Quel “demone” del relativismo
Da quando ha assunto il suo pontificato, Papa Ratzinger non si stanca di condannare il relativismo culturale in quanto fonte del malessere dell’attuale società occidentale come dell’intero mondo occidentalizzato. Questa ideologia viene infatti contrapposta alla visione monoteistica cristiana, per la quale all’unico dio corrisponde una verità assoluta, quella rivelata, che non si offre ad alcuna forma di discussione e tanto meno di critica.
La decisa presa di posizione di questo pontefice, che corrisponde del resto alla visione ufficiale della Chiesa, appare logica per chi crede in una verità unica, in quanto portato di una religione rivelata, se non d’ogni tipo di religione per la quale l’elemento trascendente è esente da analisi e da verifiche. Ricordiamo in tale prospettiva la condanna di Socrate, che, accusato di empietà, si difese, con l’ironia della sua apparente ingenuità, affermando che il suo andare in giro a interrogare la gente, non nasceva da pura curiosità intellettuale, ma dall’impulso religioso di voler verificare la parola del dio Apollo, secondo la quale era lui l’uomo più saggio. Era stata questa appunto la risposta dell’oracolo di Delfi data dalla Pizia e a lui riferita da un amico. La giustificazione non andò però giù ai cittadini ateniesi, che non ritennero tale comportamento frutto di eusebeia, di pietas, bensì offensivo nei confronti del dio e della religione della polis, visto che, invece di credere ciecamente alla rivelazione, il filosofo osava sottoporre ad attenta verifica l’affermazione divina. E così, pur se con poco entusiasmo, i cittadini di Atene optarono per la pena capitale, visto tra l’altro che il filosofo, nel suo acritico etnocentrismo, non intendeva andarsene in esilio.
Tornando a noi, non possiamo negare che i principi e gli insegnamenti della religione - in particolare se si tratta di un culto monoteista - hanno carattere «mitico», che non vuol dire fantasioso, ma assolutamente vero, per cui la persona di provata fede ha l’obbligo di condannare i dubbi di chi si muove in ambito dialettico. Ciò vuol allora dire che da Cristiani è d’obbligo condannare l’intera cultura occidentale, il cui pensiero è fondamentalmente dialettico? Bel problema, che vorremmo considerare mutando la prospettiva.
Lasciando così da parte Dio e rivolgendoci a Cesare, ossia alla realtà profana e al suo essere essenzialmente politico, notiamo come il concetto di relativismo culturale, nato da un costruttivo confronto dialettico, acquisì consistenza e diffusione a partire dai primi decenni del XX secolo, ad opera dell’antropologo americano Melville Jean Herskovitz. Vari anni dopo che l’antropologo inglese, Edward Burnett Tylor aveva già posto il problema delle differenze culturali. Costui nel 1871 pubblicava il saggio Primitive Culture, in cui, come vediamo, ancora appariva il termine di «primitivo», retaggio di quella cultura positivistico-evoluzionista che indicava una precisa graduatoria delle civiltà. Dalla primitiva civiltà africana a quella evoluta del mondo europeo, quale raggiungimento della piena autocoscienza dello spirito del mondo o della storia.
Nel frattempo, ossia nelle prime decadi del Novecento, operava un altro antropologo, tedesco questa volta: Leo Frobenius, che giungeva a criticare la presupponenza dell’Occidente e a valutare le culture secondo parametri ben diversi da quelli pregiudiziali della nostra civiltà, nella sua preconcetta convinzione di possedere la verità. Concezione questa, sia filosofica che scientifica, in quanto, originatasi dall’idealismo hegeliano, era stata pienamente assunta dal positivismo di Comte e dai celebratori del grandioso sviluppo tecnico, e che soprattutto si fonda su una salda base religiosa. Non dimentichiamo infatti che proprio la certezza nel dio unico e nell’assunzione da parte della Chiesa della sua volontà, fu alla base delle ambizioni espansionistiche di un Occidente che nelle sue intenzioni, più che andare a conquistare altre terre e a sottomettere le varie popolazioni, andava a portare la civiltà, e quindi la religione, come essenza della verità.
