Inchiesta: Continente Nero
Quando la siccità carica i fucili africani
Col riscaldamento globale, i raccolti scarseggiano e le famiglie si impoveriscono: chi soffre la fame è più propenso a prendere le armi
Da pochi giorni a Copenhagen si è aperto il Summit delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Posto il fatto che il Protocollo di Kyoto non sarà più applicabile dalla fine del 2012, questa conferenza sarà fondamentale per trovare un nuovo accordo sulle tematiche riguardanti il clima.
I lavori del Vertice stanno interessando in prima battuta il continente africano, considerato che è ancora forte il divario tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Un divario che è al centro delle discussioni ormai ventennali riguardanti il cambiamento climatico, con negoziati in corso da anni che non hanno portato ad alcun reale risultato. Per questo ancora adesso l’Africa è il continente meno responsabile del cambiamento climatico, ma è anche il più vulnerabile ai suoi effetti per l’elevata e diretta connessione della sua economia alle risorse naturali, specialmente per la dipendenza dell’agricoltura dalla pioggia, per la povertà diffusa e per la debole capacità di risposta nell’affrontare le sfide ambientali.
A causa del cambiamento climatico, e del conseguente aumento della temperatura, è prevista un inasprimento degli effetti che già interessano il continente africano: cambiamento dei modelli delle precipitazioni, con un aumento dell’intensità e della variabilità, siccità, maggiore frequenza dei disastri naturali come inondazioni e tempeste, innalzamento del livello del mare, intaccamento degli ecosistemi e della biodiversità.
E nientemeno, stando alle conclusioni di un rapporto delle Nazioni Unite reso pubblico in occasione della dodicesima Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici di Nairobi (novembre 2006), un terzo delle specie africane potrebbe perdere il suo habitat naturale entro il 2085 come conseguenza dei cambiamenti climatici, mentre in alcune zone l’innalzamento dei mari potrebbe portare alla distruzione del 30 per cento delle infrastrutture costiere.
Ma non basta. Uno studio condotto dalle Università della California, di New York e di Harvard rivela che entro il 2030 la temperatura del pianeta s’innalzerà di un grado e parallelamente aumenterà del 50 per cento (rispetto al 1990) il rischio di guerre civili nel continente africano.
Pubblicati sulla rivista Science Daily, i risultati sono il frutto della combinazione dei dati storici e meteorologici del periodo tra il 1980 e il 2002, e hanno stabilito che le guerre erano decisamente più frequenti in anni con temperature superiori alla media. Eduard Miguel, professore di economia a Berkeley, spiega il fenomeno: «Le coltivazioni dei contadini africani sono molto sensibili alle variazioni di temperatura. Quando il clima diventa molto più caldo, i raccolti scarseggiano e molte famiglie si trovano in difficoltà. E chi soffre la fame è più propenso a prendere le armi». Il suggerimento dei ricercatori per evitare l’aumento dei conflitti è di aiutare i Paesi africani a fronteggiare il cambiamento climatico, ma anche variare i tipi di coltivazioni e promuovere dei progetti che proteggano i contadini dalle calamità naturali. E non finisce qui. Secondo un rapporto diffuso da Survival, le misure adottate dai Paesi ricchi per combattere il riscaldamento globale stanno danneggiando i popoli indigeni almeno quanto i cambiamenti climatici stessi.
Per esempio: i biocarburanti (la maggior parte dei terreni destinati alla loro produzione è terra dei popoli indigeni), l’energia idroelettrica (il boom delle grandi dighe costruite nel nome della lotta ai cambiamenti climatici sta sfrattando migliaia di indigeni dalle loro case), la conservazione delle foreste (per “compensare” i danni indotti dal riscaldamento globale, gli ogiek del Kenia vengono sfrattati dalle foreste in cui hanno vissuto per migliaia di anni) o la compensazione delle emissioni di carbonio (le foreste dei popoli indigeni stanno acquisendo un crescente valore economico).
A rafforzare la tesi che l’Africa è il continente che soffrirà maggiormente del cambiamento climatico in atto, c’è un altro studio pubblicato di recente sulla rivista African Journal of Ecology firmato da Lindsey Gillson, ricercatore dello Tsavo National Park. Le maggiori preoccupazioni riguardano le variazioni infrequenti ma molto intense, che hanno effetti devastanti, come mostrano le registrazioni storiche delle più gravi siccità verificatesi nel passato del continente.
