1900: piccola, grandiosa rivoluzione industriale

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Operai in cava dell '800

Nei primi anni del secolo scorso, anche l’Italia patì la brusca frenata che rallentò l’economia internazionale. La crisi colpì i settori nevralgici del Paese desideroso di crescere, ma bloccato dai timori dell’imprenditoria

Il comparto siderurgico si potenziò e, pur non avendo concrete possibilità di esportazione a causa dei prezzi eccessivi, riuscì a superare le difficoltà

La frenata dell’economia internazionale nel 1907 ebbe ripercussioni particolarmente negative in Italia, su un tessuto industriale e finanziario ancora decisamente arretrato nonostante gli sforzi e i cambiamenti che avevano caratterizzato l’inizio del nuovo secolo. Perché la piccola rivoluzione industriale “de noantri” non aveva assolutamente risolto i consueti nodi strutturali. A partire dall’eccessivo ruolo delle banche sino all’abituale mancanza di capacità di larga parte dell’imprenditoria nazionale, taccagna e timorosa di fronte ad ogni ipotesi di investimento, soprattutto se la spesa comportava il coinvolgimento di parte della ricchezza personale.
Meglio lasciar spazio alle banche. Credito Italiano e Banca Commerciale non si erano lasciati sfuggire l’opportunità di metter mano sull’intero sistema siderurgico nazionale, con partecipazioni sia nella grande industria sia nelle piccole aziende collocate soprattutto al Nord. E considerando gli intrecci tra siderurgia e cantieristica navale, le banche divennero importanti azionisti anche dei cantieri e delle compagnie di navigazione. Si trattava di settori che richiedevano notevoli capitali, basti pensare che prima della guerra il capitale investito nella sola siderurgia superava i 500 milioni. E la produzione, pari a poco più di 60.000 tonnellate annue a fine Ottocento, era balzata a quasi un milione di tonnellate alla vigilia della guerra (a cui vanno aggiunte le oltre 400.000 tonnellate di ghisa). Il balzo era notevole, ma il divario con gli altri Paesi industrializzati europei restava enorme: la  Francia produceva 7 volte tanto, e non era il primo produttore. Inoltre i prezzi italiani erano più alti di quelli a cui veniva commercializzato l’acciaio in Germania o Gran Bretagna.
In questo scenario Credito e Commerciale si scontrarono per il controllo della società Elba, fondata da un gruppo franco-belga con la Ferriere Italiane di Luzzatto e con il sostegno del Credito Italiano. Nella società entrò poi il genovese Edilio Raggio, ricco imprenditore con interessi che spaziavano dal carbone allo zucchero, dal cotone alla siderurgia. Raggio aveva scalato la Terni e costituito la Società siderurgica di Savona a cui faceva capo anche la cantieristica della Odero-Orlando. E quando i franco-belgi si ritirarono dall’Elba, ne acquisì il controllo. Ma la Terni era legata alla Banca Commerciale ed era impegnata nello scontro con la Società altiforni e fonderie di Piombino che faceva capo a Max Bondi. Ad evitare lo scontro aperto fu la legge per lo sviluppo di Napoli, del 1904. Una legge che prevedeva agevolazioni per le imprese siderurgiche che si fossero insediate al Sud, con la possibilità di estrarre minerale di ferro dall’isola d’Elba. La concessione fu ottenuta dall’accoppiata Ferriere Italiane-Credito Italiano che rientrò nel grande giro.
Nel 1905 fu però creata l’Ilva, in base all’accordo tra Credito e Commerciale. Ma aziende siderurgiche sorsero e si svilupparono ovunque. Da Bagnoli a Savona, da Portoferraio a Sestri Ponente. Vicino a Bergamo si installò la Dalmine, a Sesto San Giovanni le Acciaierie e ferriere lombarde che facevano capo a Falk, Radaelli e altri industriali lombardi sostenuti dalla Commerciale.
Ma la crescita del settore, basata solo su commesse pubbliche, priva di possibilità di esportazione a causa dei prezzi eccessivi, legata a speculazioni in Borsa degli stessi proprietari, non riuscì a far fronte alla crisi internazionale del 1907. E ci si rese conto che la produzione interna superava la capacità di assorbimento del Paese. D’altronde, senza investimenti tecnici (poiché le finanze erano state utilizzate per le speculazioni) il settore non era competitivo ed era sommerso dai debiti. Anche perché la crisi generale aveva fatto calare i valori di Borsa. Così le banche diminuirono i crediti ed aumentarono i tassi mentre le industrie risposero bloccando le iniziative in progetto mentre aumentarono le importazioni, soprattutto dalla Germania, di acciaio a basso costo. Il governo italiano decise di far intervenire la Banca d’Italia per il salvataggio, mentre le scorte si accumulavano nei depositi delle industrie siderurgiche.
Le banche – anche Credito, Commerciale, Società Bancaria e alcune Casse di risparmio – intervennero nel 1911, ma pretesero e ottennero il blocco di nuovi impianti per 5 anni. Era vero che il settore aveva problemi di sovrapproduzione, ma un simile blocco impediva di fatto l’ammodernamento degli impianti, aggravando la condizione di scarsa competitività. Alcune società – come Elba, Piombino, Ferriere Italiane e altre – diedero i propri impianti in concessione all’Ilva per 12 anni. Peccato che l’Ilva non si dimostrò in grado di gestire il blocco di imprese, migliorando l’organizzazione tecnica e produttiva.
