Alla ricerca della scienza

Categoria:
Ricercatrice in laboratorio

Attesa a giorni dal Ministro Gelmini la presentazione dell’atto di indirizzo: previsti fondi per 10 miliardi di euro

Finalmente arriva il Programma Nazionale che mancava da ben tre anni: investimenti sui giovani e collaborazione pubblico-privato i punti di forza

E ntro fine gennaio, Maria Stella Gelmini, Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, presenterà ufficialmente il Programma Nazionale della Ricerca (Pnr), una sorta di “manovra” per la ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica e lo sviluppo che prevede nel quinquennio 2009-2013 una spesa di 10 miliardi di euro, con l’obiettivo di aumentare gli investimenti pubblici nel comparto dall’attuale 0,56% del Pil allo 0,65%. Potrebbe sembrare poco, visto che negli altri Paesi europei la media ammonta all’1%, ma il vero gap è un altro: le aziende italiane investono in ricerca circa il 55%, nella media europea l’1,7%.
Una distanza è talmente ampia che, realisticamente, non la si riuscirà a colmare. E questo potrebbe ridurre il piano ideato dalla Gelmini ad un mero prontuario di buone intenzioni. Una stroncatura simile rischia però di essere qualunquistica quanto il cahier de doleances che i ricercatori stilano periodicamente nei confronti dei vertici politico-istituzionali.
È più utile e positivo, invece, cercare di analizzare il Pnr, anche perché la sua stessa esistenza è comunque significativa: il precedente Piano era scaduto da tre anni. Inoltre, quest’atto di indirizzo è accompagnato da altri segnali incoraggianti, come il progetto per lo sviluppo del Mezzogiorno voluto con caparbietà da Giulio Tremonti, che prevede 50 milioni di investimenti in tre anni per progetti di innovazione capeggiati dai maggiori Enti di ricerca. In aggiunta, il Ministro vuol inserire nella riforma del sistema fiscale un “bonus” per chi favorisce l’occupazione e investe in ricerca e innovazione, compensato da un “malus” per chi specula in finanziaria e consuma risorse ambientali.
Poi ci sono i contratti per l’innovazione tecnologica decisi dal ministero dello Sviluppo economico, con cui Claudio Scajola vuole «mettere il turbo all’innovazione» e «consentire alle imprese italiane di conquistare nuovi traguardi nelle produzioni e nei servizi ad alto valore aggiunto», creando occupazione per oltre 30 mila ricercatori. La dotazione pubblica è di un miliardo di euro, cui dovrebbe aggiungersi un altro miliardo di provenienza privata, per finanziare progetti della durata massima di 3 anni e d’importo superiore a 10 milioni di euro. Questa logica di sinergia e di volano è anche al centro del Pnr ed è l’unica soluzione possibile al deficit di investimenti nazionale.
L’obiettivo occupazionale nel settore è però complementare, perché altrettanto grave è il deficit di risorse umane rispetto ai concorrenti europei e internazionali. In questo senso, appare “un’iniezione di fiducia”, come dice il presidente Luciano Maiani, l’assunzione al CNR di 485 ricercatori a tempo indeterminato: un’inversione di tendenza rispetto al blocco del turn over a cui gli Enti pubblici di ricerca (Epr) sono stati soggetti per anni, secondo un inconcepibile appiattimento sulle norme della pubblica amministrazione.
In questo contesto, critico ma con qualche spiraglio, il Programma Nazionale della Ricerca del MIUR intende colmare il ritardo italiano in termini di investimenti e di vocazione puntando sul merito e sulla responsabilizzazione di università ed enti e, per le imprese, sul cambiamento della specializzazione produttiva, sullo stimolo a investire di più e sulle facilitazioni per le Pmi.
Affinché ciò avvenga un arco di tempo medio, il PNR individua 18 linee d’azione, tra interventi di periodo breve (con il sostegno del Miur e di altri Ministeri) e medio-lungo lungo (principalmente legati al FIRST-Fondo per gli Investimenti nella Ricerca Scientifica e Tecnologica), tra piani europei, nazionali e locali (in coordinamento tra le varie amministrazioni). Si va dai distretti tecnologici ai poli di eccellenza, dall’appoggio allo sviluppo competitivo nei settori forti del made in Italy alla priorità su Energie a fonti rinnovabili, patrimonio artistico-culturale e ambientale, mobilità sostenibile, fino alla canalizzazione degli investimenti futuri verso le tecnologie “abilitanti” in genetica, energia, materiali, neuroscienze, informazione e ambiente.
Rilevante la scelta di riservare ai giovani il 20% delle risorse per la ricerca libera, a studiosi under 40 una quota di almeno il 25% delle disponibilità finanziarie per progetti knowledge-driven, di dare sostegno alle scuole di dottorato internazionale e incentivare il rientro dei “cervelli” italiani all’estero. Il sistema della ricerca ha infatti addetti di età media elevata, con “un buon score di pubblicazione”, ma “riluttanza” verso la ricerca suscettibile “di applicazione industriale”, come si legge nel documento ministeriale. Il Pnr ambisce persino ad attrarre giovani da altri Paesi, attraverso l’assegnazione di fondi a corsi di dottorato e assunzioni post-dottorato. Il saldo della mobilità intellettuale odierno è notoriamente, pesantemente passivo.
Il Programma prevede altre impegni per il rilancio nel Mezzogiorno, mediante lo strumento dei PON, mirati a progetti di importo non inferiore ai 6 milioni di euro e con bandi che prevedano la partecipazione di “più esponenti della filiera produttiva e di ricerca attivi nelle singole regioni” e il coinvolgimento di “capitale umano” giovane e altamente qualificato. Si rimarca insomma le necessità di creare un asse pubblico-privato e di svecchiare l’età media dei ricercatori.
L’altra urgenza ineludibile, strettamente legata alla sinergia ricerca-imprese, è fare ordine tra i troppi soggetti che oggi sostengono e interpretano l’innovazione. Le risorse sono guidate da una selva di leggi, dalla 204/1998 alla 297/1999, e sparse in mille rivoli, tra First, Prin, Far, Firb, Fas… Un caos pericoloso che rischia di rendere ancor più insufficienti i fondi, già messi a disposizione con il contagocce. Per questo serve un riordino che secondo il ministro Gelmini passa per riforma universitaria, restyling di enti di ricerca e soprattutto per una cabina di regia o “segreteria tecnica di governance” in grado di coordinare gli interventi di ricerca “sviluppati da diverse istituzioni centrali e regionali”. Che però il “cervello” sarà localizzato al Miur e non al Dicastero dell’Innovazione sarà una scelta politica non da poco e il Ministro dell’Istruzione dovrà vedersela con il collega Renato Brunetta, notoriamente un tipo “tosto”.
Lorenzo Stella



Torna in cima alla pagina