Quando l’archeologia si specchia nel tempo

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Orme del Terzo Reich

Orme del Terzo Reich è una guida tra le principali città della Germania alla scoperta delle vestigia che hanno segnato un’epoca

Èun vero e proprio viaggio nell’archeologia del Novecento. Non si parla infatti delle rovine di antiche civiltà, dei resti muti e affascinanti di templi o arene, ma della presenza ancora viva di testimonianze di pietra relativamente recenti.
Molte città europee nascondono nei loro anfratti memorie antiche e meno antiche, alle volte appariscenti, altre volte nascoste, quasi timidamente appartate. Basta saper guardare, ed ecco che il passato improvvisamente riappare. In Germania, ad esempio. I bombardamenti a tappeto della Seconda Guerra Mondiale, che hanno semidistrutto la quasi totalità delle città tedesche, e poi la rapida ricostruzione del dopoguerra, non sono stati sufficienti per azzerare un tessuto urbano ancora leggibile.
Il Medioevo gotico, il barocco, lo stile del neoclassicismo ottocentesco sono ancora ben presenti, uno accanto all’altro. E ben visibili sono anche le presenze del Terzo Reich, con un giacimento architettonico di tutto rispetto. Monumenti, edifici amministrativi, impianti sportivi, palazzi di rappresentanza, case d’abitazione, strutture militari: le nuove e modernissime città della Germania sono risorte accanto alle numerose realizzazioni che il “Reich millenario”, nella manciata di anni che ebbe a disposizione, riuscì a compiere. A volte soffocando ed emarginando, altre volte riutilizzando la modernità, ha comunque stabilito un suo modus vivendi con lo scottante passato “imperiale”: e qui noti un bassorilievo, là un fregio, certe volte un colonnato oppure un piccolo particolare, una data, un ornamento non scalpellato.
Molti degli edifici che fecero corona a quella vicenda folgorante che fu l’ascesa del Nazionalsocialismo sono ancorà lì. Basta lasciarsi guidare da un’eccezionale iniziativa editoriale, che con una serie di pubblicazioni sta dando vita a vere e proprie guide specialistiche. Esse ci introducono alla presenza leggibile e riconoscibile del Terzo Reich nelle moderne città tedesche. Un modo di fare storia, questo, che è documentazione, testimonianza, valorizzazione della memoria di un’epoca che ha comunque segnato il Novecento, e non solo. L’iniziativa è dell’Editrice Thule Italia, si intitola Orme del Terzo Reich, ed è concepita come una collana, Itinerari fra storia e architettura, di cui sono già uscite le due monografie su Berlino e su Monaco, e di cui è annunciata come prossima una terza, quella su Norimberga.
Non semplici guide, in realtà, ma molto di più. Libri di storia, documenti iconografici, e con una cura per il dettaglio che comprova la scientificità e la qualità di questa originale iniziativa. Si presentano itinerari, si ricostruiscono gli scenari storici indicandocene le attestazioni sopravvissute, aprendoci così al racconto dell’epopea politica e insieme offrendo un ricchissimo repertorio fotografico, che rappresenta decine e decine di edifici come erano all’epoca e come sono oggi, con apparati didascalici preziosi, in grado di fornire una esauriente mappatura circa la consistenza e la dislocazione dei numerosi edifici ancora oggi visibili, di quelli modificati e di quelli andati distrutti. Parliamo dunque di uno strumento utilissimo per il ricercatore, per l’appassionato di storia, per il cultore degli stili architettonici e, soprattutto, per tutti coloro che hanno a cuore l’identità storica delle nostre città europee. Che sono veri scrigni di storia, stratificazioni secolari in cui la volontà, la lotta, il destino dei nostri popoli sono incisi quasi fisicamente sulla pietra.
L’inserimento della struttura urbana qual’era prima del 1945 e qual è oggi nel quadro di una ricostruzione storica e iconografica di prima qualità, permette al lettore di seguire passo passo gli avvenimenti politici e il contesto urbano in cui essi avvennero. A Monaco possiamo così, ad esempio, fermarci davanti al numero 41 di Thierschstrasse, la casa che Hitler abitò al tempo del Putsch del 1923, perfettamente tenuta, oppure davanti al terrazzo del terzo piano della Prinzregentenplatz, dove il Führer portò in seguito la sua residenza monacense, e che oggi è la ben conservata sede della polizia. Al numero 50 della Schellingstrasse, a poca distanza dalla famosa loggia ottocentesca della Feldhernnhalle, dove si celebravano i riti nazionalsocialisti, e che è stata risparmiata dai bombardamenti, si trova ancora l’edificio in cui, dal 1925 al 1931, fu stabilito il quartier generale della NSDAP. L’aquilotto in pietra, sovrastante l’architrave del portone, è ancora al suo posto: gli manca solo la testa. E, accanto, in quello che fu il negozio del fotografo Hoffmannn (le foto degli anni Trenta mostrano le vetrine piene di ritratti del Führer), oggi c’è un rivenditore di biciclette.
Nella fitta serie di documenti del libro dell’Editrice Thule Italia dedicato a Monaco spicca la documentazione relativa a due grandi palazzi costruiti nel 1935, su progetto originale di Paul Troost: il Führerbau, al n. 21 della Arcisstrasse, dove vennero firmati gli accordi di Monaco, e il Verwaltungsbau, cioè l’edificio amministrativo del partito, sulla Meiserstrasse: entrambi intatti, oggi sono la sede dell’Accademia musicale (da cui sono state tolte solo le enormi aquile al di sopra dei loggiati esterni) e un Istituto di storia dell’arte. E la celebre Casa dell’Arte Tedesca è rimasta al suo posto, solo un po’ oltraggiata dal guard-rail di un recente sottopasso.
Anche a Berlino, a parte i più noti edifici come lo stadio olimpico, numerose sono le tracce della nazi-Era armonicamente inserite nel quadro nella nuova megalopoli. Basta pensare al vasto edificio del Ministero dell’Aviazione di Goering, in puro stile neoclassico, oggi adibito a Ministero delle Finanze, sulla famosa Wilhelmstrasse. Oppure, all’ambasciata italiana costruita nel 1940, al palazzone dell’amministrazione comunale berlinese, costruito da Speer nel 1938, fino ai lampioni della Bismarckstrasse, che sono ancora quelli scelti dallo stesso Speer lungo l’Asse Est-Ovest da lui tracciato. Oppure, ancora, i numerosi monoblocchi dei bunker anti-aerei, la Casa dell’Arbeitsfront, l’abitazione di Leni Riefenstahl a Dahlem, il villaggio olimpico... decine, centinaia di documenti di pietra, grandi e piccoli. Forse è anche per questo che, come lamentano certi storici, in Germania il passato non passa.
Luca Leonello Rimbotti



