Sindrome culturale di Stoccolma
Molti intellettuali di destra, soprattutto ex aennini, hanno rinnegato il proprio passato ideologico
Il Ministro Bondi, in vari suoi interventi sulla stampa, ha sempre sottolineato di avere una concezione «liberale» della cultura, di non aspirare a nessuna «egemonia», come era stato per il Pci e la sinistra in genere nei decenni passati, di non voler fare alcuna «epurazione». Però è anche costretto ad ammettere che oggi, pur essendo la «cultura di sinistra» in profonda crisi, essa è rimasta una «tecnica di gestione del potere» (Corriere della Sera, 16 settembre 2009).
In altri termini, le sue idee sono sempre più confuse e superate, ma la sinistra ha i suoi uomini ancora insediati nei posti decisionali e negli snodi più importanti della “gestione del potere” culturale. Non è difficile capirlo, dopo mezzo secolo di occupazione e di stratificazione anche semplicemente burocratica, ma sta di fatto che in Ministeri e assessorati, editori e riviste, giornali e case cinematografiche, televisioni e università gli uomini della sinistra, siano essi intellettuali o semplicemente personaggi d’apparato, stanno ancora lì, inamovibili, a decidere, giudicare, escludere, sanzionare, filtrare, bloccare, così indirizzando la cultura italiana in una certa direzione e sbarrando il passo a chi la pensa diversamente, condizionando, alla fine, una certa parte dell’opinione pubblica.
Per esempio, un documentato e raccapricciante articolo di Alberto Agazzani (Libero, 1 ottobre 2009) illustra, con una lunga serie di nomi e fatti, come e in che modo, nell’ambito dei musei e delle sovrintendenze, continuino a essere nominati personaggi vicini alla sinistra, quasi esistessero soltanto questi esperti…
Con tutto il rispetto per il Ministro Bondi e la sua visione “liberale”, occorrerebbe fare come, invece, dice Marcello Veneziani: «Tentare una strategia di conquista civile e culturale delle posizioni chiave o, quantomeno, una presenza bilanciata che apra alle culture plurali del Paese» (il Giornale, 21 settembre 2009). E una simile operazione potrebbe partire, aggiungo, dalla periferia per raggiungere, man mano, il centro: da paesi, cittadine e città dove, sempre di più, gli assessorati alla cultura e simili passano nelle mani dei rappresentanti del centrodestra.
Non sarebbe un’operazione difficile se non imperversasse quella che è stata chiamata “la sindrome culturale di Stoccolma” del centrodestra, ovvero, come ha scritto Francesco Borgonovo in modo più esplicito, «una forma di sudditanza che condiziona le scelte culturali (e, in alcuni casi, politiche) del centrodestra» (Libero, 1 ottobre 2009). Come i sequestrati di Stoccolma, alla fine, cedettero psicologicamente e passarono dalla parte dei rapitori sino al punto di innamorarsene, così, a quanto pare, sta accadendo ai “gestori della cultura” di centrodestra, che hanno raggiunto posizioni di responsabilità nei confronti della cultura dei loro “avversari”.
è quanto mi è capitato di constatare andando in giro per varie conferenze. Non potevo credere a quanto mi veniva raccontato: e cioè di assessori, soprattutto ex An, paralizzati e resi impotenti dalla paura di prendere decisioni per le quali si correva il rischio di essere accusati di essere “di destra” o, ancor peggio, “fascisti” da parte delle opposizioni comunali, ovviamente di sinistra. Non si può organizzare una conferenza con quel personaggio o per quel libro; non si può proiettare quel film; non si può organizzare quella mostra; non si può ricordare quell’anniversario; non si può finanziare quella biblioteca o restaurare quella collezione di giornali; non si può mettere quella targa o renderla leggibile; non si può finanziare un concerto di quel gruppo musicale... Non si può proprio, scusate: altrimenti cosa dirà l’opposizione? Cosa scriveranno le pagine locali della “grande stampa”? Che accuse ci lanceranno le sinistre? E se magari si mobilitassero i centri sociali? Sono sequestrati dai progressisti e succubi, e ormai quasi innamorati, dalla loro cultura.
Scrive sempre Borgonovo: «Una specie di fissazione: quella di piacere a sinistra, di soddisfare, scendendo sul loro stesso terreno, tutti coloro i quali hanno sostenuto per anni l’inferiorità morale dei conservatori. è il desiderio insopprimibile di essere accettati nel bel mondo dei pensatori che si rispettano, dopo decenni di appartamento, di reclusione “nelle fogne”».
