Storia dell'economia
Tra immigrazione e fame si arrivò al ‘900
Il Governo Crispi fu disastroso su tutti i fronti: spinse gli italiani del Sud a emigrare nelle colonie e condannò quelli del Nord alla povertà
La Belle époque, formalmente, viene fatta iniziare nell’ultima (ma non ultimissima) fase dell’Ottocento. Concetto molto francese, legato alla fine della disastrosa guerra con la Germania e alla ripresa successiva. In realtà la fine del XIX secolo non fu caratterizzata solo da un entusiasmante sviluppo tecnologico. I disastri, in campo economico, non mancarono. In Francia come in Italia. Anzi, nel nostro Paese la crisi fu proprio acuita dalla guerra commerciale con la Francia.
L’Italia dell’ultimo scorcio del secolo si contraddistingueva per una politica economica fortemente protezionista, con i più alti dazi sul grano di tutta l’Europa. Una scelta che aveva permesso di far crescere i salari anche dei lavoratori agricoli. Ma con effetti non sempre positivi. I dazi sullo zucchero avevano, ad esempio, favorito una eccessiva coltivazione della barbabietola che si sarebbe rapidamente trasformata in una sovrapproduzione con danni notevoli.
Con la Francia, però, i problemi andavano ben oltre. Parigi era stato l’alleato tradizionale negli avvenimenti che avevano portato all’Unità del Paese. Nonostante alcuni contrasti, anche armati, su Roma. Ma tutta la storia del Risorgimento era costellata da rapporti diplomatici e da accordi che, spesso, erano stati raggiunti tra lenzuola clandestine. La Contessa di Castiglione, amante di Napolone III, Maria Clotilde di Savoia data in moglie a Napoleone Giuseppe Carlo, Costantino Nigra amante della moglie di Napolone III. Ma gli scenari erano profondamente mutati e Francesco Crispi - Presidente del Consiglio dall’87 al ’91 - si era convinto che la Francia volesse aggredire l’Italia.
D’altronde Parigi aveva conquistato la Tunisia, su cui aveva messo gli occhi l’Italia che considerava il Paese Nord Africano come la quarta sponda naturale.
E l’Italia aveva risposto stipulando la Triplice Alleanza con Germania e l’impero Austroungarico. La scelta del politico siciliano di denunciare il trattato commerciale ebbe effetti negativi soprattutto sull’agricoltura meridionale italiana. Penalizzate le produzioni di agrumi, di vino, di olio. Ma le ripercussioni negative ci furono anche per i contadini di Piemonte e Veneto.
Sono gli anni della forte emigrazione delle regioni del Nord non più verso l’Europa ma verso l’America del Sud.
L’interscambio con la Francia si ridusse da oltre 630 a 260 milioni tra il 1887 ed il ’94. Ed i nuovi mercati in crescita per le merci italiane, dalla Svizzera alla Germania e all’Austria, non compensarono la riduzione delle esportazioni verso la Francia.
L’agricoltura del Sud pagò il prezzo più alto non solo per il tipo di prodotti, ma soprattutto per la crescente arretratezza del sistema agricolo meridionale. Metodi di produzione antiquati, mancato ammodernamento, mancanza pressoché assoluta di investimenti adeguati, incremento della concorrenza internazionale europea e coloniale per un crescente numero di prodotti.
A tutto ciò si aggiungeva il perdurare dello sfruttamento della manodopera, la forte presenza di terre marginali, il mancato intervento per bonifiche e sistemi di irrigazione. Ma, soprattutto, secondo gli economisti il Sud aveva troppi abitanti in rapporto alle capacità produttive. Si considerano le persone alla stregua di animali, tot numero di capi di bestiame per territorio. Così per uomini e donne obbligati a prendere la strada dell’emigrazione per garantire la sopravvivenza di chi rimaneva.
Al Nord, invece, il protezionismo permise di creare la base di una trasformazione strutturale dell’agricoltura. Perché l’emigrazione permise l’accorpamento dei terreni e appezzamenti di maggiori dimensioni favorivano investimenti per la modernizzazione: migliori rotazioni colturali, maggior selezione del bestiame, crescita delle produzioni foraggere, maggior uso di concimi anche chimici, utilizzo delle prima macchine agricole, formazione dei conduttori agricoli attraverso comizi agrari ed insegnanti ambulanti. E l’emigrazione cominciò a rallentare.
Non si deve però pensare che i contadini del Nord vivessero in condizioni agiate. Tutt’altro.
E anche quando il contadino riusciva ad abbinare il lavoro nei campi con quello nelle fabbriche, il livello di vita rimaneva estremamente basso. Ci si nutriva di polenta, pane nero o grigio, castagne (il “pane dei poveri”), minestre con poche verdure, a volte del lardo, quando si poteva un po’ di riso, quasi mai la carne.
Non stavano meglio gli operai, con turni di lavoro di 12 ore, salari da fame, sfruttamento generalizzato, comportamenti durissimi dei padroni che non sempre avevano atteggiamenti paternalistici ma spesso preferivano il bastone alla carota.
Un padronato che, per di più, era ampiamente tutelato dallo Stato. Sia con l’invio della forza pubblica per reprimere i tentativi di protesta dei lavoratori agricoli e dell’industria, sia con una politica di commesse pubbliche che favoriva lo sviluppo dell’industria pesante ma che lasciava i consueti ampi margini per speculazioni finanziarie di ogni tipo.
