Dialogando, ma con le proprie idee

Categoria:
Chiesa ebrea

Nella sua visita alla Sinagoga di Roma, il Pontefice ha ribadito la condanna per lo sterminio degli ebrei

Tutto sommato si può parlare di successo diplomatico per quanto concerne la visita di Papa Benedetto XVI alla sinagoga di Roma. A parte alcune contestazioni, la visita e la relativa cerimonia si sono svolte secondo un corretto protocollo.
Papa Ratzinger ha letto il suo misurato discorso contenente la condanna per quanto fatto dalla Germania e dai suoi alleati durante il periodo bellico contro le comunità ebraiche, e ha anche accennato a coloro, «purtroppo molti» che «rimasero indifferenti». Espressione ambigua, che i mal pensanti potrebbero riferire a Papa Pio XII, nome che però Ratzinger si è guardato bene dal pronunziare, preferendo l’anonimato, sì da lasciare a ciascuno la libertà di individuare i responsabili.
Evidenziamo ancora un dato, sottolineato dal Papa e accettato come incontestabile dall’opinione pubblica, ossia che «I potentati del III Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità». Colpa vera, perché storicamente dimostrata, ma che non crediamo possa addebitarsi esclusivamente a un regime, come se questo fosse qualcosa di estraneo alla nazione che lo espresse e a quelle che lo accolsero come alleato. Il nazional-socialismo fu legittima espressione della Germania del tempo e del suo popopolo, responsabile pertanto delle scelte che il partito al governo compì in quella fase storica.
Le stesse accuse più o meno veritiere che il Papa, allora ragazzino, avesse aderito allo Hitler Jugend, dimenticano che la gioventù tedesca in grande maggioranza aderiva ad associazioni giovanili operanti sotto gli auspici di una Germania nazional-socialista: che si trattasse del suindicato movimento, delle Burchenschaften o dei Wandervoegel, boy scouts in chiave germanica.
Sul fronte dell’ebraismo locale, nell’atto è stata ricordata la deportazione di romani avvenuta il 16 ottobre del 1943, sulla quale si è soffermato il Presidente della Comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, evidenziando il colpevole silenzio di molti.
La medesima considerazione è stata portata avanti dal rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni che ha giustamente cercato di barcamenarsi fra coloro che vogliono una pacificazione con la Chiesa di Roma, e quelli che si ostinano a rivendicare i torti recenti e antichi subiti dalla comunità da parte dell’autorità vaticana.
Quel che però ora importa, e che in fondo è stato ottenuto dall’incontro di domenica, è una pace diplomatica, un dialogo che non si traduce in condivisione delle scelte religiose (Cristianesimo ed Ebraismo sono due religioni positive, monotesitiche e assolutiste, per cui ciascun dio è vero e l’altro non lo è, sì che tertium non datur), ma in un repicroco rispetto, che dovrà necessariamente coinvolgere anche l’altro grande monoteismo, rappresentato, nell’incontro di Roma, dall’imam Pallavicini e da una delegazione della moschea di Roma. E soprattutto dovrà coinvolgere una classe politica (tra l’altro ,presente con vari rappresentanti) opportunisticamente bipartisan, e quindi ben attenta a non inimicarsi il potere del tempio, quale che esso sia.
Luciano Arcella



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