Storia dell’economia

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Milano, foto storica di Piazza Cordusio

Quella nuova Italia tra sviluppo e fughe

Le rimesse degli emigranti furono una boccata d’ossigeno per il Paese che l’agricoltura continuava a dividere in due realtà differenti

Il XX secolo iniziava all’insegna dell’energia. Lo sfruttamento dell’energia elettrica pareva poter garantire la liberazione da ogni ostacolo che, in precedenza, aveva bloccato lo sviluppo industriale. Non più la necessità di importare, a caro prezzo, il carbone necessario per far funzionare i macchinari. Il vapore lasciava il campo all’elettricità, si sviluppava la possibilità di distribuire l’energia a distanza, liberando le fabbriche dalla necessità di essere collocate in luoghi obbligati. E il motore a scoppio prometteva ulteriori sviluppi mentre le scoperte scientifiche, destinate ad avere applicazione nell’economia, si susseguivano sempre più rapidamente. Dal telegrafo alle automobili, dal cinema agli aerei, dagli utensili ai nuovi forni industriali che andavano a modificare sistemi ed organizzazione di lavoro. Ma il nuovo secolo si apriva consacrando anche le due nuove grandi potenze mondiali, la Germania e gli Stati Uniti mentre si affacciavano sulla scena i Paesi dell’Est e iniziava l’eclisse delle fortune di Gran Bretagna e Francia.
È sufficiente un dato per evidenziare il diverso ritmo di crescita. Dal 1865 al 1905 la produzione di acciaio era cresciuta in Germania di 100 volte e solo di 26 volte in Gran Bretagna. Mentre gli Stati Uniti stavano progressivamente sostituendo gli inglesi come dominatori del commercio mondiale.
In questo inizio del secolo particolarmente dinamico anche l’Italia cominciò a manifestare segni di vitalità. Sebbene il reddito pro capite nel nostro Paese, alla fine del XIX secolo, fosse pari a 14 sterline a fronte delle 22 della Francia e delle 39 della Gran Bretagna. Eppure qualcosa cambiava. La popolazione nelle città aumentava rapidamente (dal 23 per cento del 1880 al 31 del 1910), la possibilità di impiegare l’energia elettrica per usi industriali o anche solo per l’illuminazione delle città modificava parecchie prospettive. Nasceva una nuova imprenditoria, l’agricoltura si modernizzava, lo Stato diventava sempre più presente nell’economia.
Una presenza indispensabile, quella pubblica, a partire dal settore edilizio. Perché l’incremento della popolazione nelle principali città - Milano, nel 1901, nella cinta daziaria aveva il 50 per cento di abitanti in più rispetto a 20 anni prima e tassi di crescita analoghi si registravano a Roma mentre Torino e Genova vedevano incrementi più contenuti - aveva spinto alle stelle i prezzi delle abitazioni, riproponendo la consueta speculazione che tanti danni aveva già provocato in passato. Occorreva calmierare i prezzi e realizzare nuove abitazioni. Giolitti ci provò con una legge del 1904 ma la crescita delle città non si arrestava e rendeva insufficiente ogni intervento.
Al Nord erano soprattutto le popolazioni alpine a migrare verso le città (oltre che verso i Paesi stranieri, ormai soprattutto extraeuropei). L’agricoltura montana non era riuscita a modernizzarsi adeguatamente e la terra non era più in grado di assicurare il sostentamento delle famiglie. Inoltre lo sfruttamento di ogni porzione del territorio aveva determinato danni consistenti al patrimonio boschivo di molte vallate. Da qui la scelta obbligata di scendere a valle. Verso Milano, verso Torino. Ma anche verso le cittadine piemontesi e lombarde nei fondovalle o nelle vicinanze dei capoluoghi.
L’incremento della popolazione urbana determinava, però, altre conseguenze. A partire da un aumento della domanda di beni e servizi, uno sviluppo delle infrastrutture, la crescita di commerci, di istituzioni finanziarie. E, parallelamente, il rafforzamento delle strutture formative, dalle scuole elementari ai centri di ricerca, con un deciso miglioramento del livello di preparazione dei lavoratori. Non va però sottovalutato l’aspetto sociale di queste migrazioni, di questo sradicamento. Dovuto principalmente a un eccesso di popolazione poiché la mortalità infantile si era ridotta e la pur disastrosa guerra d’Africa non aveva comportato un numero particolarmente elevato di morti. Così le risorse agricole, soprattutto nei territori meno avanzati tecnologicamente, non erano più sufficienti. Ma i disperati che si spostavano verso le città avevano bisogno di tutto ed erano disposti a tutto. Ciò comportava un radicale cambio di mentalità rispetto ai lavoratori già inurbati che erano da tempo impegnati nel tentativo di far riconoscere i propri diritti. L’immigrazione creava tensioni tra i lavoratori e favoriva un ulteriore sfruttamento della manodopera.
Ma chi sfuggiva dalla povertà non sempre si trasferiva nelle città vicine. L’emigrazione verso Paesi sempre più lontani creò lacerazioni profonde in moltissime famiglie. Nel solo 1913 furono quasi 900mila gli emigranti italiani e il tasso di emigrazione crebbe dall’8 per mille del 1894 al 25 per mille del 1913, con una media di 600mila espatri all’anno.
