Sospesi nel limbo... In attesa di Mosca
I “russi dell’esterno” sono cittadini di origine sovietica che oggi risiedono nelle Repubbliche dell’ex URSS: una questione ignorata dall’Europa
I russi sono quanti, di etnia russa ed ex cittadini sovietici, risiedono oggi nelle Repubbliche dell’ex URSS ora indipendenti. Il loro numero è stimato in oltre 30 milioni, dei quali circa la metà vive a occidente e a sud di Mosca. Sono 330mila in Estonia, 800mila in Lettonia, 210mila in Lituania, 1 milione in Bielorussia, ben 12 milioni in Ucraina, 800mila in Moldova. Sono il 25% in Estonia, il 35 in Lettonia, il 6 in Lituania, il 10 in Bielorussia, il 25 in Ucraina e il 20 in Moldova.
In Bielorussia e in Ucraina sono autoctoni da secoli e sono la conseguenza della trasformazione della Moscovia in impero e della sua espansione verso occidente e il Mar Nero. Il loro numero è stato incrementato con il consolidamento dello Stato sovietico.
La presenza slava e russa in particolare nella Moldova, tradizionale isola latina nel mare slavo, risale al XIX secolo, quando la parte orientale della Moldova entrò a fare parte dell’impero russo.
Nei Paesi baltici una minoritaria presenza russa esiste da secoli, ma essa è stata forzatamente incrementata dopo la Seconda Guerra Mondiale. A partire dalla fine degli anni Cinquanta, l’Unione Sovietica ha attuato una forzata politica di russificazione delle tre Repubbliche baltiche, con l’emigrazione forzata di migliaia di russi allo scopo di tagliare le radici a quei nazionalismi che avevano alimentato per quasi dieci anni, dopo il maggio 1945, una guerriglia resistenziale armata, quasi completamente ignorata in Occidente.
Lo scioglimento dell’Unione Sovietica ha lasciato, quindi, oltre 15 milioni di russi a occidente dei confini della nuova Russia. Con la proclamazione dell’indipendenza, i nuovi Stati cercarono all’inizio di affrontare bilateralmente con Mosca il problema di un rientro almeno parziale dei russi, ma ogni trattativa si scontrò con l’ostacolo insormontabile della gravissima crisi economica che attraversava la Russia negli anni Novanta.
L’esistenza di queste forti minoranze nazionali, che esistenzialmente scontano anche la perdita di potere e di prestigio precedentemente detenuti, ha condizionato e condiziona la politica interna delle ex Repubbliche sovietiche.
Se in Lituania la presenza di popolazione russofona ha scarsa incidenza, il discorso non vale per le altre due Repubbliche baltiche. In Estonia vi sono scontri continui che comportano anche ritorsioni economiche da parte della Russia, in conseguenza della politica “revisionista” governativa che riabilita i volontari estoni tra le SS, la guerriglia anticomunista e, soprattutto, demolisce o nasconde i monumenti in onore dei caduti dell’Armata Rossa.
In Lettonia la situazione è ancora più pesante. I partiti autoctoni lettoni sono letteralmente spaventati dalle potenziali conseguenze politiche di un partito etnico russo che rappresenta un terzo del potenziale elettorato. Per ridimensionarne l’incidenza, appositi strumenti legislativi, previsti, tra l’altro, dalla stessa Carta costituzionale, subordinano il riconoscimento della cittadinanza ai residenti che posseggono completamente l’uso della lingua lettone e discendono da residenti in Lettonia antecedentemente al 1939, al fine palese di togliere il diritto elettorale a quanti sono stati forzatamente immigrati dopo l’assimilazione all’Unione Sovietica. Il risultato è che un terzo dei residenti russi non ha la cittadinanza lettone ed è in possesso di passaporti ove appare la dicitura “nazionalità di Paese ora non più esistente”. è una situazione imbarazzante e intollerante per un Paese che fa parte dell’Unione Europea, ove i diritti civili sono universalmente e genericamente riconosciuti. Un decimo dei nati in Lettonia ha attualmente scarsissime possibilità di ottenere la cittadinanza del Paese.
La gravità del problema, a prescindere da poche dichiarazioni di facciata, trova scarsa eco nel Parlamento Europeo. Tra i pochi che hanno sollevato la questione vi sono stati i Radicali italiani e l’ex corrispondente da Mosca de l’Unità, Giulietto Chiesa, il quale, alle ultime Elezioni Europee, ha tentato, senza raggiungere per pochi voti l’obiettivo, di farsi eleggere europarlamentare nella lista del partito dei russi lettoni, allo scopo dichiarato di rendere visibile, come italiano, il problema.
In Bielorussia una politica estera di completo appoggio a Mosca, nonostante alcuni giri di valzer, permette di non risentire del pericolo di una presenza di una minoranza russa che non è politicamente rappresentata, ma che è sempre una potenziale spada di Damocle nella misura in cui tradizionalmente la stragrande maggioranza della cultura russa non riconosce una specifica autonomia o differenza ai bielorussi.
In Moldova questa presenza ha causato, nei primi anni Novanta, una guerra civile di alcuni mesi che ha portato alla nascita di un nuovo Stato, la Repubblica di Transnistria, riconosciuto da nessuno, neppure dalla Russia. Degli 800mila russi presenti in Moldova, circa 200mila erano localizzati in questa regione, la cui popolazione era composta quasi pariteticamente per un terzo da rumeni, un terzo da ucraini e un terzo da russi. La malcelata tentazione di unire, subito dopo l’indipendenza, la Moldova alla Romania ha spinto russi e ucraini della Transnistria a proclamare la secessione, realizzata anche grazie al sostegno armato delle truppe russe allora presenti a custodia di grandissimi depositi sovietici di armi.
