Presunto primato di Pietro

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Papa Benedetto XVI

L’unico appellativo che spetta al numero uno del Vaticano è “Pontefice”, un titolo che ha radici nel paganesimo

Cattolici e ortodossi da sempre divisi sulla superiorità conferita al Papa

Tra i tanti aspetti che dividono cattolici ed ortodossi, c’è quello del presunto primato di Pietro sulla Chiesa, e la conseguente autorità papale. Si tratta di uno scoglio insormontabile. Sottolineiamo sin da subito, che non abbiamo a che fare con una semplice divergenza di opinioni, seppur macroscopica. Gli ortodossi non riconoscono la cosiddetta autorità papale perché essa è in profonda contraddizione oggettiva con le Sacre Scritture. Mai il Cristianesimo autentico ha conferito qualche primazia - giuridica, teologica e men che meno divina - a quello che rimane un semplice Vescovo. Andiamo ora con ordine.
I cattolici sono soliti fondare questo primato sulla celebre frase di Gesù: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Ma la pietra di cui parla il Cristo non è affatto l’apostolo, bensì la confessione di fede che fa Pietro: «Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 15-16), susseguente ad una precisa domanda di Gesù rivolta a tutti gli apostoli, il celebre «Voi chi dite che io sia?». Tutta la patristica è concorde con questa interpretazione e non con quella inventata più tardi dai cattolici. D’altra parte sono molti i passi della Bibbia in cui è dichiarato che la pietra fondante della fede cristiana è il Cristo, e nessun altro (Sal 18, 2 e 32; 1Cor 3,11 e 10,4).
Difficile poi credere ad un’investitura di Pietro da parte di Gesù dopo aver letto il seguito di quell’episodio evangelico. Gesù preannuncia ai discepoli che dovrà molto patire, morire e poi risorgere. Pietro, traendolo in disparte, protesta: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma Gesù, voltandogli le spalle, gli dice: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16, 22-23).
Anche attraverso Paolo possiamo inquadrare il ruolo di Pietro e certi suoi comportamenti: «Quando Cefa (ossia Pietro, ndr) venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò ad evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi». Segue una dura reprimenda da parte di Paolo nei confronti di Pietro «davanti a tutti» (Gal 2, 11-12 e sgg.). Dunque non solo Pietro sbaglia («evidentemente aveva torto», parole che peraltro smontano anticipatamente anche l’assurdo dogma cattolico dell’infallibilità papale), ma pure cerca di evitare i messi di Giacomo (fratello di Gesù, notare bene) e viene redarguito pubblicamente. È questa una posizione che coincide con una qualsivoglia autorità assoluta derivante da Cristo?
Anche nell’Apocalisse è smentita qualsivoglia supremazia di un solo apostolo sugli altri. La Gerusalemme celeste poggia infatti «su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (Ap 21, 14).
A sbugiardare il primato di Roma sulla cristianità sono poi gli stessi cattolici. Il 22 febbraio la Chiesa di Roma festeggia la cattedra di Pietro in Antiochia. Pietro fu infatti vescovo di questa città ben prima di esserlo a Roma, dato peraltro storicamente molto discutibile. Ciò comporta, che se debba esserci un qualsivoglia primato, questo spetterebbe ad Antiochia e non a Roma. E se vogliamo essere più pignoli, il primo vero Vescovo di Roma è stato un certo Lino, sul quale poco o nulla si sa, e non Pietro.
Spostiamoci ora nel III secolo. San Cipriano, Vescovo di Cartagine, invia una lettera a Cornelio, vescovo di Roma, domandandogli alcuni consigli, che poi non segue. Non per questo subisce una punizione. La risposta di Cornelio altro infatti non era che un semplice consiglio, e non un precetto inderogabile. Se il Vescovo romano avesse avuto una qualsivoglia autorità sugli altri Vescovi, allora vi sarebbe stata disobbedienza da parte di Cipriano e un conseguente provvedimento, ma non accadde nulla.
Sentiamo ora come si rivolgeva nel VI secolo un Papa di Roma, niente meno che San Gregorio Magno, al Patriarca di Costantinopoli Giovanni il Digiunatore: «Considera, te ne prego, che a causa di questa tua sconsiderata presunzione, la pace dell’intera Chiesa è turbata e che ciò (il titolo di Patriarca Ecumenico) è in contraddizione con la grazia che è stata data in comune a tutti noi… Tu diverrai molto più grande se ti asterrai dall’usurpare un titolo superbo e folle… Pietro…, Paolo, Andrea, Giovanni, che cosa erano essi se non capi di comunità individuali? Ed erano tutti membra sotto lo stesso Capo (Gesù, ndr)… tutti costituenti il Corpo del Signore in quanto membra della Chiesa, e nessuno di essi volle essere chiamato universale…». Anche San Gregorio quindi nega la possibilità che esista un unico capo umano della Chiesa cristiana. Le parole accorate e allarmate del Santo nacquero da un equivoco linguistico: il termine “ecumenico” deriva dal greco oikoumene, ossia “mondo abitato”, e al tempo, per ragioni si suppone di ignoranza geografica, il mondo abitato era considerato, prima dai Romani e poi dai Bizantini, l’Impero, e non certo tutto l’orbe terraqueo. Ma la traduzione in latino (lingua di san Gregorio) del titolo era Patriarcha universalis, ossia di tutta la cristianità. Ben vengano talora i fraintendimenti se aiutano a chiarire le questioni. Poc’anzi abbiamo parlato di “Papa di Roma”. Non è una svista. Pochi sanno che il termine «papa» non è appannaggio del capo dei cattolici. Il termine deriva dal greco papàs, che vuol dire padre, papà. Ancor oggi ogni sacerdote in Grecia è chiamato papàs. Prova che non si tratta di un titolo unico, sta il fatto che anche al Patriarca ortodosso di Alessandria d’Egitto è dato l’appellativo di “papa”, senza che per questo qualcuno li scambi per capi universali in qualche cosa. Si tratta solo di un affettuoso appellativo conferito per semplici ragioni storiche.
Esclusivi del Vescovo di Roma sono invece gli appellativi “Pontefice” e “Vicario di Cristo”. Quest’ultimo contraddice espressamente (ancora una volta) le Scritture. Il vicariato interviene allorché qualcuno è assente: in sostanza i cattolici dicono che Gesù Cristo marca visita. Come è infatti possibile sostituire il Figlio di Dio, se pure provvisoriamente, quando Egli stesso ha espressamente detto agli apostoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni… Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Con queste parole Gesù non solo dichiara una volta per tutte la sua presenza costante nella Chiesa e nel mondo (così come intendono gli ortodossi), ma conferisce una missione a tutti gli apostoli e non ad uno solo. Dal punto di vista dogmatico, asserire la possibilità di un’assenza di Cristo è un’autentica eresia, così com’è eretico arrogarsi qualsiasi primato.
L’unico appellativo che invece spetti di diritto al Capo dei cattolici è «Pontefice»: era il titolo che la religione romana arcaica, quindi pagana, conferiva alla sua massima autorità religiosa…
Sirio Sebastiani



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