Travolti da un insolito ma inevitabile destino
Dal devastante uragano che cancellò il porto di Galveston, nel Texas, allo tsunami in Thailandia, fino alla recentissima tragedia di Haiti, la furia distruttrice della natura si scatena sempre di più
«Tutti questi liberal che vogliono salvare l’ambiente e gli animali: quante stronzate. Se rimanessero davvero a contatto con la natura e gli animali non potrebbero resistere…», disse una volta il grande regista americano John Milius, a proposito della maniacale fisima tutta progressista di considerare l’ecosistema come una chioccia amorevole e protettiva. Andatelo a dire agli haitiani. Quelli sì che lo sanno bene, adesso, cosa sia capace di fare Gea quando rivela il suo lato terrifico. Ed è assai dura dover riconoscere che il destino di ognuno di noi possa essere determinato, invece che dal tanto mitizzato “libero arbitrio”, da una faglia qualsiasi. E quella su cui hanno finora condotto la loro grama esistenza gli haitiani s’è rivelata una faglia davvero carogna, un diabolico trappolone che all’improvviso, in un afoso pomeriggio di gennaio, ha deciso di scattare a tradimento, divorando gli incauti che ci si trastullavano sopra. Un minuto, un solo maledettissimo minuto e tutto è cambiato. Il “ridente” paradiso tropicale s’è così trasformato in un’orrenda smorfia d’orrore, mostrando i denti cariati degli edifici sventrati e il fetido alito della nube di polvere sollevata dalla terra impazzita. Non s’è salvato praticamente nulla. La magnitudo del sisma, 7,5, il più potente mai registrato negli ultimi 200 anni, praticamente ha piallato uomini e cose. Nella capitale, Port-au-Prince, sono implosi il palazzo presidenziale, il parlamento, il penitenziario, le chiese, gli ospedali. Sì, il terremoto è decisamente “democratico”, poiché non guarda in faccia nessuno. Ci hanno lasciato le penne, oltre ai parìa delle bidonville, molti parlamentari, ministri dell’esecutivo, il personale dell’Onu, quello della polizia, e persino il vescovo. Si teme che ci abbiano rimesso la vita almeno in duecentomila. E ora c’è pure il rischio di epidemie. Ma come è stata possibile una catastrofe di queste proporzioni? Il fatto è che Haiti occupa la porzione occidentale dell’isola di Hispaniola, e questa, il primo lembo di terraferma sul quale è andato a inciampare un Cristoforo Colombo in preda alla fregola delle Indie, giace a cavalcioni su una gigantesca frattura della crosta terrestre nota col nome di “faglia di Enriquillo-Plaintain Garden”. L’enorme falla segna il tribolato “confine” tra la meridionale placca delle Antille, che si muove in direzione Nord, e quella settentrionale sulla quale “galleggia” il Nordamerica, che invece viaggia verso Sud. Le due zolle vengono così a collidere, e sul punto di contatto, proprio a causa dell’immane pressione che viene ad esercitarsi dal premere delle vaste masse continentali, si accumulano spropositate quantità di energia, che al momento di liberarsi lo fanno sotto forma di violentissime onde sismiche. Guai a chi si trova disgraziatamente a soggiornare in prossimità di queste bombe nucleari dormienti. Infatti proprio con la forza distruttiva equivalente a 35 bombe atomiche esplose sotto i loro piedi hanno avuto a che fare gli haitiani. E si teme che ancora non sia finita, poiché i sismologi sono convinti che entro breve tempo anche l’attigua faglia di Cibao, localizzata nella Repubblica Dominicana, quindi a un tiro di schioppo dalla responsabile dell’attuale ecatombe, presto si darà anch’essa “da fare”. Certo, da queste parti c’è una certa fatalistica abitudine alle bizzarrie della natura. Hispaniola, è la seconda isola caraibica dopo Cuba ed è seguita, in ordine di grandezza, da altre migliaia di grandi e piccoli grumi tettonici che vanno a comporre il