L’Ucraina è oggi una potenziale polveriera. I russi rappresentano un quarto degli abitanti, ma sono nettamente maggioritari in Crimea e detengono presenze fortissime nella parte orientale del Paese. Si debbono tenere presenti considerazioni storiche pesanti. La Crimea è amministrativamente appartenuta alla Russia fino al 1954, quando fu assegnata alla Repubblica sovietica ucraina. I suoi porti rappresentano la storia della Marina russa nel Mar Nero. Attorno a Kiev, la Capitale ucraina, venne costituita, nel Medio Evo, la prima entità statale russa. Gli ucraini sono tradizionalmente divisi tra occidentali, che guardano all’Europa, e orientali, che guardano a Mosca. Nell’Ucraina occidentale sono maggioritari i cattolici uniati di rito orientale, mentre nell’Ucraina orientale, a stragrande maggioranza ortodossa, il primato papale non è ben visto. A Leopoli e in tutto l’occidente ucraino si acquistano dovunque gadget non solo su Bandiera, il nazionalista ucraino che, dopo aver lottato per l’indipendenza con Hitler contro Stalin, da solo contro russi e tedeschi, ha condotto una guerriglia decennale contro i sovietici, ma anche sulla divisione “SS Galizia” che raccolse i volontari ucraini contro i sovietici. Da anni, poi, i politici dell’Ucraina occidentale cercano di ottenere la pensione di guerra per i superstiti guerriglieri di Bandiera. Al contrario, nell’Ucraina orientale si esaltano le conquiste dell’industrializzazione sovietica, la lotta antitedesca come guerra nazionale e si considera Bandiera un sanguinario nazista antisemita. In questa situazione sociale e culturale, l’Ucraina, che nei secoli passati ha avuto pochissimi periodi di autogoverno, potrà pacificamente convivere nella misura in cui riuscirà a unificarsi in una memoria storica comune, a riuscire a non essere assorbita dall’Europa o da Mosca, a essere contemporaneamente filo-europeista e filo-russa.
Bisogna dare atto che i politici russi, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, non hanno assolutamente utilizzato i russi dell’esterno per i fini della propria politica estera. Le tradizionali linee della politica estera russa, pur invidiando l’Occidente, sono sempre state basate su comportamenti finalizzati a tenere quanto più possibile lontano gli Stati occidentali dal cuore della Russia. Se l’impero zarista ha controllato il pericolo espandendo quanto più possibile verso occidente i propri confini (un esempio è la spartizione della Polonia), l’impero sovietico, pur scontando il nominalismo di un internazionalismo che giustificava l’esistenza, all’interno dell’Unione Sovietica, di Repubbliche non autonome ai tempi dell’impero zarista, ha risolto il problema attraverso gli Stati-cuscinetto delle Repubbliche socialiste dell’est europeo.
Il quadro è completamente saltato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Questa non solo ha portato all’adesione alla NATO di tutte le ex Repubbliche socialiste dell’Europa orientale, ma, con l’effettiva indipendenza delle Repubbliche occidentali della defunta Unione, ha spostato i confini dell’Europa di migliaia di chilometri verso oriente, avvicinandoli pericolosamente al centro della Russia storica.
La Russia, per quasi venti anni, è stata impegnata a risolvere i suoi gravosi problemi interni, soprattutto economici. Con la Presidenza Putin ha riscoperto una politica estera non appiattita, come nel periodo precedente, su quella statunitense, nonché il proprio orgoglio di potenza imperiale, ritrovando fiducia nella propria forza. La politica internazionale degli ultimi anni è passata dal monopolio statunitense della fine della Guerra Fredda al bilateralismo con la Cina, all’affacciarsi di altri Paesi. Non si potrà più ignorare, come è stato fatto per quasi un ventennio, la presenza russa. Ogni politico russo sa di essere indispensabile nella lotta al fondamentalismo, nella dialettica economica con la Cina, nelle forniture energetiche per l’Europa. Sa di poter far pesare tutto ciò per ottenere i capitali indispensabili per il definitivo sviluppo del Paese. E sa benissimo che molte forze occidentali sono attive (la Georgia è un esempio) per impedire alla Russia di rioccupare il ruolo di coprotagonista a livello internazionale. Non è improbabile che un domani un Presidente russo possa utilizzare i russi dell’esterno per intimidire l’Europa e riallineare definitivamente Bielorussia e Ucraina su Mosca. Sponsorizzare politicamente dall’esterno, dotandoli di notevoli mezzi economici, partiti etnici russi potrebbe dar vita a movimenti politici che in Estonia, Lettonia, Bielorussia e Ucraina potrebbero mirare a un terzo dell’elettorato, obbligando gli altri partiti a coalizzarsi in funzione anti-russa o spingendone alcuni a stabili alleanze con partiti russofoni. Ambedue le ipotesi potrebbero avere effetti devastanti col rischio, se la situazione sfuggisse di mano, di guerre civili che l’Europa, dopo quelle balcaniche, non può più permettersi.
è augurabile che l’Unione Europea esca dall’attuale letargo sulla situazione e inizi a progettare e a proporre soluzioni atte a evitare derive pericolose.
Arturo Cavallini
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