Questa convinzione si tradusse sovente in massacri, giustificati con la volontà di Dio, ma anche con l’effettiva capacità di dominio culturale esercitato da chi conduceva il «carro della storia». Senza essere hegeliani, non si può infatti negare l’azione civilizzatrice portata avanti dall’Occidente, che se non produsse il più giusto dei mondi, in ogni caso diede il massimo contributo ed il suo marchio al corso degli eventi.
Con ciò, consapevolmente relativisti, cerchiamo di capire chi in passato non aveva i mezzi per comprendere il relativismo (è ovvio un giudizio di valore da parte di chi è in grado di costruire sontuose dimore di fronte a chi al massimo sa tirare su una capanna), ma allo stesso tempo non possiamo ignorare quel che è accaduto in tempi più recenti, ossia la svolta epocale per la quale l’Occidente ha incominciato a guardare la realtà storica attraverso prospettive diverse. Ha compreso che il suo quadro del mondo è appunto un quadro e non il mondo in sé. Ha compreso che non è il solo progresso tecnico a decidere della superiorità d’una cultura, e che quindi non esistono «primitivi» e «civilizzati» in senso assoluto, ma che ogni cultura è un mondo, con i suoi fini e i suoi valori, e che sta all’Occidente moderno diffondere questo relativismo non traducibile in scetticismo bensì in consapevolezza dei propri valori e quindi nel rispetto di quegli altrui.
Poniamoci ora nella prospettiva della Chiesa, certa dell’unicità della verità, ma che allo stesso tempo cerca un dialogo con altre culture e altre religioni. Dialogo però difficilmente realizzabile se si parte dal presupposto che la verità è unica, e soprattutto che è la propria, in quanto ottenuta per rivelazione divina. E più esattamente da parte di un dio individuato, certificato dalla storia, e che ha badato ad «autografare» la propria parola distribuita attraverso gli scritti sacri. Parola vera di contro ad altre parole necessariamente false.
Il che conduce ad una insanabile aporia che, se non è possibile risolvere logicamente, la si può risolvere «politicamente», ossia utilizzando quell’arte della mediazione e del compromesso per la quale (siamo soprattutto nell’ambito dei grandi monoteismi) se il mio dio è quello vero, gli altri lo sono un po’ meno.
Non possiamo allo stesso tempo ignorare chi vuole osservare la realtà in una prospettiva non religiosa, ossia dalla posizione di un Occidente che ha come suo portato il libero pensiero e la conquista più consequenziale ed elevata nel relativismo culturale. La possibilità cioè che le proprie scelte, oltre a non essere le uniche, non siano le più valide, e ancor più che l’attuale espressione dell’umano costituisca la fase di un divenire per il quale assieme alla trasformazione delle cultura si potrebbe avere una modifica dell’essenza del nostro essere.
Non crediamo in fine che sia tale atteggiamento segno di crisi, che il dubitare di certezze raggiunte sia fonte di degenerazione, ma proponiamo una consequenziale coerenza, ossia un atteggiamento radicale per il quale il dubbio nei confronti di ogni assolutismo, ed anche quello di carattere religioso, cristiano e non, sia rivolto anche alla modernità, al progressismo che ne è alla base, e capire che le nostre conquiste e le nostre scelte sono comunque parziali, frutto di valori e di esperienze relative. Il che non si tradurrà in una crisi dell’operare, perché, per quanto consapevolmente relativa, una scelta nasce una motivazione, da una presa di posizione, che impone coerenza; salvo lasciare aperto quello spiraglio del dubbio che si traduce nella capacità di confrontarci in ogni momento con altre possibilità dell’esistenza.
Luciano Arcella
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