Così si arrese la Chiesa Cattolica
Il Vaticano ha sostituito “Fede, Speranza e Carità” con la triade “Ragione, Tecnica e Convenienza”
Gettiamo nell’abisso l’occhio nudo, ‘ché lo scempio gratifica lo sguardo senza necessità di supporti ottici. Lo spettacolo infernale è quello sottile tutti i giorni transitante sulla carta stanca dei giornali dalle imboscate del televisore.
L’ultimo teatro in ordine di tempo (perdonate se, nel frattempo, ci sia sfuggito qualche dettaglio consimile) ce lo ha offerto la Corte d’Europa, i giudici togati del Vecchio Continente ormai allo sfacimento: l’abolizione per legge del crocefisso da tutti i pubblici consessi.
Risalendo il torrente fangoso, peschiamo a casaccio, trovando la RU-486, bon-bon abortivo, dalla sigla anonimamente subdola.
Poi gli omosessuali, ghettizzati e psicologicamente violentati - dal prossimo non meno che da sé stessi -, i quali si impongono al prossimo, rivendicando un indennizzo oltremodo esagerato rispetto al danno subìto.
E avanti con l’eutanasia “ideologica”, drappo stinto e lacero di politica: la povera Eluana assassinata a tradimento dal proprio sangue, succhiato dalle pendule labbra di esofagi, è il caso triste più noto, ma non l’unico.
Un altro gruppo di togati, questa volta italiani, ha espunto per legge il concetto di famiglia così come i nostri padri la intendevano e come la composero: ora c’è l’allargamento a ogni agglomerato umano. Due uomini o quattro donne, bizzarri incroci genetici, aggiunte parentali o amicali dall’esterno: tutto ora farà famiglia o, per meglio adattarsi alla violenza della political correctness, faranno le famiglie, al rigorosissimo plurale. Al catalogo si aggiungeranno presto altri sintomi di un vero e proprio sovvertimento, propaggini - purtroppo non ancora estreme, ma a un passo dal diventarlo - di un’epoca inferiore (strictu sensu), dimentica del sacro, ribelle contro l’ordine antico che verrà ripristinato a catastrofe avvenuta, ma dalla quale ancora dobbiamo attenderci il conto salato e indigeribile.
Nel frattempo la pubblica opinione - imbelle perché non è popolo - guarderà ancora e sempre inebetita, reputandole passeggere folate di follia, al massimo oggetti di battaglie tra fazioni, senza mai coglierne tutto il peso diabolico.
Chi c’è a raffrenare e raffreddare fiammate di ben nota origine? Abbiamo baluardi? Sarebbe la Chiesa Cattolica, ma essa mostra la corda che, a sua volta, palesa la cima. Ormai il Vaticano è intriso di moralismo senza morale, di etica senza éthos. Non basta rovistare in mutande altrui, nei privati affetti e scompensi, denunziare l’offesa a indistinte “dignità umane” - retaggio, questo antropocentrismo, del Rinascimento, principio della fine -. Sarà pur tutto vero, ma parzialmente: tale atteggiamento ci rimanda a tutta la verità evangelica della trave e della pagliuzza. Siamo circondati da orbite fitte di travi.
Su omosessualità e pillola abortiva, per esempio, cala un abisso di silenzio, dopo le elettriche frizioni degli anditi petrini che non ce la fanno, non riescono a persuadere nessuno, fatta salva la minoranza parrocchiale, se e quando va bene.
È evidente: gli effetti collaterali dell’azione della Chiesa sono l’inverso di ciò che essa pretende che avvenga. Ecco la trave ed ecco perché: il sociale e lo psicologico prevalgono sullo spirituale. Quando il transeunte soverchia il perenne, non ci si può aspettare altro che follia, ribellione, disinteresse. Bisognerebbe leggersi Simone Weil o il Vangelo o San Paolo per comprendere tutta la portata traumatica di un’istituzione cosiddetta “spirituale”, la quale abdica al suo primato interiore per volgersi al mondo materiale, adoperando, nella battaglia contro il principe di questo mondo, armi eguali. La battaglia, pertanto, è perduta. La Chiesa ha deciso di operare sullo stesso terreno infetto che vorrebbe bonificare, scatenando eguali virus. In uno scolio, che citiamo a memoria, il cattolico insospettabile Gómez Dávila disse che la Chiesa, volendo aprire le braccia al mondo, gli ha invece aperto le gambe. Aprire al mondo, aprire al sociale: e così se ne va a carte quarantotto la formazione spirituale. Roma ha abdicato e, nel contempo, si dimena come ossessa per riconquistare ascolti, ginocchia piegate, grani di rosario consunti, costumi.