«Si tratta di eventi che hanno effetti a lungo termine sia sull’ambiente sia sulle società», ha spiegato Gillson. Aggiungendo che «Ciò è particolarmente evidente negli episodi che i Masai chiamano Emutai: il periodo compreso tra il 1883 e il 1902, per esempio, è stato caratterizzato da epidemie di pleuropolmonite, peste bovina e vaiolo. Nel biennio 1897-98 la pioggia è mancata completamente, e i racconti dell’esploratore austriaco Oscar Baumann, descrivono la devastazione determinata da un grande disturbo ecologico». Sempre secondo Gillson, è importante utilizzare i dati storici e paleoecologici per cercare di comprendere la frequenza e gli effetti degli eventi estremi. Per questo nel suo studio si è avvalso dell’analisi e della datazione al radiocarbonio di sedimenti, pollini e frammenti di carbonella ritrovati nel parco che possono dare un quadro dei cambiamenti climatici intervenuti nel passato. «Le conclusioni sono chiare - ha continuato Gillson - il periodo degli Emutai fu caratterizzato da una lunga siccità e un incremento dell’erosione del suolo. Questi dati indicano la presenza di quelli che noi chiamiamo grandi perturbazioni infrequenti».
Il cambiamento climatico ha gravi conseguenze anche sullo sviluppo e sulla crescita economica del continente africano. I disastri naturali sono in grado di incidere in modo significativo sulla performance economica, che risulta inoltre particolarmente colpita nei paesi in cui l’agricoltura, settore maggiormente vulnerabile agli effetti del clima, costituisce un’ampia quota del Pil. L’incertezza climatica può costituire una barriera agli investimenti, complicare la pianificazione a lungo termine e la progettazione di infrastrutture. Le strutture della governance politica, chiamate a mitigare gli effetti negativi, potrebbero ritrovarsi sottoposte a una tensione eccessiva a causa dei fondi richiesti per servizi pubblici come protezione della salute, riduzione del rischio di disastri e pubblica sicurezza.
L’attuale cornice di riferimento nella lotta al cambiamento climatico è costituita dalla United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc), trattato firmato nel 1992 al Earth Summit di Rio de Janeiro e in vigore dal 1994, e dal più efficace e legalmente vincolante Protocollo di Kyoto. Tale Protocollo alla Convenzione, firmato nel 1997, è in vigore dal 2005 e ha come periodo di riferimento quello compreso tra il 2008 e il 2012. I Paesi industrializzati firmatari sono chiamati a operare una riduzione delle emissioni degli elementi inquinanti almeno del 5 per cento rispetto ai livelli registrati nel 1990. Questi Paesi hanno anche la possibilità, attraverso il Clean Development Mechanism (Cdm), di realizzare progetti, nei Paesi in via di sviluppo, che siano in grado di ridurre le emissioni di GHGs (greenhouse gases). Mentre c’è una forte domanda da parte dei Paesi africani per beneficiare di questo meccanismo, solo pochissimi progetti approvati dal Unfccc Board sono stati attuati in Africa, e la maggior parte interessano il Nord e il Sud dell’Africa, lasciando un grande vuoto nella parte centrale.
In relazione a quest’area africana è invece interessante la Congo Basin Initiative, programma economico, lanciato nel 2002, che interessa 6 Paesi dell’Africa centrale (Camerun, Repubblica centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Guinea Equatoriale, Gabon, Repubblica del Congo) e ha come obiettivo, attraverso lo sviluppo di una rete di parchi e di aree protette, di una migliore gestione da parte delle comunità locali e di mezzi di sussistenza sostenibili, la conservazione delle foreste equatoriali, preziosa risorsa della protezione del clima mondiale.
Mentre fino al 2000 l’orientamento prevalente in risposta al cambiamento climatico è stato incentrato sulla mitigation, ossia su un intervento volto a ridurre le emissioni di GHGs, l’approccio successivo ha riconosciuto l’adaptation, ossia l’abilità di un sistema di adattarsi al cambiamento per moderare i potenziali danni, per usufruire delle opportunità e per fronteggiare le conseguenze, come una necessaria misura complementare. Si stima che il costo dell’adattamento in Africa potrà variare dal 5 al 10 per cento del Pil del continente.
Le istituzioni africane, in collaborazione con alcune organizzazioni internazionali, nel 2006 hanno sviluppato un programma decennale, il “Climate information for development needs: an action plan for Africa”, che riconosce la necessità di una strategia integrata che comprenda osservazioni sul clima, servizi di diffusione di tali dati che forniscano informazioni su agricoltura, salute, energia, gestione delle risorse idriche e prevenzione dei disastri naturali, integrazione delle tematiche climatiche all’interno dell’indirizzo politico e della gestione del rischio all’interno delle politiche di sviluppo.
Il programma ritiene di fondamentale importanza non solo che tali informazioni arrivino ai decisori, in modo che il clima venga integrato nella pianificazione a lungo termine e negli investimenti, attraverso un approccio trasversale basato su una stretta collaborazione istituzionale, ma che raggiungano proprio le persone al livello delle comunità locali, che sono quelle più direttamente interessate dagli effetti del cambiamento climatico. Una strategia, quindi, che fa della consapevolezza e dell’informazione gli strumenti più efficaci per affrontare i mutamenti in corso.
di Marco Cochi
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