Marconi, scienziato senza fili

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Guglielmo Marconi

Uomo dalla personalità innovativa nonché precursore della società di massa e della tecnologia moderna

Nel centenario del Nobel, va evidenziato l’eccezionale intuito del suo genio: un “cervello in fuga” poi rientrato grazie alla reciproca fiducia con Mussolini

Ricordare Guglielmo Marconi nel centenario dell’assegnazione del premio Nobel non significa solo ripercorrerne la vita di scienziato e di uomo ma evidenziare una personalità innovativa, un caso raro di ricercatore-imprenditore, un manager della scienza dall’intuito straordinario, un precursore per molti aspetti della “società di massa”. Come ha detto il presidente della Camera, «comprese il ruolo dell’innovazione quale motore dell’avanzamento socio-economico e industriale, oltre che culturale».
Guglielmo Marconi non fu soltanto l’inventore di una tecnologia fondamentale per lo sviluppo dell’umanità, la radio, e un pilastro della ricerca nelle comunicazioni che - prosegue Gianfranco Fini - «soprattutto oggi ci appare fondamentale per il nostro presente e per il nostro futuro». Marconi fu anche un «genio italiano», nel suo «concerto tra intuizione e applicazione», rispetto alla «stereotipata figura dello studioso accademico».
Non aveva nemmeno compiuto studi regolari: prima ebbe un precettore privato con il pallino per l’elettricità, che lo avviò ai primi esperimenti pratici, e a 20 anni seguì come semplice uditore le lezioni sulle onde elettromagnetiche di Augusto Righi all’Università di Bologna. Ma forse una formazione da manuale avrebbe limitato, più che incentivare, la sua creatività.
Nel 1896, a 22 anni, registra il primo brevetto per la radiotelegrafia e nel 1901 smentisce con la trasmissione del primo segnale transatlantico la tesi corrente per cui le onde non avrebbero superato la curvatura della terra. Lavorò quindi al perfezionamento della strumentazione di trasmissione e ricezione, grazie anche alla valvola termoionica di Fleming, e nel 1912 la sua invenzione permise di salvare parte dei passeggeri affondati sul Titanic: «Tutti si resero conto dell’enorme valore della radio per la salvezza delle vite umane», scrisse ricordando quell’evento epocale. Negli anni successivi, comprendendo che le onde lunghe costituivano una «strada senza uscita», confermò la sua mentalità, opposta a quella del “barone” accademico: fece “marcia indietro” per «ritornare all’impiego delle onde corte. Ci volle parecchio coraggio, dopo aver speso enormi somme per le stazioni a onde lunghe».
Già, perché Guglielmo Marconi è stato uno scienziato particolare anche nella capacità di curare, parallelamente al lato scientifico, quello commerciale e brevettuale. Una capacità che però gli consentì di avere successo soprattutto all’estero: fu in qualche modo dunque il primo dei moderni “cervelli in fuga”. “L’adorata patria”, quando aveva solo vent’anni, si rifiutò di prendere in considerazione la sua offerta (il Ministero delle Poste e dei Telegrafi gli diede in pratica del matto), causandogli la più profonda delusione della sua vita. Rendendosi però conto che l’invenzione avrebbe potuto essere applicata alle comunicazioni navali, la propose all’Inghilterra, in quel momento la più grande potenza marittima.
Non è un caso se il Regno Unito, sulla scorta delle intuizioni marconiane, poté poi utilizzare il radar durante la seconda guerra mondiale e realizzare i primi televisori. Una volta messo a punto il nucleo operativo delle sue strumentazioni per la comunicazione a distanza senza fili, lo studioso bolognese infatti in Inghilterra lavorò per aumentarne la distanza di ricezione ed eliminare i problemi d’interferenza all’interno della Marconi’s Wireless Telegraph Co., la società che aveva costituito nel 1897, con un capitale di 100 mila sterline.
Ma al contrario di alcuni dei nostri scienziati contemporanei, egli non ebbe per il proprio Paese nessun risentimento, per quanto comprensibile, anzi offrì all’Italia l’uso gratuito dei suoi brevetti E disse in seguito, quasi a scusarsi o a scusarla: «Badate, l’Italia non negò il valore della mia invenzione; ma a quei tempi la telegrafia senza fili sembrava essere utile per la navigazione, e quindi partii per l’Inghilterra».
L’“adorata patria” lo ripagò nel 1927, affidandogli per un decennio, fino alla morte, la presidenza del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Marconi mantenne uno stretto rapporto di reciproca fiducia con Mussolini, che consentì al Cnr di raccogliere sempre maggiori competenze fino a renderlo “organo permanente consultivo e di informazione” governativo per “lo sviluppo ed i progressi dell’attività scientifica all’interno e all’estero”.
Di portata storica il fatto che tale missione non venisse affidata all’Università: da un lato, nel disegno mussoliniano era sottinteso l’intento di ridimensionare l’eterogeneo mondo accademico, dall’altro era un obiettivo di alto profilo, quello di creare una struttura che operasse in collaborazione con il governo, finalizzata al “progresso tecnico ed economico del Paese”. Certo, il proposito sarebbe rimasto poco concretizzato a causa della penuria di risorse, anche perché una istituzione scientifica di tale potere spaventava le organizzazioni corporative che avrebbero dovuto finanziare le ricerche, e che temevano un’invasione di campo nel settore industriale. Giuseppe Volpi, presidente della Corporazione della Confindustria, espresse apertamente la sua avversità chiedendo al Cnr di limitarsi alle ricerche “pure”.
Le problematiche relative ai finanziamenti e ai rapporti con l’industria restano dunque una costante dell’esperienza marconiana. D’altra parte, proprio per questo si resta ammirati di fronte alla eccezionalità del personaggio e all’impulso che seppe dare alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica.
«I fenomeni sociali e di conseguenza i fatti politici sono ognora più influenzati dalle conquiste della scienza», affermava il premio Nobel: «Nella lotta così intensa fra i popoli per la conquista del benessere, l’importanza della ricerca scientifica è decisiva. Se nel cervello dell’uomo isolato nasce quasi sempre l’idea geniale, è solo l’esercito dei pazienti ricercatori nei ben attrezzati laboratori che può dare le armi ad un popolo per vincere nella dura lotta economica… l’organizzazione della ricerca scientifica è ora una delle necessità più urgenti per un popolo». Al di là dello stile, sono parole che potrebbero essere scritte oggi.
Lorenzo Stella



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