Istat avverte che in Italia l’iniziazione alla bottiglia, per il 70 per cento dei ragazzi che hanno provato alcol almeno una volta negli ultimi 12 mesi, avviene a soli 11 anni. E quasi la metà degli 11-15enni sono bevitori abituali.
Per non parlare degli psico-farmaci e alla tendenza a trattare chimicamente i bambini troppo vivaci: “Esiste un abuso: questo è un dato ormai dimostrato. Ancora più grave per i bambini e gli adolescenti”, denuncia Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri che quantifica da 30.000 a 60.000 i bambini che assumono psicofarmaci ogni giorno. Secondo l’International Narcotic Control Board dell’Onu, la somministrazione di farmaci antidepressivi e per Adhd, la ‘sindrome da deficit di attenzione e iperattività’, è raddoppiata in oltre 50 paesi.
Bisogna però comprendere le ragioni di questa sorta di epidemia: dietro ogni abuso c’è sempre il vuoto dei valori, la mancanza di senso, il nichilismo esistenziale. La sostanza e la dipendenza sono solo i sintomi. Secondo l’indagine ‘Genitori e figli allo specchio’ dell’Ipsos, chi usa droghe fugge soprattutto “dalla paura di affrontare una realtà difficile” oppure cerca di lenire la “mancanza di sostegno della famiglia”.
Ma il problema non riguarda solo ragazzi sbandati o insicuri. Secondo la relazione al Parlamento 2007, l’età media dei soggetti in trattamento presso i Servizi per le tossicodipendenze è di 35 anni, la stessa delle vittime, in aumento dai 33 anni medii del 2001. È un indice della ‘cronicizzazione’ confermata dal numero dei morti, che segna una crescita annua tra il 2,3 e il 6,1 per cento a seconda delle sostanze.
Già, perché di questa droga ‘normalizzata’ si muore: direttamente e indirettamente. Siano gli omicidi consumati negli scontri tra trafficanti, ricordiamo la strage di sei immigrati a Castel Volturno, oppure gli incidenti mortali provocati dalla guida ‘sballata’: quelli correlati all’uso di alcol e altre sostanze, secondo il ministero della Salute, sono tra il 30 e il 50 per cento. Poi ci sono gli infarti attribuibili alla cocaina, le stragi compiute sotto l’effetto di qualche sostanza, le morti dei bambini per avere bevuto il metadone dei genitori trovato in casa…
Inequivocabili, poi le ricerche sulla pericolosità delle droghe. Il ‘British Journal of Psychiatry’ attesta come lamarijuana possa accelerare la schizofrenia, mentre il National Istitute on Drug Abuse (NIDA) collega il ‘fumo’ a problemi di memoria e apprendimento. L’Università di Melbourne ha attestato invece come l’uso di cannabis determini un restringimento di alcune aree cerebrali.
L’imaging, oggi, consente di evidenziare in modo impressionante i danni indotti da droghe. “Nel cervello dei ragazzi che assumono cocaina si possono osservare veri e propri solchi nella corteccia prefrontale”, spiega il neurochirurgo Giulio Maira. Una sola pasticca di ecstasy può compromettere le aree per l’apprendimento e la memoria, mostra una ricerca del Neuromed, e lesioni cerebrali sono state rilevate nei frequentatori di rave party dall’università di Adelaide. Il CNR ha scoperto invece che cocaina ed ecstasy provocano mutazioni del Dna che aumentano il rischio di tumori.
È anche grazie a tali prove incontrovertibili che l’opinione pubblica mostra una netta contrarietà nei confronti delle ‘droghe’ in generale: le disapprova l’84,6 per cento e le considera rischiose l’89,8. Eppure il diffuso luogo comune contrario impera sui media, tra i maitre-à-penser, tra star e vip chiamati a discettare del tema.
È curioso peraltro come la nostra società così ‘ecologicamente corretta’ non si scomponga per il disastro ambientale che la droga provoca. Per produrre un chilo di cocaina, spiega il Drug Enforcement Administration, si utilizzano quasi centro litri di sostanze chimiche e ben 2,4 milioni di ettari di foresta pluviale tropicale sono stati già distrutti da cocaleros e coltivatori di papavero da oppio, come informa la Nato. Altrettanto contraddittoria appare la tolleranza verso le droghe da parte di una società iper-salutista, pronta a condannare qualunque eccesso alimentare e giustamente severa nel combattere il fumo.
La battaglia contro il tabagismo dimostra peraltro che la ‘linea dura’ funziona: a cinque anni dalla introduzione della ‘Legge Sirchia’ siamo scesi dal 35 al 25 per cento di fumatori e i ricoveri per malattie conseguenti sono diminuiti del 7,5 per cento. Analoghi risultati ha prodotto il ‘pugno di ferro’ per la guida sicura, con una diminuzione degli incidenti stradali, e per la guida sotto l’effetto dell’alcool: tra 2009 e 2008 i positivi all’etilometro sono scesi dal 9,38 all’8,72 per cento nel week end e dal 3,41 al 2,95 nell’intero anno.
In definitiva, la prevenzione è sempre il primo e più importante passo nel contrasto ai comportamenti anti-sociali, ma la repressione serve, non ha senso nasconderlo per ossequio al ‘politically correct’.
Lorenzo Stella



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