numerosissimo arcipelago delle vacanze dei vip. E tutti questi lembi di terra sono scaturiti dagli abissi marini proprio per merito di formidabili, ciclici cataclismi vulcanici e sismici che da queste parti sono praticamente “di casa” e lo saranno purtroppo anche nel futuro. Era l’aprile del 1902 quando nella vicina isola della Martinica il monte Pelée, un vulcano ritenuto fino a quel momento del tutto inoffensivo, entrò in fase eruttiva. Dapprima si trattava di innocua cenere e quindi la cosa fu presa decisamente sottogamba. Malgrado il graduale intensificarsi dei fenomeni, poi, si continuò a fare finta di nulla perché proprio in quei giorni si sarebbero dovute celebrare le elezioni e il Governo dell’isola le tentò tutte per impedire l’esodo della popolazione, arrivando persino a pubblicare articoli rassicuranti sul quotidiano locale. Ma la mattina dell’8 maggio alle 7,50, tutt’a un tratto, una terrificante esplosione sbriciolò letteralmente il cono vulcanico del Pelée. Dalla montagna prese forma una gigantesca nube piroclastica, un cosiddetto “surge”, che, a causa dell’altissima temperatura - circa 1.000 gradi - e dell’alto peso specifico, iniziò a rotolare rasoterra come un rullo compressore in direzione del mare alla velocità di 400 km orari, travolgendo e calcinando all’istante tutto quello che incontrava sul suo cammino. La città di Saint Pierre ebbe proprio la sfortuna di trovarsi sul percorso del leviatano di fuoco. In una manciata di minuti, lo sfortunato centro urbano venne completamente vaporizzato insieme a tutti i suoi trentamila abitanti. Ci fu un solo sopravvissuto, un prigioniero che si salvò perché era letteralmente sepolto vivo in una cella sotterranea che però risultò essere la sua salvezza. Da quel giorno, ogni attività effusiva che mostra caratteristiche analoghe prende il nome, appunto, di “peleana”. Anche presso la continentale civiltà azteca, localizzata nel vicino Messico e ormai estinta da secoli, gli antichi miti cosmogonici sono colmi di richiami ad antichi cataclismi provocati dalla lotta tra divinità iraconde: «Nella prima creazione fu Tezcatlipoca a divenire Sole: il mondo fu popolato da giganti ma distrutto da giaguari. Quetzalcoatl - il serpente piumato - divenne Sole nella seconda creazione e tale rimase fino a quando Tezcatlipoca il giaguaro, la parte negativa di sé stesso, non lo abbatté con un colpo d’artiglio; si alzò allora un grande uragano che distrusse il mondo. Gli dei creatori posero quindi Tlaloc come terzo Sole, ma Quetzalcoatl fece piovere fuoco e il mondo fu di nuovo distrutto. Quetzalcoatl innalzò allora la sorella di Tlaloc come quarto Sole ma Tezcatlipoca fece diluviare a tal punto che l’umanità perì. Il quinto Sole, il nostro, è Tonatiuh». E secondo le “sinistre” profezie, anche il mondo di Tonatiuh farà la fine dei predecessori. Vista la “vivacità” sismica e meteorologica di queste latitudini è giocoforza supporre che tali leggende rievochino antichissime catastrofi naturali realmente accadute e successivamente cristallizzate nei miti. Anche le imponenti vestigia maya rinvenute nelle foreste dello Yucatan pressoché intatte, come se fossero state tranquillamente abbandonate dagli antichi inquilini, suggeriscono l’ipotesi che l’Armageddon che si abbatté sull’antico popolo centroamericano non sia stato tanto di natura sismica quanto meteorologica. Forse una prolungata siccità con conseguente carestia che ha gravemente compromesso il tessuto sociale maya provocando l’implosione della civiltà. Insomma, l’indigesto menù offerto dal caduco “ristorante” caraibico, oltre che abbondante è anche vario. Quella haitiana, infatti, è stata solo l’ultima di una lunga serie di apocalittiche “chicche”. Le nefaste “portate” cominciarono ad essere servite in lontanissime epoche