La lezione di coraggio e anticonformismo dello sfortunato Marzio Tremaglia, assessore alla cultura della Regione Lombardia scomparso quarantenne nel 2000, l’hanno appresa, purtroppo, in pochissimi: non possiamo non citare Giorgio Pellegrini a Cagliari, Massimo Greco a Trieste e Carlo Sburlati ad Acqui Terme, che vanno avanti con iniziative non certo di parte, ma di sicuro politicamente scorrette e indirizzate a mettere in evidenza quella «presenza bilanciata che apra alle culture plurali del Paese» di cui parlava Veneziani. è così che si fa: non ci si nasconde dietro un dito che, nel nostro caso, è quel famigerato trinomio “laico-democratico-antifascista” che all’epoca del demitiano “arco costituzionale” mise fuori gioco il Msi, ma che oggi è tanto di moda nella corrente aennina o, meglio, finiana del Pdl.
C’è da chiedersi, dunque, il perché di questa sindrome che condiziona molti assessori alla Cultura del centrodestra, che fa loro accettare i contenuti degli avversari e abbracciare tutti i luoghi comuni e le parole d’ordine della sinistra, dimenticandosi totalmente della propria cultura (non bilanciando entrambe, ma proprio cassando la propria). Da cosa nasce questa incultura generalizzata, questo vero e proprio rinnegamento di una “visione del mondo”, se non un taglio alle radici di appartenenza?
Considerando i fatti che ho conosciuto, penso che la risposta sia sociologico-politica e si riferisca alla involuzione del Msi-An: gli assessori alla Cultura locali sono ormai quasi tutti dei giovani fra i 30 e i 40 anni che, quindi, sono cresciuti fisicamente e si sono svezzati culturalmente dopo il passaggio delle acque a Fiuggi, or sono quindici anni. Il clima unanimistico (nei fatti, anche se non in teoria) creatosi intorno all’allora segretario del partito, le sue svolte o “strappi” imposti dall’alto a mo’ di diktat non discutibili, le sue oscillanti e nebulose posizioni culturali hanno creato, poco a poco, una specie di “pensiero unico” che ha condizionato quelli che nel 1995 avevano 20-30 anni. Sicché, una volta approdati sugli scranni di assessore alla Cultura di centinaia di città e cittadine italiane (per non parlare delle Regioni), non hanno fatto altro che muoversi secondo la forma mentis cui erano stati abituati, tanto più che per raggiungere quel posto devono essere, in genere (le poche eccezioni confermano la regola), uomini di apparato. è l’approdo alla tanto osannata sponda post-ideologica che, però, attenzione, non ha un contraltare nella sinistra che rimane, quasi al cento per cento, ideologizzata.
Il secondo punto è questo: se per caso l’assessore in questione fosse uno spirito indipendente e pensasse di operare in modo politicamente scorretto rispetto alle direttive del centro o dei vertici locali, c’è sempre il ricatto delle liste. Le liste per le elezioni amministrative le compila il coordinatore locale nominato da Roma e, se non ti adegui e vuoi fare culturalmente di testa tua, ricevendo per di più le accuse di “fascista” e, magari, anche di “anticomunista”, ledendo la nuova immagine del centrodestra in generale e degli ex An in particolare, sei messo fuori gioco. Soltanto chi è un “esterno” all’apparato e non fa il politico di professione, perché ha già un proprio lavoro, può, magari, fregarsene di rientrare in lista. Ma ci vuole disinteresse e coraggio intellettuale.
Nel loro libro intitolato La destra nuova (Marsilio), due teorici finiani, Alessandro Campi e Angelo Mellone, nel delinearne il profilo, fanno un elenco di tutto e del contrario di tutto e, a un certo punto, scrivono - ed è questo che qui a noi interessa - che essa è «rispettosa delle proprie radici culturali, ma aperta alle sfide del futuro» (nelle tesi culturali di Fiuggi, in sostanza, era lo stesso, facendosi un ampio elenco di personalità di varia estrazione che, però, è stato poi dimenticato). Se fosse così, non potremmo che sottoscrivere questa frase, anche perché lo facciamo addirittura dagli anni Settanta, pescando in personaggi e culture diverse quanto può essere utile alla nostra “visione del mondo”: ma così assolutamente non è, dati alla mano. La “destra nuova” non sembra avere più alcun aggancio col proprio passato culturale che ha rinnegato quasi in blocco e di cui, ecco il punto cruciale, ha il terrore di di occuparsi in qualche modo, anche indiretto, perché teme di essere accusata di “fascismo”.
Compie, dunque, un terribile errore di prospettiva l’amico Luciano Lanna quando, sul Secolo d’Italia (2 ottobre 2009), replicando al citato articolo di Borgonovo, tenta di ribaltare l’accusa e afferma che la «sudditanza culturale» è di «quell’universo antropologico da sempre alieno e altro rispetto alla cultura e al movimento delle idee», vale a dire tutti coloro i quali non sono d’accordo con le nuove posizioni di “apertura a sinistra” (chiamiamola così) assunte da certi ex aennini o, meglio, finiani. Oggi, sostiene Lanna, «i vecchi steccati sono saltati». Insomma, siamo in piena post-ideologia.
