Baby-sudicidi: è allarme
Spesso i genitori spingono i figli a un’esasperata e distruttiva competizione
Molto spesso, dietro il disagio dei figli ci sono le richieste, più o meno velate, dei genitori. Quel particolare tipo di genitori - avete presente? - che pretendono che i propri ragazzi arrivino là dove loro, per mancanza di mezzi o perché mal indirizzati o per mille altre ragioni, non sono potuti arrivare. E allora eccoli diventare, padre e madre, gli aguzzini dei figli che devono rendere al massimo, che devono essere i migliori, che devono prepararsi a dovere se vogliono arrivare al vertice dalla piramide sociale. Aguzzini - il termine è pesante, me ne rendo conto, ma le conseguenze di una tale educazione sono ancora più pesanti - che esigono pagelle con voti alti, più alti di quelle dei compagni di classe, che trasformano ragazzini di una decina d’anni in robot che passano senza quasi fermarsi mai dai libri di scuola all’ora di musica e da questa al nuoto o al calcio. Sempre con i genitori alle costole, che non si accontentano di accompagnarli, ma li incitano, come nel caso dello sport, perché anche lì siano i migliori, perché anche lì si sforzino di emergere.
Un padre e una madre che, non essendo nessuno, vogliono, attraverso il figlio, diventare qualcuno e il cui sogno è poter dire: «Io sono la mamma di...» o «Io sono il papà di...». Il loro ragazzo deve uscire dalla massa e, quindi, ogni occasione è buona e va sfruttata.
Non si spiegherebbe altrimenti la presenza di genitori assatanati che seguono le partitelle dei figli come se assistessero a una finale mondiale e che se la prendono con l’allenatore se li lascia in panchina. Come, il figlioletto in panchina? Lui che sputa l’anima durante gli allenamenti e che ha, oh, lo si vede subito, un gran talento? Che poi sia, in realtà, una mezza schiappa, non conta, perché i suoi genitori non se ne accorgono.
Dal calcio alle sfilate, stessa solfa: la propria ragazzina è la più bella e deve vincere e, se per grazia ricevuta vince davvero, i petti di mamma e papà si gonfiano fino a scoppiare, perché già prevedono un futuro da star per la giovane miss.
Insomma, i figli sono costretti a vivere costantemente una competizione che alla fine li fa andare in corto circuito e, nei casi più gravi, li spinge ad aprire una finestra, a scavalcarla e a buttarsi nel vuoto. Un brutto voto, una laurea non raggiunta nei tempi prescritti, una nota di biasimo, una media così così diventano bombe in un cervello in via di formazione, non in grado di sostenere la tensione psicologica alla quale è costantemente sottoposto.
Non è perciò un caso se è in costante aumento il numero dei baby-suicidi. L’ultimo è un dodicenne che si è ammazzato a Reggio Emilia, perché, come ha lasciato scritto, temeva di non poter mantenere a scuola la media altissima che aveva avuto sino ad allora e questa eventualità avrebbe rappresentato una grande delusione per i suoi genitori. A Milano, qualche giorno prima, un quindicenne si era buttato dal quinto piano di casa sua, in quanto assillato dal terrore di avere un’insufficienza in pagella.
La lista è lunga e riproporla, almeno in parte, non cambierebbe la sostanza del nostro ragionamento che ruota intorno al fatto che, quanto più i genitori proiettano sé stessi sui figli, tanto più causano in loro danni irreparabili. Il che non significa, sia chiaro, non chiedere ai propri ragazzi di impegnarsi, di dare il meglio si sé, di essere responsabili, ma significa, da un lato, rispettarne la natura e, dall’altro, riconoscerne le capacità. Non siamo tutti intelligenti nella medesima misura e il massimo che un giovane dà può essere il minimo che dà un altro più dotato: il confronto, che diventa poi una sfida insostenibile per il più debole, porta quest’ultimo sul davanzale di una finestra...
Ma questo taluni genitori non lo capiranno mai e allora vengono alla mente le parole di Boris Pasternàk: «Tutte le madri sono madri di grandi uomini e non è colpa loro se poi la vita le delude».
Federico Midgar
- Login o registrati per inviare commenti