ormai sepolte negli eoni del tempo, allorquando un anonimo asteroide-killer venne a impattare proprio in territorio yucatego o giù di lì, provocando, tra terremoti, tsunami e glaciazioni, una repentina estinzione dei dinosauri. Il Novecento poi non s’è fatto mancare nulla. Il secolo esordì con un uragano a dir poco devastante che cancellò dalla faccia della terra il fiorente porto di Galveston, nel Texas marittimo. S’è trattato della più grande catastrofe naturale che abbia mai colpito gli Stati Uniti. Il numero delle vittime non è mai stato calcolato con esattezza. C’è chi dice 10mila morti, chi parla di 12mila. Il fatto è che a quei tempi i cadaveri dei neri non erano neppure messi nel conto, perché considerati… non umani. Perciò è assai probabile che il bilancio “autentico” dell’uragano assassino sia stato molto più pesante. Si è trattato di una “Katrina” ante litteram, insomma. Solo che quest’ultimo s’è abbattuto su una grande metropoli del terzo millennio dotata di ben altri strumenti tecnologici e di edifici più solidi, e inoltre gran parte della popolazione s’era già messa al sicuro, avvertita in tempo utile da previsioni meteo infinitamente più precise di quelle disponibili a inizio secolo. E malgrado tutto, New Orleans ancora deve riprendersi dal duro colpo ricevuto. È facile immaginare quello che deve essere accaduto nel porto texano quel lontano giorno di un secolo fa. Un altro diluvio infuriò con inaudita violenza nell’ottobre 1998 su Honduras, Guatemala, Nicaragua ed El Salvador. Ovunque è passato, Mitch, questo il nome del vero e proprio flagello di Dio che s’è scatenato in Centro America, ha annientato tutto ciò che poteva, provocando una tragedia che ha fatto regredire l’area interessata di 30 anni almeno. Con venti che hanno toccato i 300 km all’ora, le piogge torrenziali, le frane e le inondazioni, Mitch è stato uno dei più rovinosi cicloni del XX secolo. Nella sua scia di devastazione ha causato decine di migliaia di morti e di dispersi, epidemie, cancellato la produzione agricola di diversi stati e affogato interi allevamenti di bestiame. Con un curriculum del genere, è facile immaginare ciò che prova la gente di questi luoghi quando il meteorologo annuncia l’approssimarsi sulle loro teste di un simile spauracchio. Anche la megadisastrata Haiti nel 2008 dovette fare i conti con l’uragano Hanna, che la lasciò sfigurata. E dopo Hanna ci fu Ike. E prima di Hanna e Ike ci fu Fay, e prima ancora di Hanna, Ike e Fay ci fu Gustav, e prima ancora ci fu Jeanne, che nel 2004 provoco 3mila morti. Si può tranquillamente affermare che ad Haiti un ciclone segue l’altro e che nel frattempo c’è il terremoto. Tanto per non farsi scappare nessuna opportunità di andare in malora, il Messico odierno s’è inventato pure l’epidemia di “gripa puerca”, ossia l’influenza suina, che, minacciando sfracelli, qui da noi s’è rivelata un flop. Insomma, in questo settore del globo madre natura sembra avere elargito il meglio ma soprattutto il peggio di sé, gareggiando con l’altrettanto sfigata Indonesia.
Naturalmente a tutto c’è una spiegazione. I terremoti sono provocati dalla tettonica infame, i cicloni dallo scontro tra mare caldo e aria fredda, le epidemie sono dovute alla sporcizia e alla promiscuità. Niente di particolarmente eccezionale, a prima vista. Tuttavia, ciò che risulta incomprensibile e inquietante è la contemporanea, sospetta “esuberanza” sismica e meteorologica che affligge diversi - e lontanissimi tra loro - settori della terra. Cosa manca ancora? Ah, dimenticavo: il triangolo delle Bermude, il posto dove spariscono misteriosamente intere flotte navali e aeree. Ma questa è un’altra storia. Una storia tutta caraibica, naturalmente…
Angelo Spaziano
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