Se il futuro clinico è nel passato
Il nuovo Laboratorio di Ricerca per la Vita di Roma fonda la sua etica sul rispetto dell’esistenza umana
«Desideriamo conservare la radice di ospitalità del Monastero, che nasce dal riconoscimento della condizione umana e dei suoi significati. Ricerca come attività costante di ciò che non si conosce, partendo dall’ascoltare l’altro» dice Maurizio Grandi, immunologo, oncologo, e bioetici sta, Direttore del nuovo Laboratorio di Ricerca della Vita di Roma. “Rispetto e promozione della vita, questa è l’etica: un ospedale senza ricerca è un lazzaretto” gli fa eco Don Verzé, del San Raffaele di Milano.
Riprendendo il detto del grande Pompeo - “Navigare nocesse est; vivere non necesse” - la vita non è altro che crescente ineguaglianza. Oggi la medicina, la chirurgia, l’igiene, la filantropia, l’assistenza sociale, tutto ciò ha come conseguenza il far sopravvivere più a lungo possibile e procreare una massa di individui mal garantiti dal punto di vista genetico, che sarebbero stati, allo stato libero di natura, eliminati o in ogni caso esclusi dalla riproduzione. Che lo si voglia o no, la medicina coltiva la malattia. Vi è una contraddizione essenziale tra il miglioramento del benessere individuale e il bene genetico. La civilizzazione, clemente con i cattivi geni, accresce la fonte biologica del male. “Paghiamo caro, geneticamente, il progresso medico e sociale” (De Benoist). Di contro, la morte è un fatto naturale, che la società del benessere tende ad esorcizzare. I cimiteri, che in antichità erano prossimi ai villaggi, e non di rado confusi trai giardini, hanno assunto sembianze da luoghi di internamento, lontani dalla vita quotidiana. Le reliquie cinerarie, in Italia, non possono essere collocate a piacimento e la cremazione è una pratica ancora poco diffusa.
Ippocrate fu il fondatore ed il personaggio di maggior spicco della Scuola medica di Coo (460 a.c.) dove si insegnava l’osservazione diretta del malato: nasce qui il vero concetto di clinica e della conseguente diagnosi. Per la sua visione della “professione”, il medico è uomo e la sua opera non ha sfumature soprannaturali, mistiche, astratte o filosofiche. Non è certo un essere superiore ed infallibile, come i sacerdoti degli antichi templi, ma deve sopperire alla sua fallacità con il massimo dell’impegno e della diligenza in modo da commettere solo errori di lieve entità. Deve inoltre essere filosofo, ma non tanto da farsi distogliere dalla vera scienza che è quella che si appoggia su solide basi pratiche. Fu Papa Clemente VII (Pontefice dal 1523 al 1534) che con una bolla stabilì che il laureato in medicina si impegnasse solennemente ad osservare il testo del giuramento ippocratico.
Nella Roma antica l’ospedalità si può ricondurre alla “valetudinaria”, cioè infermerie private dove i patrizi erano soliti curare i propri famigliari e gli schiavi, le famose “medicatrinae” erano adiacenti al tempio di Esculapio, sull’isola Tiberina, dove gli ammalati erano tenuti sotto la diretta osservazione di medici e dei loro discepoli. E’ con l’ospedalità medioevale che iniziò la pratica dell’assistenza caritativa agli ammalati e ai poveri in appositi ospizi e ricoveri, gestiti da ordini religiosi, come i benedettini, e dove la presenza delle suore assumeva il valore proprio della dedizione alla causa umana. Si chiamavano xenodochia quelli riservati agli stranieri, ptochia quelli per i poveri, gerontocomi erano dette le strutture per gli anziani, brefitrofi erano i luoghi dove si curavano i bambini e orfanotrofi quelli destinati a chi aveva perso i genitori. Contemporaneamente sorsero delle associazioni private di volontariato con lo scopo di sussidiare la comunità senza alcuna richiesta di intervento pubblico. La prima Misericordia nacque a Firenze nel 1244. Alla confraternita della Misericordia dettero la loro adesione cittadini di ogni estrazione sociale e proprio per non avere distinzioni fu adottato l’abito con la buffa (il cappuccio) e molti confratelli ancora oggi fanno servizio con l’abito nero, con il cappuccio tirato dietro, con un cinto alla vita e la corona del Rosario. Fratelli incappucciati che il Papini descrisse quali “ministri della provvidenza in abito di funebri pellegrini”. La ricerca era poi affiancata dalle Università che gli stessi regnanti lautamente sovvenzionavano per accaparrarsi le menti migliori, poiché si era capito che portavano lustro ed evoluzione.
Roba di altri tempi!
Stefano Taddei
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