La crisi non colpì solo la siderurgia. Ci furono problemi per le banche, a partire dalla Società Bancaria Italiana che fu salvata da Banca d’Italia, con Credito e Commerciale, e poi direttamente dal governo. Ma già allora le banche italiane si caratterizzarono per la ritrosia con cui concedevano il credito alle imprese. Con ulteriori difficoltà se le aziende erano di dimensioni medio-piccole. A loro volta gli imprenditori manifestavano la tipica taccagneria che non ha smesso di accompagnarli sino ai tempi attuali. Dunque scarsissimo ricorso all’autofinanziamento, con ripercussioni sugli investimenti. Mentre la Borsa non decollava come forma di sostegno finanziario alle imprese e si limitava a rappresentare il luogo fisico della speculazione finanziaria.
Così le banche si concentravano nel finanziamento dei settori protetti, quelli con commesse pubbliche garantite o con tutele doganali, dai cantieri navali alla siderurgia, alla metalmeccanica. Mentre gli altri settori si ritrovavano alle prese con le difficoltà della congiuntura internazionale e con un mercato interno asfittico a causa dei soliti salari al limite della sopravvivenza che non permettevano un incremento dei consumi. Così il tasso di sviluppo industriale precipitò dal 6,7 al 2,3% annuo. Ed i risparmiatori si indirizzarono verso i titoli di Stato che prosciugarono le risorse utilizzabili dal settore industriale. Di conseguenza il governo si ritrovò obbligato ad intervenire per sostenere l’industria, puntando sempre di più sui settori già protetti, a partire dai servizi marittimi che vennero riorganizzati. Così, con il sostegno dell’immancabile Banca Commerciale, venne realizzata l’unione della Navigazione generale, dell’Italia, del Lloyd italiano e della Veloce, con un capitale di oltre 110 milioni di lire mentre Società Veneziana, Lloyd Sabaudo e Puglia, che proseguirono l’attività, non superavano i 36 milioni di capitale complessivo.
Se si aggiungono le spese per favorire l’industria italiana nella produzione di armamenti, nella produzione di materiale ferroviario, nella produzione di zucchero e in altri settori, si comprende come lo Stato dovesse accollarsi, dall’inizio della crisi al 1912, passivi per oltre 200 milioni. Di fatto il liberismo, tanto sostenuto negli anni successivi all’Unità, aveva lasciato il posto ad un intervento diretto dello Stato nell’economia. E non per situazioni particolari, per iniziative sporadiche come avveniva all’estero, ma come strumento strutturale a sostegno di una imprenditoria che manifestava, in ogni settore, la propria inadeguatezza a confrontarsi con il mercato internazionale.
Solo grazie all’intervento pubblico fu possibile garantire all’Italia un incremento del reddito pro capite del 40% nei primi 15 anni del secolo, mentre l’agricoltura cresceva ad un tasso medio annuo del 2% e la produzione industriale raddoppiava dal 1903 al 1913, con un proporzionale incremento degli occupati nel comparto manifatturiero. La popolazione, nel frattempo, era salita ad oltre 37 milioni di abitanti,rispetto ai meno di 33 milioni di inizio secolo.
E benché la domanda interna rimanesse profondamente inferiore rispetto a quella degli altri Paesi industrializzati europei, anche in Italia registrò forti crescite. Non solo per effetto dell’incremento demografico, ma anche come conseguenza del crescente inurbamento. Se in precedenza, infatti, la popolazione contadina basava la propria economia familiare sull’autoconsumo, il trasferimento in città comportò inevitabilmente una maggior richiesta di beni e servizi. Ma la fascia più consistente della popolazione rimaneva comunque ben lontana da livelli di vita e di consumi decorosi.
Inoltre i tassi di crescita registrati, ad esempio, nel commercio estero – che crebbe in Italia del 118% tra l’inizio del secolo e lo scoppio della guerra, a fronte dell’incremento del 52% dell’Inghilterra e del 92% della Germania – si spiega anche con i livelli, bassi, di partenza. Il commercio estero rimaneva comunque lontano dai valori degli altri Paesi, così come rimaneva lontano il valore delle nostre esportazioni, benché in 20 anni fossero cresciute di due volte e mezzo. Ed era cambiata anche la composizione delle merci vendute all’estero. Con una progressiva riduzione del peso dei settori tradizionali, dalle sete allo zolfo, dai vini all’olio. L’Italia stava indubbiamente cambiando, si stava modernizzando. Ma i costi venivano fatti pagare solo alla parte più povera e più debole del Paese.
Non a caso si moltiplicarono le associazioni di vario tipo tra i lavoratori. Che cercavano, in questo modo, di avere più forza contrattuale ma che attraverso le varie società di mutuo soccorso diedero anche vita ad iniziative importanti sotto l’aspetto economico e sociale. Mense autogestite, associazioni mutualistiche, circoli ricreativi che si trasformavano – a volte – in luoghi di confronto politico e di formazione personale, con la possibilità di imparare a leggere e scrivere. Cominciava ad intravvedersi una rete di relazioni, di sostegno, di aiuti tra chi si sentiva sfruttato da un padronato sempre più arrogante e sempre meno paternalista. Un padronato che, ovviamente, non stava a guardare e si organizzava a sua volta con associazioni di imprenditori. «L’unione fa la forza» non era un concetto chiaro solo al proletariato. E nell’Italia che si avvicinava alla guerra le prove di forza non sarebbero mancate.
Teresa Alquati



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