Polvere di... stalle
I prodotti caseari della Valle d’Aosta sono a rischio per l’importazione di latte
La sofisticazione non c’entra, ma la scorrettezza sicuramente sì. Perché approfittare dell’immagine positiva che hanno i prodotti alimentari di montagna, e valdostani in particolare, per vendere prodotti che non sono né montani né valdostani è sicuramente una scorrettezza. Non una frode in senso proprio, perché si evita accuratamente di scrivere in etichetta che la produzione è realizzata in Valle quando non è così. Ma è evidente che se si vende, in un territorio, un formaggio caprino con un marchio tipico del lugo, il consumatore viene facilmente tratto in inganno.
Così, nella Vallée, compaiono sempre più spesso formaggi ottenuti con latte piemontese ma che vengono commercializzati con marchi in francese che, visto il bilinguismo, fanno pensare ad un prodotto locale. E in alcune vallate laterali il marchio utilizzato è in patois, o in tisch, la lingua dei Walser gressonari. Formaggi comunque sani, prodotti correttamente. Ma che non hanno nulla a che spartire con la produzione tipica e locale. E non c’è modo per tutelare i consumatori ma, soprattutto, è difficile tutelare i piccoli produttori locali. Perché il formaggio di capra è spesso ottenuto da allevatori che hanno pochissimi capi e, dunque, una produzione limitata.
Di altissima qualità, ma con numeri ridotti che non consentono di competere con chi arriva in Valle con cisterne piene di latte munto altrove, dove il numero di capre è sicuramente maggiore. Eppure ci sono giovani che hanno il coraggio di affrontare queste sfide. Ad Excenez, sopra Aosta, Haran Henriet ha deciso di partire dalle due capre del padre Jozet per trasformare l’hobby paterno in un’attività economica. Prima due, poi quattro capre e la conquista della Grolla d’oro per il miglior formaggio caprino.
E ora le capre diventano 8, ma subito la voglia di crescere si scontra con la burocrazia. Quella burocrazia che non sa intervenire contro il latte in arrivo da fuori Valle, ma che agisce con prontezza quando un giovane allevatore chiede un prestito per ampliare l’attività. Non milioni di euro, ma solo 10mila destinati all’acquisto di un trattore di seconda mano. Herniet ha commesso l’errore di rivolgersi alla banca locale, quella Bcc che dovrebbe essere vicina al territorio e pronta a valutare progetti e persone, non soltanto i numeri. La realtà, però, è molto diversa rispetto ai proclami (e alla realtà di altre Bcc che si comportano in modo opposto) e non a caso lo stesso presidente della Valle d’Aosta, Augusto Rollandin, si è pubblicamente lamentato per gli atteggiamenti della banca valdostana.
Henriet, comunque, non si è perso d’animo. E Unicredit ha provveduto a finanziare l’acquisto del trattore. Le difficoltà, però, non sono limitate al settore bancario. In Valle si era pensato, ad esempio, a creare una sorta di razza di capre Herens, sul modello delle bovine svizzere. Un progetto di lungo periodo, ma destinato a favorire lo sviluppo di capre adatte al territorio e particolarmente belle anche sotto l’aspetto estetico. Non se n’è fatto nulla, puntando su una più discussa “capra valdostana” in grado di accontentare un maggior numero di allevatori restii ad ogni novità e ad ogni investimento di lungo periodo.
Così si prosegue in ordine sparso, tra furbizie, piccole astuzie e incapacità di proporsi con una immagine di qualità complessiva. Lasciando il consumatore, soprattutto se turista, a districarsi tra produttori veri e fasulli, tra qualità effettiva e solo proclamata.
Teresa Alquati
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