Islam, nostro nemico incompreso

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Islamici in preghiera

U n tempo, quando la religione faceva inequivocabilmente parte di quella sovrastruttura, collocata dal marxismo al margine della struttura economica, e che quindi aveva scarso peso politico, dalle nostre parti dell’Islam si sapeva ben poco. Per gli orecchianti aveva per lo più un carattere esotico, con tratti decisamente materialistici, visto che il loro paradiso veniva da noi visto con i tratti di un gaudente harem, con uomini privilegiati fruitori e le donne limitatamente oggetto.
Ma con l’informazione televisiva qualcosa incominciò a cambiare e l’Islam incominciò a mostrarsi come religione, relativamente seria, cultuata da fedeli caratterizzati da un certo fanatismo dai tratti primitivi. Anche in quella seconda fase, quella in cui a mo’ di offesa con riferimento al suo sottosviluppo la Calabria veniva chiamata “Calabria Saudita” (magari oggi la nostra regione meridionale potesse meritare questo appellativo!), si dava poco spazio politico al mondo islamico e del suo culto si coglievano gli aspetti per noi eccessivi. Dalla faticosa preghiera all’estenuante mese del digiuno, vera controparte di quel cattolicesimo più moderno che rinunciava persino all’astinenza del venerdì. Non è chiaro se per decisione autonoma della Chiesa di Roma o se per manifestazioni di protesta dei macellai.
Qualche decennio dopo però, culminante nel fatidico 11 settembre, anche la gente comune del mondo occidentale, dovette rendersi conto di due cose. Anzitutto che la religione non costituiva una categoria secondaria del pensare e dell’agire umano, in fase di smantellamento con il sopraggiungere di un benessere per tutti, e che l’Islam in particolare aveva un forte peso politico.
Certamente queste considerazioni appaiono alquanto grossolane, perché ben prima dell’11 settembre molti movimenti politici ebbero carattere religioso, ma mai come in quel momento la fede si manifestò al mondo con tutta la sua forza. Così come non fu la prima volta che si guardava ai Paesi islamici, che, oltre per quel fanatismo di cui si rivestivano in seguito agli attacchi suicidi, acquisivano visibilità anche per un’ostentata ricchezza che si traduceva in un enorme sviluppo tecnico (un grattacielo costruito in brevissimo tempo è un prodotto della tecnica).
Oggi, lasciata da parte la “metafisica” marxiana, appare chiara l’importanza dell’ideologi religiosa e il suo portato politico, ma non per questo si riesce a comprendere pienamente lo spirito dell’Islam. Esiste soprattutto un aspetto che desta meraviglia da parte del mondo cristiano, l’elemento cultuale, così radicato, nel modo in cui da noi si va progressivamente oscurando. Tradizionalismo a parte, con la valutazione insistita della formula (messa in latino), la Chiesa cattolica ha mostrato la tendenza a qualificarsi sempre più per un aspetto etico-sociale, seguendo in ciò il Protestantesimo in quella svalutazione delle opere che ebbe il suo principale esponente in Lutero. Forme avanzate della valutazione del sociale in ambito cattolico furono sia il Concilio Vaticano II che le Comunità Ecclesiali di Base, legate alla teologia della liberazione. Che, pur se subì alcune condanne da parte dei difensori dell’ortodossia, di fatto interpretò il modo di sentire di un fedele più interessato a curare l’opera di Dio che Dio stesso.
In ciò l’Islam è radicalmente differente. La sua assoluta spiritualità per la quale Dio è Dio e Muhammad è soltanto un profeta, pone in secondo piano l’opera umana rivolta ad altro che al dio stesso. All’uomo spetta anzitutto riconoscere questo assoluto e limitarsi a nominarlo, senza mai poterlo raffigurare, quindi è d’obbligo celebrarlo con assiduità, mostrandosi pio, ovvero religiosus. Dei cinque comandamenti islamici solo uno fa riferimento ad altri esseri umani: lo zakat, ossia l’elemosina, scrupolosamente calcola sulla base del reddito. Gli altri, oltre alla fede nel dio unico, concernono la preghiera, l’astinenza (il Ramadan) e l’haji, il viaggio alla Mecca da compiersi una volta nella vita. L’altro obbligo, basilarmente osservato dai fedeli, è l’astinenza dalla carne di maiale che, fondata sull’impurità dell’animale, viene seguita anche per una repulsione maturata con l’abitudine.
Ben diversi dunque questi obblighi dai nostri comandamenti, tra i quali spiccano obblighi nei confronti dei simili piuttosto che nei confronti di Dio. Cosa che deriva dalla radice delle due religioni, l’una fondata sul valore esclusivo dello spirito, l’altra sulla valutazione della carne attraverso la figura del dio-uomo. Da qui la necessità di non considerare con meraviglia, da parte nostra, la preminenza del rito, inteso come celebrazione di Dio, da parte della realtà islamica, a detrimento del carattere etico. Il che non significa che il musulmano possa liberamente rubare, uccidere, mentire o altro, ma che, per quanto riprovevoli queste carenze non risultano più gravi del non pregare, del non digiunare, ossia di non mostrare rispetto per il valore assoluto qual è Allah.
Consideriamo un altro tratto dove, soprattutto nel quotidiano, si evidenzia una sostanziale differenza. La fede.
Una lunga tradizione teologico-filosofia sorta nell’ambito del cristianesimo, colloca la fede in Dio, il credere, come una sorta di conquista, magari dopo una travagliata ricerca. Sì che colui che giunge alla conquista della verità divina percepisce tale raggiungimento come un traguardo, le cui conseguenze hanno poi un carattere complementare. Sì che unanimemente si dichiara di essere fondamentalmente credenti, anche se poi il culto viene trascurato in quanto elemento secondario.
Cosa assolutamente non possibile da parte di un musulmano che non considera la sua fede in dio come una conquista, ma come pura conseguenza di un’evidenza. Credo naturalmente, ovviamente, perché Dio esiste e si è manifestato al tempo e continua a manifestarsi con la sua parola trascritta. Credo perché so, senza alcuno sforzo, senza alcun dubbio; il problema, ovvero la difficoltà nasce dalla conseguenza di questa conoscenza. Adeguare a questa il mio comportamento: essere costante nel culto, con la preghiera e con le prescrizioni rituali.
Con ciò non intendiamo prediligere un tipo di atteggiamento religioso rispetto all’altro, ma mostrare come si debba badare alla coerenza fra una dottrina e la sua pratica (coerenza a volte carente in chi dichiara di credere in Dio ma di trascurarne il culto), e che su tale base possiamo e dobbiamo comprendere altre forme di pensiero e di comportamento a noi parzialmente estranee. E, aggiungiamo, di queste, ce ne sono tante, a tanta dev’essere la nostra capacità di analisi sorretta dal gusto dell’intelligenza più che della presunzione della verità.
Luciano Arcella



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