E ora Belgrado è più vicina a Roma

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Il Patriarca serbo, Irinej

Il nuovo Patriarca serbo, Irinej, è la persona giusta per rafforzare il dialogo con la Chiesa cattolica

Il Sinodo della Chiesa ortodossa serba, riunitosi il 22 gennaio a Belgrado per scegliere il nuovo patriarca, ha eletto Irinej, dal 1975 vescovo di Nis, terza città serba. Il presule succede al patriarca Pavle, morto il 15 novembre dello scorso anno, ed è il 45esimo Patriarca della Chiesa serba, fondata da San Saba nel 1219 (mentre il patriarcato serbo fu istituito nel 1375). Il nome di Irinej è stato estratto a sorte, fra i 3 candidati indicati dai 45 vescovi alla guida di diocesi in Serbia, altri Stati dell’ex Jugoslavia, Germania, Stati Uniti e Australia, da un anziano monaco, secondo la procedura tradizionale (la mano del monaco sarebbe guidata dallo Spirito Santo).
Quasi ottantenne, egli sembrerebbe una figura di mediazione, essendo considerato un ponte tra i tradizionalisti duri e puri e i riformisti, e in specie per quanto concerne le relazioni con il Vaticano, rispetto al quale si è recentemente espresso in modo significativamente aperto, dopo un periodo di dissidi interni dovuto anche alla vacanza de facto della sede patriarcale (il defunto Pavle è stato ricoverato a lungo in ospedale). Ciò potrebbe portare, secondo quanto affermato dallo stesso Irinej, a un incontro con il Pontefice in Serbia nel 2013: l’occasione potrebbero essere le celebrazioni per il 1.700esimo anniversario dell’editto di Milano, con il quale l’imperatore Costantino, nato proprio a Nis, pose fine alle persecuzioni dei cristiani. Secondo Irinej, «c’è un desiderio del Papa» di un incontro a Nis, e questo potrebbe essere lo spunto «non solo per un incontro, ma per un dialogo». Tutto ciò non è cosa da sottovalutarsi: si tratterebbe infatti del primo incontro tra le due Chiese dopo lo scisma del 1054.
La Chiesa serba, infatti, si è generalmente situata nell’ambito delle Chiese ortodosse maggiormente tradizionaliste: ad esempio, insieme al Monte Athos, essa costituisce l’unica realtà “istituzionale” ortodossa ad avere rifiutato la riforma del vecchio calendario. Inoltre, da essa sono giunte critiche spesso dure al coinvolgimento della Chiesa ortodossa nell’ecumenismo e nel dialogo intracristiano (cui si è sensibilmente interessato, fin dagli anni del Vaticano II, il patriarcato di Costantinopoli), e anche qui si nota la convergenza con le posizioni athonite.
In questo senso, vi sono a tutt’oggi rapporti che potremmo definire “preferenziali” fra la Chiesa serba, i cosiddetti vetero-calendaristi (ortodossi che utilizzano l’antico calendario) e le comunità ortodosse in esilio (ad esempio la Chiesa ortodossa russa in esilio, che nacque a causa delle persecuzioni comuniste e successivamente criticò i compromessi del patriarcato di Mosca con il comunismo stesso), e anche la stessa Chiesa russa, che sembrò fin dagli anni Sessanta attestarsi su posizioni quasi “isolazioniste”.
A proposito delle questioni inerenti all’elezione e soprattutto alle aperture del nuovo patriarca serbo, un cenno merita, per l’appunto, l’annoso capitolo dei rapporti tra Chiesa russa e Chiesa cattolica, e soprattutto quanto riguarda le modalità in cui il possibile avvicinamento tra cattolici e ortodossi serbi verrà recepito dalla “terza Roma”. Se le parole di Irinej appaiono molto significative, sono pure ben note le discordie causate dal problema degli uniati in terra russa. Ovviamente, la questione sembra avere anche risvolti politici, vista la forza della ortodossia russa - che sembrerebbe quasi essere stata “temprata” dalla barbarie comunista, risorgendo più forte di prima - e la volontà di Roma di mantenere fermo il principio del primato giuridico del Pontefice. Una forza, quella russa, manifestata anche dalle relativamente recenti dimostrazioni di Putin in un contesto geopolitico che, oltre alle chiare rivendicazioni puramente strategiche, non è certamente scevro da influenze religiose.
Marco Toti



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