Puccini, vittima illustre di congiure massoniche
La verità sul compositore nella biografia di Dieter Schickling
La testa spruzzata di bianco reclinata sulla mano destra che regge un sigaretta spenta. La parte sinistra del volto fissa su di un abbozzato sorriso, a cui partecipano gli occhi scuri, che paiono vagare verso l’osservatore e poi seguitare oltre. Ecco, gli occhi, quello sguardo così melanconico, come sempre in tutti i suoi ritratti, ora mi par circonfuso da un velo enigmatico, dietro il quale si staglia una lieve ironia.
È un’immagine evocativa, quella di Giacomo Puccini che campeggia sulla copertina della biografia di Dieter Schickling, stampata per i tipi dell’editore pisano, Felici. Coglie il gran Lucchese all’apice della sua celebrità, come indoviniamo dall’abito elegante, e par che stia dicendo qualcosa. «Non ci siamo ancora. Nemmeno questa volta. Vedete di gettar più lungo lo sguardo e le orecchie. Frattanto io attendo, con la mia sigaretta tra le dita e nella testa un mormorio di suoni, chiacchiere, pettegolezzi e giudizi strampalati. Attendo una nuova vita, almeno dopo morto, dopo così esagerate bischerate sul mio conto. Un bel dì vedremo…».
Sarà la follia, o un amore “medianico”, ad avermi dettato queste parole, ma è ciò che fuor di fantasia credo con forza da sempre e vado ripetendo: il più geniale musicista italiano, e uno dei massimi dell’Europa che fu, è al contempo il peggio servito.
Lo stato dell’arte è desolante: menzogne, distrazioni, superficialità, pregiudizi, di pubblico e di critica, costellano la fama di Puccini, a principiare dal 1924, anno di morte. Iniziarono già in vita, e gli son sopravvissuti sino all’oggi.
Attendevo da illuso il 2008, anno delle celebrazioni per il 150esimo della nascita, per veder sorgere qualche solitario eroe con omaggi autentici, ossia documenti e revisioni, invece niente: solo festoni e le solite quattro incisioni discografiche. Da illustre sconosciuto qual sono, tentai, sul mensile Studi Cattolici, di sistemare talune imprecisioni, affondare certe sciocchezze, sfatar miti, concentrandomi su “Turandot”, che l’anno scorso vide il suo terzo finale propinato a masse plaudenti e alla solita critica beota.
Ora su Puccini son voluto ritornare, in attesa di tempi migliori, istigato dalla novità di Schickling. Un lavoro onesto e serio, basato non più, come di solito avviene non solo per Puccini, sul sentito dire, sul ripetuto e mai verificato, ma intagliato sulle lettere, gli unici documenti seri, gli unici che però si snobbano in favore di inutili tecnicismi e filosofemi. Per la prima volta in tutta la storiografia pucciniana esposta al grande pubblico, vien dato conto della reale portata epistolare del compositore. L’autore ipotizza un volume di 15mila lettere, la cui più parte però è introvabile, dispersa oppure inaccessibile, per ottusità e impuntature, famigliari e non. Qualche cosa di tanto in tanto emerge dal mercato antiquario o dal fondo di archivi pubblici e privati, ma è ricerca estenuante e i lavori sono ancora in corso, ci informa Schickling. Chissà ancora per quanto tempo.
Questa condizione denunzia irrimediabilmente il conto in cui si tiene il padre creatore di “Fanciulla del West”, “Tosca”, “Madama Butterfly”, “La bohème”, che è quasi nullo. Lo studioso tedesco giustamente ricorda che sino al 1989 (data non poco simbolica, dico) Puccini godeva d’una reputazione scarsa, in Italia. Oggi mi pare che la considerazione sia salita di ben poco: basti a dimostrarlo solo la condizione miserrima in cui versa la filologia pucciniana.
Incompleto e tardivo è stato il riconoscimento di Puccini quale compositore supremo, arrivato ben oltre quel soverchiante Cigno di Busseto. Giuseppe Verdi era l’icona massonica di un’Italia che abbisognava di un cantore, e non si poté sopportare l’idea che un altro compositore, emergente negli stessi anni in cui il padre musicale della patria declinava, spezzasse non solo quella consuetudine compositiva, ma che per soprammercato scegliesse temi che non parlavano di patrie belle e perdute e che si rivolgesse al puro umano, cantando non sentimenti politici, bensì sublimi; che sbalzasse con maestria caratteri e situazioni sino a quel momento inusitati e lontani dagli interessi di una nazione nata come sappiamo e proseguita peggio.
E poi la musica, quell’orchestra inconfondibile, poliedrica, guizzante di barbagli serotini, ricolma di aurore indeclinabili. Certuni lo avevano forse intuito: Puccini è riuscito a forgiare armonie mai uscite dal genio italico. Si inoltrava al largo di pelaghi mai esplorati: quelli che da Beethoven si agganciavano direttamente a Wagner, e che dal nostro Paese orfano di eroi rivelavano al mondo concetti sonori e teatrali nuovi ed eterni, cogliendo il meglio dell’Europa musicale. Berlioz, Debussy, Richard Strauss, e il genio di Bayreuth sopra tutti, vero e grande nume del Toscano.
L’Italia cercava, Puccini vivo, un successore di Verdi, e non lo trovò; era ora di finirla con quella musica, con quel teatro. Ebbe invece tra le mani colui che mantenne viva la gloriosa tradizione musicale europea - che è poi quella tedesca e austriaca - però innestando su di essa il meglio dell’Italia pre-verdiana, e poi (ecco il punto) rifondendo tutto con assoluta originalità, giungendo a scolpire inarrivati capolavori.
Al genio non era possibile voltar le spalle, pur avendolo tentato, e così fu la congiura, affinché di Puccini non rimanesse che una vaga percezione melodica. Lo stesso Giulio Ricordi - verdiano, italiano nel senso peggiore fino alle midolla, antitedesco e antiwagneriano, padrone dell’editoria musicale della penisola - tentò di imbrigliare l’arte del Lucchese. Gli serviva per far cassa, economica e politica. Buon materiale portano a tal proposito i due capitoli sull’editore milanese e sulla cosiddetta e gaglioffa “successione” di Verdi, da cui traluce uno scenario tutto da scoprire.
Malgrado questo scoglio decisivo, lavorato con intenzioni tra le migliori offerte dalla bibliografia italiana per ovviare ad un disastro culturale, il biografo non arriva a far giustizia definitiva. Quello del tedesco è un procedere scientifico ed essenziale, base per futuri e più incisivi sviluppi, che però congela il genio e l’uomo, lo relega in una teca di museo. Sempre meglio sotto vetro, che in balia di barbare penne, certo. Ma da quella teca un giorno il gran Lucchese dovrà esser levato. Dovrà finalmente venir fuori il multiforme complesso umano, che si incastona nella storia generale di un’epoca, di una nazione, di un’arte, di una vita. Un bel dì vedremo…
Luca Bistolfi
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