L’Italia all’estero, al di là della retorica successiva, non fu però caratterizzata solo da sfruttamento, maltrattamenti, delinquenza. Gli italiani, nella stragrande maggioranza dei casi, trovarono lavori più che dignitosi e anche remunerativi. Tanto che, nella prima parte del nuovo secolo, più di metà della parte attiva della bilancia dei pagamenti fu coperta dalle rimesse degli emigrati. In pratica una parte consistente dello sviluppo industriale italiano fu finanziata dagli italiani all’estero. E questa era una risorsa che vedeva il nostro Paese primeggiare a livello mondiale. Senza trascurare che l’emigrazione alleggerì la pressione demografica interna e favorì le esportazioni italiane verso quei Paesi in cui si erano stabiliti i nostri connazionali.
Un dramma sociale, ma un affare economico. Per la parte delle famiglie rimaste in Italia, che poterono aumentare i consumi, ampliando l’asfittico mercato interno. Ma anche per il Governo che riuscì a riscattare in anticipo l’ingente debito pubblico collocato all’estero, ma anche a rafforzare la lira trasformando l’Italia in un partner affidabile e credibile nello scenario della finanza internazionale.
L’aumento dei consumi ebbe effetti benefici anche sull’agricoltura, facendo aumentare i prezzi e incentivando un ulteriore processo di modernizzazione. Nuovi sistemi di coltivazione e una crescente meccanizzazione portarono all’accorpamento delle terre, all’aumento dell’incidenza dei salariati agricoli (nel 1911 rappresentavano quasi il 53 per cento dei lavoratori del settore) e alla diminuzione dei conduttori diretti che si ridussero al 18 per cento. Questo significò l’espulsione dalle campagne di una cospicua parte della popolazione che si riversò in città.
L’effetto, a livello economico, fu decisamente positivo. Nei primi 25 anni del XX secolo il tasso medio di crescita annua del valore aggiunto dell’agricoltura, a prezzi costanti, si aggirò intorno all’1,8 per cento (escludendo il periodo bellico) a fronte dello 0,4 per cento dei primi 30 anni dell’Unità italiana. Merito dei macchinari, sempre più impiegati in agricoltura, ma anche di un crescente uso dei concimi chimici. Dalle 30mila tonnellate all’anno nel penultimo decennio dell’Ottocento si era passati a 1,3 milioni tonnellate nel 1913. E la produzione, quasi interamente importata nel XIX secolo, era diventata in larga parte nazionale.
Gli effetti sulle colture si sentirono immediatamente. Grazie al protezionismo - che aveva determinato un incremento dei prezzi e dei guadagni - la superficie coltivata a frimento passò dai 4,5 milioni di ettari dell’ultimo decennio dell’Ottocento ai 4,75 milioni di ettari del decennio successivo. Ma grazie alla meccanizzazione e ai concimi la produzione salì dai 36,3 milioni di quintali di fine Ottocento ai 52,5 milioni di quintali del 1913.
E ad approfittarne maggiormente, ancora una volta, fu l’agricoltura del Nord, con i grandi proprietari che non lesinarono gli investimenti, soprattutto in coincidenza con gli aumenti dei prezzi nel primo decennio del XX secolo. Il Sud, al contrario, non riuscì ad adeguarsi ai tassi di crescita e subì forti oscillazioni nell’export, e nei prezzi, degli agrumi, del vino, dell’olio. Così il tasso di crescita nelle pianure del Nord si attestò intorno al 3 per cento annuo nei primi 10 anni del secolo a fronte del 2 sulla costa centro meridionale e dell’1,7 nella montagna e collina appenninica.
La distanza tra Nord e Sud emerge anche dai dati relativi alla produzione del frumento: 6 province, tutte settentrionali, avevano una resa per ettaro tra i 15 ed i 20 quintali di frumento (e Rovigo superò i 20); 29 province, tutte del Sud, non superavano i 6-10 quintali e 4 (ancora al Sud) non arrivavano neppure ai 6 quintali. E il Nord approfittava anche della ripresa del riso, coltivato tra Piemonte e Lombardia e venduto dall’Argentina agli Stati Uniti, dalla Svizzera alla Grecia, dalla Francia all’Austria. Così le pianure del Nord, con il 13 per cento della superficie agraria complessiva, rappresentavano un terzo della produzione totale, con un prodotto per ettaro pari a 600 lire mentre la media nazionale era di 200.
Si sviluppò la coltura della barbabietola - anche per effetto della guerra di Cuba tra Spagna e Stati Uniti - aumentarono i capi bovini, si incrementò la produzione di patate, cereali. La produttività complessiva crebbe al Nord del 2 per cento l’anno e al Centrosud dell’1 per cento, ma scomponendo il dato si avrebbe un incremento superiore all’1 per cento per il Centro e ulteriormente più basso per il Sud che vedeva aumentare solo il ritardo dal resto del Paese. Ritardo che si accumulava, progressivamente. Così il Nord investiva e si arricchiva mentre il Sud rimaneva a guardare.
Ciononostante, grazie soprattutto al forte sviluppo dell’area padana, la bilancia commerciale per l’agroalimentare riuscì a chiudere in pareggio per parecchi anni, sino a poco prima dello scoppio della Guerra Mondiale. E il rafforzamento dell’agricoltura si ripercosse sugli altri settori, con un incremento della domanda interna delle famiglie, con una forte richiesta di macchinari. Ma determinò anche una decisa presa di coscienza dei lavoratori delle campagne, con leghe di contadini sempre più bellicose e con rivendicazioni sempre più puntuali. E si sviluppò pure il movimento cooperativo, sempre con in centro nella Pianura padana.
Erano i semi dello sviluppo successivo, non solo in campagna ma anche nelle città.
di Teresa Alquati



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