Ecco qual è il suo vulnus, la ferita insanabile: aver svuotato il suo magistero dell’elemento trascendente, rimpinguato al fine, come un tacchino nel Giorno del Ringraziamento yankee, di sociale e psicologico.
Strabuzzino pure gli occhi i fedeli di Santa Madre Chiesa, gridino alla lesa maestà, ma altrimenti non si spiega la solitudine dell’eco che ruzzola a vuoto in valle dopo ogni proclama, dopo ogni Angelus, quaggiù, nella vita reale.
Il Concilio di Trento prima, risposta scomposta all’attacco luciferino della Riforma luterana, e poi la controversia seicentesca tra il Vescovo Bossuet da una parte e Fénelon e Madame Guyon dall’altra, estreme discendenze della grande vena aurifera della mistica, già però in parte deviate.
Catastrofe definitiva arrivò con il Concilio Luterano… pardon, Vaticano II. Da allora, la formazione dei fedeli è delegata a psicologi, medici, carismatici, encicliche sociali, scienze teologiche. Oggi il sentimento prevale sullo spirito, sul sacro prevale l’emozione, sull’interiore prevalgono portafoglio e psiche. Su ciò che è eterno e increato prevalgono modi caduchi, periclitanti, fuggevoli ombre.
Una parola compendia tutto questo: tecnica. Ogni azione formatrice nella Chiesa oggi ha per dio la tecnica, non più il trascendente. Pare che molti credano più all’efficacia di un dottore di passaggio piuttosto che a quella dello Spirito Santo.
Sin da piccino, il cattolico medio respira aria profana. Tutto è relativo, come, d’altra parte, ha capito Benedetto XVI, a capo, tuttavia, di una Chiesa vittima immobile di una forza inarrestabile che scotenna le coscienze e le muove, ormai, verso la foce nel niente.
Ne abbiamo sentite di belle. C’è chi pensa a Gesù come al vicino di casa e così lo tratta. Chi reputa la Bibbia un testo rivedibile. Chi scambia una liturgia per un happening. Chi non batte ciglio a vedere la Vergine partorire come donna qualsiasi. Abbiamo di recente ascoltato un sacerdote affermare durante un’omelia: «I miracoli di Gesù? Non si sa se sono veri. Potrebbero anche non esserlo. Dio? Non so se esista davvero». Parole che, in altri tempi, sarebbero costate care. Vabbè, disse invece l’uditorio. Che pensare? Se si mette in discussione l’evidenza, figuriamoci all’immateriale, all’invisibile trascendente qual destino gli sia riservato nei cuori e nei fatti.
Non è un problema l’ignoranza. Confondere l’ordine delle stagioni può valere anche un sorriso e non inficia del minimo una struttura. Anzi, può essere terreno fertile, può essere l’umiltà necessaria a che su di essa cada il seme della vita e germogli. A questa umiltà si è invece sostituita la ragione che vira in razionalismo. Da qui il dialogo con le scienze, la schiena incurvata alla scimmia darwiniana. Da essa, la ragione, transita tutto. È divenuta la falsa via regia per il regno dei cieli ed è la madre della tecnica. L’Aquinate, nella sua perversione superomistica (un Nietzsche teologico e cristiano!), pretendeva di cogliere tutto, Dio persino e ovviamente, con la ragione.
E poi sua maestà la convenienza. All’oggi il cattolico, al contrario del sano orgoglio di San Paolo, si vergogna del Vangelo. Non gli conviene, appunto, morire per esso, testimoniarlo foss’anche fuor di pericolo. «Conviene far così, conviene non far così», è il flatus vocis negli spenti corridoi, ‘ché altrimenti qualcuno potrebbe offendersi o fuoriuscire, non più amare “la nostra Chiesa”. Il cattolico medio di questi tempi, sapendo dentro di sé d’aver perduto la benedizione dello Spirito Santo nella sua Chiesa, deve dimenarsi, guadagnare consensi, e ogni pastorale pare una campagna elettorale. Ogni precetto, cento scuse.
La verità è che le radici col Vangelo son recise, e non solo da ieri. Fede, Speranza, Carità sono archeologia. Al loro posto oggi abbiamo la triade di Ragione, Tecnica, Convenienza. Il Principe, ancora una volta, sta vincendo.
Sirio Sebastiani
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