Chiusi in una gabbia virtuale
Un sedicenne ha accoltellato il padre a causa di una partita alla “Playstation”
Mi raccontava un amico che alcuni suoi colleghi di 30-40 anni e sposati tutti i sabato sera vanno puntualmente con la moglie ora a casa dell’uno ora a casa dell’altro e, dopo cena, giocano con la “Playstation”. Le donne sedute in cucina a parlare tra di loro, mentre i mariti si sfidano in virtuali partite di calcio o in discese con gli sci ai piedi o in forsennate gare automobilistiche. Se si sono portati appresso i ragazzini, questi se ne stanno sul divano a esultare per le performance del padre campione.
Nessun argomento trattato, quindi, solo grida o maledizioni per l’errore commesso o per la disattenzione del compagno.
C’era, una volta, il “passito”, vino da conversazione, ma ormai nessuno più conversa e allora diamoci dentro con il whisky da competizione!
Una settimana intera chiusi in un ufficio a pensare alla rivincita del sabato, una settimana trascorsa a dire sì al capufficio e a stare zitti in casa, con il figlio che, se ha l’età per uscire da solo, non si sa bene chi frequenti e cosa faccia la sera fuori o, se è troppo giovane per fare nottata, se ne sta impalato davanti al computer o alla “Playstation”.
Le chiacchierate tra moglie e marito? Nemmeno a parlarne: ognuno chiuso nel suo mondo fatto di sogni massacrati dalla realtà. Le chiacchierate con i figli? Peggio ancora. E per dire cosa, poi? Meglio, appunto, la “Playstation”: magari ci si allena durante i giorni feriali per fare sfoggio della propria capacità nei giorni festivi o prefestivi.
Succede anche che padre e figlio si mettano davanti allo schermo e comincino a giocare tra loro, ma il gioco diventa presto una sfida e ci sta pure che la sfida, a un certo punto, degeneri. Succede e, infatti, è successo.
Domenica pomeriggio, in via Parma, quartiere Vanchiglia, a Torino: il ragazzo, che, data la giovane età - 16 anni - chiameremo Davide, nome di fantasia, si alza tardi. Ha poca fame, ha ancora il sapore della colazione in bocca, butta giù qualche boccone e poi va in soggiorno e si posiziona di fronte alla “Playstation”. Gli piace il calcio, ma mica può giocare da solo? O meglio, potrebbe, ma non è come avere a fianco un avversario in carne e ossa che fa muovere gli attaccanti o i terzini della squadra avversaria. Allora chiama il padre per fare una partita. Già capitato altre volte, niente di strano. Però, ‘sta domenica Davide è particolarmente scatenato: vuole vincere a tutti i costi e, per riuscirci, è disposto a fare strame delle regole. Il padre non ci sta, lo riprende, gli dice che le regole vanno rispettate e che, se non la smette, si alza e se ne va. Davide pare non sentirlo e continua a comportarsi come prima. Il padre gli ripete il concetto, ma il figlio gli risponde a tono. Ci sono tutti i presupposti per una lite furiosa che però il genitore rifiuta, limitandosi a ricordare al ragazzino che, se gli scappa ancora una parola malgiusta, una soltanto, con la “Playstation” per quel giorno ha chiuso. Niente, sono parole al vento: il sedicenne non vuole proprio perdere. Ed è qui che il padre fa una mossa che non avrebbe dovuto fare, secondo la mente obnubilata del figlio: stacca la spina e la “Playstation” muore. Virtualmente, s’intende! Davide scatta in piedi, si precipita in cucina e ne torna con un coltello tra le mani. Senza profferir verbo, si scaglia sul genitore e con un fendente secco gli recide la laringe. L’uomo, quarantaseienne, si accascia al suolo in un lago di sangue. La moglie comincia a urlare. Viene chiamata l’ambulanza. Davide, intanto, si ritrae in un angolo e se ne sta immobile con gli occhi che fissano il vuoto. è uscito dalla realtà virtuale e si ritrova nella realtà vera, con un padre in coma e una madre disperata. I medici salvano l’uomo che, comunque, è ancora in rianimazione. Davide è accusato di tentato omicidio.
La “Playstation” resterà spenta per un bel po’, ci si augura. Ma in quante famiglie dovrebbe stare spenta per un bel po’?
Federico Midgar
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