Sulla punta dell’iceberg calabrese
Le inchieste reggine stanno spaventando la criminalità organizzata che ora cerca di correre ai ripari a modo suo
La ‘ndrangheta minaccia la magistratura per lanciare un messaggio
Si potrebbe liquidare il tutto con un luogo comune del tipo “un proiettile al giorno leva il medico di torno”. Beninteso, se l’opinione pubblica fosse un medico. Perché basta ricevere un’intimidazione per finire iscritti d’ufficio nel registro dei “buoni” dall’antimafia militante. Ma i “percorsi” di certi proiettili, come quello recapitato lunedì scorso in busta chiusa, con tanto di minaccia esplicita («Fatti gli affari tuoi se non vuoi fare la fine di Falcone e Borsellino»), a Giuseppe Lombardo, sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, meritano di essere seguiti con una certa curiosità.
Su Lombardo non c’è moltissimo da dire: è un magistrato, per usare un altro luogo comune, “in prima linea”. Figlio d’arte - suo padre, Rocco, era stato procuratore capo a Locri -, Lombardo sostiene, da pm, la pubblica accusa in molti, importanti processi. Tra questi, il processo “Testamento” che vede coinvolta la ‘ndrina Libri, una delle più potenti della città dello Stretto, e il processo “Vertice” contro la mafia di Archi, il quartiere popolare reggino famoso per essere stato il teatro di battaglia della seconda guerra di ‘ndrangheta, che insanguinò Reggio nella seconda metà degli anni ’80. In tale ruolo, Lombardo è riuscito a ottenere dei risultati importanti, come il sequestro di ben 70 milioni di euro riconducibili, attraverso l’imprenditore Alfredo Ionetti, a Pasquale Condello, detto “’u Supremu”, uno dei boss più potenti della provincia, arrestato dai Ros nel 2008 dopo una lunga latitanza.
Il quadro sembrerebbe chiaro: un magistrato coraggioso, tra l’altro abituato alle intimidazioni (ne aveva ricevuta una quando era sostituto procuratore a Vibo), diventa così pericoloso da dover subire minacce. Le quali, tra l’altro, si inserirebbero in un’escalation che dall’inizio dell’anno caratterizza l’estremo meridione della penisola come mai era avvenuto prima. Come hanno detto chiaramente, tra i tanti che lunedì hanno rilasciato dichiarazioni “a caldo”, Piero Grasso, il procuratore nazionale antimafia, e Laura Garavini, la capogruppo del Pd in Commissione antimafia.
Tuttavia, ai quadri troppo chiari non corrispondono situazioni altrettanto semplici. Sorge spontaneo un dubbio: la ‘ndrangheta, soprattutto a Reggio, non ha mai cercato il confronto diretto con le istituzioni. Rispetto alle consorelle campana e siciliana, ha sempre praticato l’immersione, per quanto le è stato possibile: scenari e ammazzatine eccellenti non le appartengono. Come mai, allora, tutta questa bagarre proprio alla vigilia delle Regionali? Se c’era un momento inopportuno per attrarre l’attenzione delle forze dell’ordine e dello Stato, è proprio questo. Perché, dopo l’attentato alla Procura generale e la rivolta di Rosarno (dietro la quale non pochi hanno intravisto la sua “manina”), la ‘ndrangheta lancia un segnale così forte proprio due giorni prima della seduta straordinaria del Consiglio dei Ministri (che s’insedierà a Reggio stasera e svolgerà il proprio lavoro domani)? Se davvero di un’escalation si tratta, se davvero il “clima pesante”, per usare l’espressione di Grasso, che si respira in riva allo Stretto deriva da un’unica regìa, occorrerebbe concludere che, se non è emersa una tendenza suicida tra le ‘ndrine, poco ci manca. A meno che l’imput di questo comportamento strano non provenga da altro. Cioè dalle carte e dai registri della Procura generale. Perché, tornando alle inchieste di Lombardo, che coinvolsero pure Massimo Labate, un ex poliziotto ed ex consigliere comunale di An, finito in manette nel 2007, la scia di veleni potrebbe essere più lunga di quanto si possa sospettare. Perché indagare su Archi non significa solo occuparsi di criminalità, ma vuol dire pure avere a che fare con i massicci pacchetti di voti (suscettibili di trasformarsi in potere e in quattrini) che i quartieri popolari riescono a concentrare sui candidati “amici”, senza distinzioni di colori e schieramenti. E allora non c’è proprio nulla di strano a ipotizzare che la ‘ndrangheta rischi tanto, per di più in una fase così delicata, perché, a lasciar correre, rischierebbe ancor di più.
Poco prima che scoppiasse la rivolta di Rosarno, Salvatore Di Landro, il procuratore generale di Reggio, aveva dichiarato: «Ci minacciano per qualcosa che stiamo per fare». Un qualcosa, aveva malignato il Corriere della sera in un dettagliato dossier pubblicato in quei giorni, che forse i predecessori di Di Landro non avevano fatto. Già, cosa sta per fare la magistratura reggina?
Saverio Paletta
saverio.paletta@email.it
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