Il modello era ovviamente quello tedesco. Ma, come sempre, l’originale era molto migliore dell’imitazione.
L’industria pesante doveva però rappresentare il pilastro su cui basare la velleitaria politica italiana da grande potenza, sognata da Crispi. Che, sul fronte interno, si dedicò alla repressione dei Fasci siciliani e di ogni altro tentativo di riconoscimento dei diritti dei lavoratori mentre sul fronte esterno si lanciò nella disastrosa politica coloniale in Africa. L’esercito dell’Italia unita, dopo aver drammaticamente fallito la prova della terza guerra d’Indipendenza, nel 1866 (vinta solo grazie agli alleati francesi), riuscì a farsi cacciare anche dall’Africa Orientale dove aveva tentato di iniziare l’avventura coloniale.
D’altronde il Ducato di Savoia prima ed il Regno di Sardegna poi avevano ben figurato sul piano militare solo grazie ad un rapporto tra soldati e popolazione che aveva eguali solo in Prussia e che era decisamente superiore al rapporto anche della Francia napoleonica. In altre parole, l’esercito sabaudo riusciva a vincere solo quando Torino ed il Piemonte erano un’immensa caserma. E quando gli alleati erano quelli giusti.
L’esercito italiano, invece, pagava l’arretratezza dello stato maggiore, la mancata integrazione tra alti ufficiali del Nord e del Sud, ma anche la scarsa qualità degli armamenti e la carenza degli approvvigionamenti. Oltre alla totale mancanza di conoscenza del territorio africano e della consistenza delle truppe avversarie. Così si mandarono a morire inutilmente soldati ed ufficiali in nome dell’incapacità del Governo Crispi.
Ma il tentativo di penetrazione in Africa Orientale non era dovuto solo ad una logica di politica da grande potenza, ad una conquista di “un posto al sole” od alla frustrazione per essersi fatti anticipare dalla Francia in Tunisia. Era anche un primo tentativo per indirizzare l’emigrazione italiana verso terre che appartenevano al Paese.
Non tanto un tentativo di conquistare materie prime - che pure affluivano in massa, in Europa, dalle colonie degli altri Paesi del Vecchio Continente in Africa ed Asia - quanto piuttosto un velleitario proposito di offrire un’opportunità all’esercito di poveri e affamati che si dirigeva oltre Oceano a cercar fortuna.
Invece il fallimento dell’avventura africana servì solo ad accentuare il malcontento in Italia. Dove anarchici e socialisti trovavano un seguito crescente in masse di lavoratori e disoccupati che vedevano la propria situazione economica peggiorare dopo un illusorio miglioramento nel decennio precedente.
Una ribellione particolarmente forte al Nord, sia nelle manifatture dove gli operai reclamavano condizioni di lavoro e di salario meno infami, sia nei campi della Pianura Padana, e soprattutto in Emilia, dove era maggiore la presa di coscienza dei propri diritti e dove la lotta coinvolgeva uomini e donne. Nel 1882 era stata fondata la Lega socialista milanese e 10 anni più tardi il partito socialista italiano, sciolto da Crispi l’anno dopo.
Tra repressioni sempre più violente e morti tra i manifestanti, si arrivò al rincaro del prezzo del pane che contribuì a far da collante alle varie proteste. Incurante delle ripetute ribellioni della storia della Penisola, legate sempre all’aumento del prezzo del pane, il Governo andò incontro alla prova di forza. D’altronde il disprezzo verso le classi più povere era totale e in più si stava affermando un “partito della corona” che avrebbe volentieri cancellato tutte le concessioni degli anni precedenti per arrivare ad un regime militare alla diretta dipendenza del re.
Così, quando nel 1898, la protesta dilagò dalle campagne alle città, coinvolgendo anche Milano, la risposta del governo di Antonio di Rudinì fu tutta nella proclamazione dello stato d’assedio e nelle cannonate sparate sulla folla per ordine del generale Bava Beccaris. Un’ottantina i morti, quasi 500 i feriti per quella che venne definita la “rivolta dello stomaco”. E il re Umberto I, tanto per rasserenare gli animi, non trovò niente di meglio di concedere a Bava Beccaris una delle massime onorificenze del regno, a cui seguì uno scranno da senatore, sempre nello stesso anno.
Il premio per aver sparato sulla folla di affamati, compresi i poveri che stavano aspettando la minestra offerta dai frati. D’altronde il regio esercito, nel 1864, non aveva avuto problemi a massacrare a Torino una sessantina di persone disarmate che protestavano contro il trasferimento della capitale e che furono uccise mentre gridavano “viva il re”.
Due anni dopo il crimine commesso da Bava Beccaris, l’anarchico Gaetano Bresci, emigrato negli Stati Uniti, tornò in Italia per uccidere Umberto I e vendicare i morti di Milano. Era il 29 luglio del 1900. Bresci, condannato a morte e poi graziato da Vittorio Emanuele III, non sopravvisse al re neppure un anno. Ufficialmente suicida, forse massacrato in carcere dalle guardie. Ma con Umberto I si chiudeva un secolo difficile mentre il ’900 si apriva al’insegna dell’entusiasmo, dell’euforia e della speranza, soprattutto in campo economico ma anche per la cultura e la scienza.
La Belle époque decollava finalmente e l’illusione poteva contagiare anche l’Italietta che si apprestava a diventare grande.
di Teresa Alquati
- Login o registrati per inviare commenti