Questo, per me, è l’errore di fondo che annebbia il giudizio: purtroppo, gli steccati non sono affatto saltati e questa è un’illusione suicida. Infatti, e ci sono innumerevoli esempi, la destra viene accettata dalla sinistra unicamente quando scende sul suo stesso terreno, accetta le sue posizioni “laiche, democratiche, antifasciste”, le dà ragione sui punti più sensibili e, soprattutto, quando ammette di aver sbagliato nel passato.
Tra l’altro, il fatto che il Presidente della Camera abbia ormai più audience a sinistra che a destra lo dimostra, tanto che Pietrangelo Buttafuoco lo ha proposto come nuovo segretario del Partito democratico.
Non andate però a chiedere se “i vecchi steccati sono saltati” a tutti coloro i quali non hanno potuto presentare i loro libri (Pansa, Veneziani, Carioti ecc.) sol perché sgraditi a sinistra; o a chi ha cercato di organizzare conferenze su Evola, ma ha dovuto disdirle; o a chi ha dovuto rinunciare a un convegno, altrimenti parecchi invitati non vi avrebbero partecipato, e così via. Se la destra rimane destra (nei suoi tanti, variegati aspetti, ma sempre destra), di questo miracolo post-ideologico non ha contezza. Se è diventata “altro”, per usare il termine di Lanna, beh, allora il discorso è diverso.
Quindi, il problema non è il confronto con le idee differenti dalle proprie, di sinistra o meno, o la citazione di autori “non di destra”, ma semplicemente il fatto di restare con le proprie idee e non credere alla fola dei “vecchi steccati saltati” grazie all’era post-ideologica inaugurata con il crollo del Muro di Berlino. Ma quando mai… In questo campo non esiste la famigerata par condicio… Esistesse, allora si potrebbe discutere.
Se, dunque, i rappresentanti ufficiali della cultura del centrodestra si comportano né più né meno come quelli di centrosinistra che li hanno preceduti sugli stessi scranni, ditemi voi l’elettore che differenza potrà mai fare, su questo piano, tra il prima e il dopo... E perché mai gli assessori di centrodestra, a questo punto, dovrebbero fare riferimento ad altro se non a quello cui faceva riferimento il precedente centrosinistra? Ed è infatti quanto sta accadendo, non essendoci più soluzione di continuità, culturalmente parlando, fra certa sinistra e certa destra, mentre della famosa “discontinuità” non si vede l’ombra e a gestire il potere culturale dietro le quinte, al di là della facciata destrorsa, c’è ancora, e chissà sino a quando, sempre lo stesso apparato burocratico e ideologico messo in piedi dalla famosa “egemonia” progressista. Che, però, come dicono i rappresentanti della “destra nuova”, non è mai esistita ed è solo l’alibi dietro cui si nascondono certi “intellettuali lamentosi”...
Vabbè, diciamo allora, per farli contenti, che non c’è mai stata, ma che adesso la sindrome culturale di Stoccolma del centrodestra fa ottenere alla sinistra gli stessi, identici risultati!
Più che i “Giamburrasca del centrodestra”, cui piace andare controcorrente rispetto al perbenismo imperante e combinare allegri guai nel salotto di famiglia, come si sono definiti su Internet, a me pare che siano soltanto dei Pulcinella, maschera comica e tragica insieme quant’altre mai.
Gianfranco de Turris
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commenti
Sindromi
Sarei molto lieto di sapere in cosa e per quali ragioni il mio articolo su Libero dell'1 ottobre - che ha scatenato non pochi mal di pancia in via del Collegio Romano - le risulta "raccapricciante"? Trattandosi di fatti e di circostanze tutte verifificabili, di raccapricciante appare solo la politica dell'amico Bondi, evidentemente mal consigliato da coloro che gli sono attorno, o talmente ingenuo da illudersi di poter essere ripagato con la stessa liberalità. La vertità è che la Cultura a Destra fa paura ed è tutto sommato più semplice liquidare il problema con la solita solfa dell'"egemonia cinquantennale della Sinistra" ed occuparsi d'altro. La Cultura è scomoda ed ancora più scomodi sono i liberi pensatori che la creano, quella vera. Il caso di Socci e della triste quanto repentina fine della sua trasmissione Tv, degno contraltare dell'Annozero di Santoro, sono emblematici. Sindrome di Stoccolma? No: sindrome del marito che s'evira per punire la moglie!
Cordialmente
albertoagazzani