commenti

Grazie Rimbotti

ritratto di catone

Devo ringraziare questo scrittore e saggista eccezionale per avermi fatto conoscere le virtù del paganesimo. E per avermi fatto razionalizzare un lato della mia personalità che già avevo intuito.
La civiltà umana, secondo il Rimbotti, nasce con il paganesimo, con i suoi miti e i suoi riti. Riti e miti pagani sono una sorta di rappresentazione dell’uomo nella collettività: intendendo come tale non la generica (e virtuale) collettività cui si riferiscono le ideologie moderniste, ma nel senso concreto di stirpe, sangue, razza, terra, appartenenza.
I riti e i miti pagani non pretendono di essere verità: il loro scopo è permetere al singolo di armonizzarsi con la stirpe, l’unica veramente immortale. E di cancellare la paura della morte individuale nell’eterno destino della stirpe.
Basta pensare ai monumenti funebri romani, dai quali promana una profonda e serena accettazione della morte quale evento individuale e la prosecuzione della vita nella stirpe.
La società pagana è rispettosa della natura, della quale si sente parte integrane e non dominatrice. La società pagana è, soprattutto, rispettosa della cultura altrui: miti e riti di un popolo, infatti, non possono essere riti e miti di un altro popolo. Le dominazioni pagane sono sempre state economiche e politiche, mai culturali.
Prendiamo sempre l’esempio dei romani: non hanno mai imposto la loro religione, anzi, hanno molte volte preso in prestito miti di altri popoli.
Per tali e altri motivi le civiltà pagane possono essere considerati il vertice della civiltà umana: d’altra parte il mondo antico non viene ancora oggi visto come un esempio.

