Spezzatino indigesto per Obama
L’utopia del Presidente USA è quella di separare le banche commerciali da quelle di puro investimento
Negli USA, come noto, le banche non fanno sconti a nessuno, nemmeno all’inquilino della Casa Bianca. Così, la settimana appena trascorsa è stata, per Barack Obama, una vera passione con le borse che hanno in tre giorni bruciato quanto di buono, in termini di ripresa, avevano capitalizzato negli ultimi tre mesi.
Sotto tiro degli operatori del mercato finanziario è infatti la proposta del Presidente americano di imporre nuovi limiti alle banche per ridurre il rischio del “too big to fail” e impedire che le banche commerciali mescolino la loro attività tradizionale con quella degli hedge fund e del private equity. Proposta che ha appena incassato il via libera del Financial Stability Board, l’organismo internazionale presieduto dal Governatore della Banca d’Italia ed ex Goldman Sachs, Mario Draghi, ma che preoccupa gli investitori che temono una flessione dei ricavi e lo “spezzatino” delle banche, con la separazione delle attività di retail da quelle di trading.
Con questa disposizione il Presidente statunitense intende mantenere la promessa fatta in campagna elettorale ai milioni di elettori truffati e rovinati dalle banche e dai loro fallimenti. Siamo lontani, è bene dirlo, dal Glass-Steagall Act, che separava le banche commerciali da quelle di investimento e che l’ultimo Presidente democratico, Bill Clinton, si era affrettato ad abolire prima della sua uscita di scena. La riforma pensata da Obama è finalizzata così a ridurre i rischi per i cittadini e a proteggere i loro risparmi vietando alle banche di usare i soldi dei depositanti per fare operazioni di compravendita di titoli, il trading appunto. Una soluzione che potrebbe considerarsi a parziale risarcimento per gli americani considerato che finora le perdite delle banche sono state coperte con fondi pubblici, cioè scaricate sui contribuenti. Un risarcimento che sicuramente gli istituti finanziari farebbero poi ricadere di nuovo sui piccoli risparmiatori. Secondo gli analisti di JpMorgan la manovra potrebbe costare al sistema creditizio USA qualcosa come 13 miliardi di dollari di ricavi. Per questo motivo, gli speculatori di Wall Street hanno fatto pesare sulle borse oltre ai timori per la ventilata riforma di Obama anche l’incertezza sul futuro di Bernanke: malgrado la fiducia confermatagli dal Presidente, la riconferma del numero uno della Fed per altri quattro anni non appare certa, dopo che influenti senatori democratici hanno annunciato pollice verso. E sempre al Senato americano si annuncia un’altra controffensiva dei banchieri al momento del voto sulla legge.
Con la sua proposta Obama vorrebbe insomma obbligare le banche a scegliere su quali fronti operare. Anche se non appare essere una riforma epocale, dal momento che non fa che riproporre la vecchia legge fascista del 1934, il piano della Casa Bianca ha certamente un merito. Viene finalmente al pettine un nodo fondamentale del sistema finanziario internazionale. Il modello di banca universale, di banca che raccoglie soldi a breve termine (depositi dei clienti) e a lungo termine (obbligazioni) e poi li investe a breve termine (per speculare) o a medio e a lungo termine, sta infatti mostrando tutti i suoi limiti.
L’attività di finanziare l’economia, reale o produttiva che sia, finisce infatti inevitabilmente per scontrarsi o per coesistere con difficoltà con l’attività di investimento per la quale ci vuole ben poco a trasformarsi in pura speculazione. Una cosa è infatti investire sul titolo di una società produttiva con l’intenzione di guadagnarci, sposandosene il destino e partecipando alle sua crescita alle sue fortune ed incassando i dividendi. Un’altra è investire su un titolo di una società industriale o finanziaria per poi rivenderlo nel breve o brevissimo termine sperando di guadagnarci.
Un semplice ragionamento e una constatazione dei fatti avvenuti che sono bastati per generare una reazione rabbiosa dei mercati alla proposta di spezzatino del Presidente USA che metterebbe in discussione alcuni tabù delle lobby finanziarie e cioè che lo Stato può intervenire solo per operare i salvataggi delle banche e mai per limitarne i profitti.
Marco Gnocchini
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