Speciale Musica

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If on a Winter Night

Schmidt, l’epigono di Brahms e Bruckner

La sua quarta sinfonia fu eseguita da Oswald Kabasta a Vienna nel ‘34

Il nome di Franz Schmidt dirà poco o punto non solo a coloro che non appartengono alla schiera dei musicofili classici, ma probabilmente anche tra coloro che si piccano di conoscere e apprezzare il grande tardosinfonismo di matrice germanica e mitteleuropea. Eppure, questo compositore, nato a Pressburg (l’attuale Bratislava) nel 1874 e morto nel febbraio del 1939 a Perchtoldsdorf, nei pressi di Vienna, nei primi tre decenni del secolo scorso fu considerato, come scrisse il suo biografo Carl Nemeth, un epigono di Brahms e Bruckner, ideale prosecutore del sinfonismo tardoromantico.
Ma le pieghe della storia, a volte, non hanno rispetto di nessuno e Schmidt, autore di quattro sinfonie di “lunghezze celestiali” (come Schumann definì meravigliosamente la sinfonia “Grande” di Schubert), dopo il crollo della “Gro‚e Deutschland” hitleriana, al termine del secondo conflitto mondiale, finì nel gorgo del dimenticatoio, dal quale ogni tanto emerge grazie alle iniziative di benemeriti addetti ai lavori, come nel caso del direttore d’orchestra genovese Fabio Luisi che, alla testa della MDR (acronimo di “Mitteldeutschen Rundfunk”) Sinfonieorchester ha registrato per la piccola casa discografica tedesca “Querstand” l’intero corpus sinfonico, oltre al concerto pianistico per mano sinistra e all’oratorio “Das Buch mit sieben Siegeln”.
Il disco che prendiamo in esame contempla l’ultima sinfonia, la quarta in do maggiore, composta tra il 1932 e il 1933 ed eseguita per la prima volta a Vienna l’anno successivo dal dedicatario della composizione, il leggendario direttore austriaco Oswald Kabasta, sommo interprete bruckneriano e fraterno sodale dello stesso Schmidt. Quest’ultimo considerò fin da subito la quarta sinfonia una delle sue opere fondamentali, al punto che, dopo la prima, trionfale, esecuzione di Kabasta alla Gesellschaft der Musikfreunde di Vienna, ebbe modo di affermare: «Non so se si tratti della mia più grande opera, ma è in ogni caso la più vera e la più profonda».
Tali verità e profondità si schiusero al compositore austro-ungarico nel 1932, all’indomani della morte dell’adorata figlia Emma, deceduta nel dare alla luce il suo primogenito. L’immenso dolore e l’inevitabile prostrazione causati da quella scomparsa, gli furono compagni fedeli nel corso della composizione sinfonica, che si erge come un baluardo creativo, nel tentativo di dare una forma, un significato, alla sua sofferenza straziata. Suddivisa in quattro tempi, che si susseguono senza pausa, dando luogo a un lungo, mesto solipsismo orchestrale, questa sinfonia contrassegnata dalla curiosa tonalità del do maggiore, che non può di certo essere considerato simbolo di dolore e sconforto, ma semmai d’inane eroismo di fronte al destino (come lo fu per il titano Beethoven), rappresenta un viaggio, un’esplorazione dei sentimenti di fronte all’inevitabilità della morte.
Inutilmente, l’ascoltatore cercherà afflati di stampo brahmsiano, ma in compenso ritroverà squarci che risuonano più familiari in Bruckner (il vasto respiro della sua ottava sinfonia a tratti riecheggia, quale spirito nume per la sensibilità schmidtiana). Ne è estraneo anche il gigantismo sinfonico di Mahler, in quanto Schmidt non cerca di esorcizzare il mal di vivere attraverso l’enunciazione paradigmatica del suono, come fece il grande compositore boemo, ma soltanto di rappresentare l’accettazione misterica dell’idea della morte (ne fa fede il lancinante “Adagio” che, come l’“Eroica” beethoveniana, presenta nel fraseggio centrale una mesta marcia funebre).
L’interpretazione di Luisi che, per un certo suo repertorio e visione musicale votati al tardoromanticismo di ambito tedesco, sembra ricalcare le orme estetiche e concettuali del compianto Giuseppe Sinopoli (non per nulla, come lo fu il direttore veneziano, è tuttora a capo della meravigliosa orchestra Staatskapelle di Dresda) è a dir poco ammirevole nella plasticità dell’eloquio, nel saper distribuire i pesi e contrappesi timbrici che contraddistinguono quest’opera smisurata (dura più di cinquanta minuti), anche grazie all’apporto della MDR Sinfonieorchester, sapientemente flessibile, duttile, ammaliante nei suoni e nelle dinamiche.
Si è detto di come l’uomo Franz Schmidt e le sue composizioni siano stati risucchiati dalle sabbie mobili del tempo e della dimenticanza. Forse non ne è estraneo il fatto che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il musicista sia stato oggetto di certe testimonianze a posteriori di alcuni addetti ai lavori, tra cui un altro grande interprete bruckneriano, Georg Tintner, i quali affermarono che Schmidt osservò compiaciuto l’annessione dell’Austria al Terzo Reich nel 1936, fino al punto di accettare, poco prima della sua morte, il progetto di composizione di una cantata dichiaratamente nazista, “Deutsche Auferstehung” (“Resurrezione germanica”). Ma c’è da dire che in ambito politico, come molti altri artisti, Schmidt fu in fondo vittima della propria ingenuità, così come lo fu proprio il suo fraterno amico Oswald Kabasta, il dedicatario della quarta sinfonia che, dopo la fine della guerra, fu sottoposto a processo di denazificazione, con l’obbligo di non fare più musica e di deporre per sempre la bacchetta direttoriale, in quanto tacciato di collaborazionismo con il regime hitleriano.
Sopraffatto dagli eventi e in preda allo sconforto, il 6 febbraio 1946 Kabasta e la moglie si tolsero la vita all’interno di una Chiesa di Kufstein, in Austria.
Anche lui rientrò pienamente in quella schiera di coloro che un bel libro di Paul Sérant definì con lungimiranza i “Vinti della Liberazione”.
Franz Schmidt “Sinfonia n. 4 in do maggiore” Fabio Luisi - MDR Sinfonieorchester, Querstand, 1 cd, tempo totale: 51,00 (distribuito in Italia da Codaex Italia).