Secondo il Rimbotti sul mondo pagano si abbatte il monoteismo ebraico, intendendo per con questo termine qualsiasi religione monoteista da esso derivata. Quindi anche Cristianesimo e Islam.
In questo caso farei qualche distinzione. E’ senza dubbio vero, come dice il Rimbotti, che il proselitismo tipico di Cristianesimo e Islam (ma non dell’ebraismo, di cui riparleremo) non è rispettoso delle diversità. Per queste religioni i miti non sono rappresentazioni ma realtà concrete. Dio esiste ed è onnipotente: per tale motivo tutti i popoli sono chiamati a convertirsi. Con le buone o con le cattive.
Io sarei un pò più tenero con Cristianesimo e Islam: se è vero che hanno imposto conversioni e sono stati acerrimi nemici della civiltà pagana, è anche vero che non hanno mai sovvertito la civiltà tradizionale, con la quale hanno mostrato una stupenda capacità di sincretizzazione. Cristianesimo e Islam hanno costruite splendide civiltà, basate sulla gerarchia, sull’amore della terra e del creato, sul bello: civiltà profondamente umane.
E’ però vero, come denuncia il Rimbotti, che le civiltà monoteistiche sono attraversate da una morale basata sul peccato e sul senso di colpa. Peccato e senso di colpa hanno un peso rilevante, visto che queste civiltà concepiscono la morte corporale come evento provvisorio e che la vita eterna è un dono di Dio.
E’ altrettanto vero che queste sono civiltà sono basate sull’universalismo.
Questi due aspetti sono senza dubbio stati dei cavalli di troia che, con il passare del tempo, hanno eroso la convivenza civile basata sull’unità di stirpe.
Ma i veri eversori dell’ordine tradizionale sono gli ebrei. Si sa che la religione ebraica non è proselitista ma esclusivista: Dio è il Dio degli ebrei, il popolo eletto; gli altri non sono uomini ma animali parlanti.
In questo già si vede un razzismo assoluto generatore di odio razziale. Mentre, infatti, per i pagani una razza può essere al massimo migliore delle altre (alle quali vengono comunque riconosciuti caratteri di umanità), per gli ebrei gli altri sono semplicemente “non uomini”, “animale parlanti”.
Il razzismo pagano non incuba odio razziale; richiede solo rispetto delle differenze. Il razzismo ebraico si basa invece sul disprezzo dell’altro, altro che può essere condotto al macello come un animale senza alcun riguardo.
Io, però, sarei rispettoso anche per il giudaismo classico, quello dell’età pre-moderna: il giudaismo postulava la separazione dagli altri uomini, con i quali non ci si doveva contaminare ma che dovevano essere sfruttati al massimo. Quando il giudaismo è diventato liberalismo, comunismo, sionismo, i rabbini si sono spaventati: non soltanto perché temevano di perdere il loro potere sulla comunità, ma soprattutto per il timore che il parassita non potesse sopravvivere alla morte dell’organismo ospitante.
Il parassita era il giudaismo, l’organismo ospitante la civiltà cristiana o musulmana. Un sistema in perfetto equilibrio: se gli ebrei esageravano venivano espulsi, spesso temporaneamente, E il sistema tornava in equilibrio.
L’inizio della fine della tradizione non è, quindi, l’affermazione del Cristianesimo (o dell’Islam) ma l’affermazione dell’ebraismo, cominciata nel 1694 con la costituzione della banca d’Inghilterra.
Da quel momento è stato un disastro a tappe forzate, il disastro della modernità: i contadini sono stati sradicati dalla terra, le religioni (anche quelle pagane) ridicolizzate, la terra stessa distrutta dal cemento (e i suoi dei allontanati, come fa notare lo stesso Rimbotti), l’uomo trasformato nel tubo digerente del moloch comunista. Individualizzato, sradicato, rattristato da un’esistenza senza più alcun senso, affogato in un multirazzialismo senza alcun senso.
Tutto questo mentre gli ebrei affermano con prepotenza ciò che a tutti gli altri viene negato: il loro essere razza, comunità, appartenenza, il loro radicamento alla terra.
Ma la parte senza dubbio più interessante di Rimbotti è l’analisi della rinascita del paganesimo in epoca moderna tramite il nazionalsocialismo. Condivido la sua suggestiva analisi, visto che il nazionalsocialismo è stato capace di suscitare il medesimo senza di appartenenza alla stirpe delle società pagane antiche.
Respingo invece la definizione di neo-paganesimo per il nazionalsocialismo, definizione alla quale preferisco quella di “paganesimo nazionalsocialist”a. Perché quello nazionalsocialista era paganesimo autentico, non reinventato: paganesimo vero perché ancora radicato in tutti gli strati della popolazione e tornato miracolosamente in superficie dopo secoli di cattività. Come questo sia stato possibile Rimbotti lo dice solo parzialmente: a mio giudizio la distruzione della società cristiana in Germania ha permesso il riemergere dei valori pagani sopravvissuti sincreticamente al cristianesimo, E riaffermatisi prepotentemente nel momento in cui tutta la stirpe germanica è stata minacciata nella propria sopravvivenza.
Il termine neo-paganesimo lo vedo meglio impiegato nelle finzioni attuali, figlie dell’importazione artificiosa nella società occidentale del tribalismo africano (come la musica rock).
A parte queste modestissime e non di certo decisive correzioni, l’opera di propaganda di Rimbotti è indispensabile per far capire su quali basi si sono affermati fascismo e nazionalsocialismo. E perché questi due movimenti sono stati forse l’ultima speranza per una civiltà più umana.
Una volta soffocata nella più feroce persecuzione della storia ed una volta distorti con tutta una serie di enormi menzogne (modi di procedere tipicamente ebraici) nulla ha più potuto salvare l’occidente (e forse il mondo) dalla mostruosa degenerazione che oggi vediamo.
Noi possiamo solo, come dice Rimbotti, ammirare il mito mitizzato: non abbiamo avuto il piacere, come altri, di ammirare il mito vivente.

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