E il silenzio dell’inverno compose il suo spartito

L’ultimo album di Sting è dedicato a un passato sepolto sotto la neve

Terminata l’esperienza con i Police, Sting, alias Gordon Matthew Thomas Sumner, ha voluto riciclarsi, ricostruirsi progressivamente una “verginità” musicale, aderendo con il passare degli anni a ben altri generi e approdando recentemente perfino a una casa discografica dai quarti di nobiltà come la Deutsche Grammophon Gesellschaft, la leggendaria etichetta gialla che per decenni ha rappresentato un sicuro approdo per tutti gli appassionati di musica classica e che adesso, a causa della crisi di vendite, ha deciso di ampliare il ventaglio di artisti, accettando di buon grado anche il cantante inglese, nel tentativo di ingolosire palati più giovani e modaioli.
Con la DG Sting ha esordito nel 2006, con un disco intitolato “Songs from the Labyrinth”, dedicato ad alcune composizioni del grande musicista rinascimentale inglese John Dowland, uno dei maggiori interpreti di liuto della sua epoca. Lo stesso Sting, prima di registrare il disco in questione, si applicò per diverso tempo a questo strumento, suonando con un altro liutista, il croato Edin Karamazov, anche lui presente nel cd.
Ora, a tre anni di distanza, la gloriosa etichetta germanica pubblica un altro disco di Sting che, abbandonate le melanconiche melodie di Dowland (non rese al meglio, a dire il vero, né dalla sua voce, né dal suo liuto, al contrario della raffinata interpretazione di Karamazov), ha voluto dedicare il suo nuovo lavoro all’inverno, ai suoi significati simbolici, al suo valore introspettivo, al senso d’immobilità e di raccoglimento che provoca negli uomini. Questo disco, dal titolo “If on a Winter’s Night... ”, rimanda immediatamente all’incipit di quelle storie che vengono narrate davanti a un camino acceso, mentre fuori imperversano le tenebre, e che iniziano sempre con le parole “Se in una notte d’inverno… ”.
Si tratta di una raccolta che comprende quindici brani, di cui quattro inediti, mentre gli altri appartengono al bagaglio delle tradizioni britannica e irlandese rivisitati e riarrangiati in chiave moderna, anche se non manca un sentore di retaggio colto, come nel caso di “Gabriel’s Message”, una composizione che risale al 1300, e “Now winter comes slowly”, del grande musicista barocco Henry Purcell.
Eppure, anche se questo lavoro appare come un naturale proseguimento, dal punto di vista sia stilistico sia tematico, del precedente disco “Songs from the Labyrinth”, il linguaggio musicale esposto rappresenta un ritorno a un pop melodico, suadente, nel quale l’impronta vocale di Sting, maggiormente a suo agio rispetto ai brani di John Dowland, avvalora la dimensione quasi onirica, sfumata, stemperata di queste canzoni.
L’album, che è stato registrato nel febbraio di quest’anno nei pressi della villa di proprietà di Sting, situata sulle colline toscane, è nato dalla collaborazione con il produttore e arrangiatore Robert Sadin e di altri importanti musicisti, tra cui il Kathryn Tickell, che suona i caratteristici “Northumbrian pipes”, ossia un particolare tipo di cornamusa, Julian Sutton al melodion (una fisarmonica diatonica), il chitarrista Dominic Miller, Mary MacMaster con l’arpa celtica, il violoncellista Vincent Segal, il libanese Ibrahim Maalouf con la sua tromba e, per finire, il violinista Daniel Hope.
Per comprendere il senso di questo disco, è sufficiente guardare la copertina: Sting che cammina da solo in un bosco innevato, accompagnato soltanto dal suo cane di nome Compass. Un’immagine che rimanda all’immobilità, alla visione di ciò che si ferma per riflettere, per riconsiderare il passato sepolto sotto la neve, come i campi pronti per essere seminati all’inizio della prossima primavera.
È musica che si fa contemplazione, che si esprime fin dal primo brano, il già citato “Gabriel’s Message”, per poi addentrarsi in dimensioni quasi manichee, come in “There Is No Rose Of Such Virtue” e “Lo How A Rose E’er Blooming”.
In fondo, da parte di Sting c’è stato il tentativo di raffigurare un quadro sonoro, una dimensione prospettica, nel quale dare voce a timbri impregnati di note grigie, dalle mille sfumature, al quale l’ascoltatore deve abituarsi, come il viandante (e il pensiero, in questo caso, ritorna all’immortale “Winterreise” di schubertiana memoria) che, addentrandosi nel sentiero della foresta, nascosto dalla neve, non si rende conto, d’acchito, che intorno a lui il bianco cangia continuamente, in una tavolozza che non conosce limiti.
Sting “If On A Winter’s Night... ” Deutsche Grammophon, 1 cd, tempo totale: 50,18 (distribuito in Italia da Universal Music Italia)
di Andrea Bedetti



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