Nuove mosse nel risiko afghano
Gli USA hanno cambiato strategia: ora vogliono stanare i Talebani nelle loro roccaforti
Il generale Stanley McCrysthal - che il Presidente Obama ha messo a capo delle azioni in Afganistan - sta, indiscutibilmente imprimendo una svolta radicale alla strategia militare. Svolta che si è già concretata, nelle scorse settimane, nell’attacco alle roccaforti talebane nella provincia di Helmand. Un attacco in forze, con impiego, soprattutto, di reparti di marines e di fanteria, che ha fatto parlar molti commentatori della “più grande operazione militare statunitense dai tempi del Vietnam”.
In effetti, paragoni a parte, si tratta di un’offensiva che si sta sviluppando in modo completamente diverso da come i comandi militari statunitensi avevano, sino a ieri gestito la guerra. E, a ben vedere, anche da come era stata realizzata l’occupazione dell’Afganistan nell’ormai lontano 2001, all’indomani dell’attentato che distrusse le Twin Towers di New York.
In ossequio al principio della nuova “guerra lampo” - tanto caro all’ex Segretario alla Difesa di Bush, Donald Rumsfeld - gli Americani hanno prima pensato di poter conquistare l’Afganistan, poi di riuscire e sconfiggere la guerriglia talebana con un impiego limitato di uomini sul campo, forti soprattutto del totale dominio dei cieli. Col senno di poi, un errore clamoroso. Anche se un errore giustificato proprio dalla precedente, negativa, esperienza vietnamita, quando il crescente numero di morti, i filmati delle televisioni che mostravano a un Paese attonito i giovani americani caduti e rinchiusi dentro sacchi di plastica, finì con il minare il morale del “fronte interno”. E costringere, per ragioni eminentemente politiche interne, l’esercito statunitense alla ritirata più ignominiosa della sua storia. Di lì i prodromi di un’evoluzione delle idee dominanti al Pentagono che, soprattutto negli anni ‘90, dopo la fine della Guerra Fredda, hanno portato alla strategia denominata “Shock and Awe” , colpisci e terrorizza. Dominio dei cieli, raid aerei, disarticolazione dei sistemi di difesa avversari con l’uso della guerra elettronica, il tutto con un impiego il più possibile limitato, se non del tutto assente, delle truppe di terra. Strategia sperimentata con successo contro la Serbia in occasione della crisi kosovara, ai tempi di Bill Clinton.
Ma l’Afganistan non è la Serbia. Non è un Paese con una struttura urbana e industriale solida e diffusa, paralizzando la quale è facile ottenere la resa di ogni resistenza. Al contrario, si tratta di una realtà composita, tribale, estremamente arretrata e per di più di un territorio difficile da controllare per la sua stessa conformazione. Un territorio che favorisce, naturalmente, la guerriglia, come sperimentarono a loro spese i Britannici nel corso delle Guerre afgane del XIX secolo. E ancora i Russi negli anni ‘80. Così, la svolta impostata da McCrysthal è stata quasi un giocoforza. I raid aerei, infatti, si sono rivelati assolutamente inefficaci contro i Talebani; anzi, controproducenti, visto che colpendo troppo spesso obiettivi civili - i famigerati “danni collaterali” - hanno finito con far montare il rancore delle popolazioni contro gli Americani e i loro alleati.
Unica soluzione alternativa, dunque, andare a stanare i Talebani nelle loro roccaforti, le province del Sud, a partire, appunto, da Helmand, per proseguire, prevedibilmente, con Kandahar, Nimroz, Uruzgan, le province popolate dai Pashtun, insomma. Ma proprio qui cominciano altri, gravi, problemi.
Jihad e guerre asimmetriche
I Pashtun rappresentano un terzo della popolazione complessiva dell’Afganistan, nonché il nerbo dei Talebani, tanto che alcuni analisti statunitensi - in particolare Robert Kaplan nel suo recente saggio su Policy Review “La vendetta della geografia” - tendono a considerare “gli studenti coranici” come un movimento che, dietro il paravento del fondamentalismo islamico, altro non sarebbe che un riproporsi dell’antica pretesa dell’etnia pashtun di assumere il controllo di tutto l’Afganistan, anzi di andare oltre i suoi attuali confini annettendosi le regioni tribali del Waziristan e lo stesso Belucistan, oggi sotto la sovranità - più nominale che reale - di Islamabad.
Un vecchio sogno, dunque, quello del Pashtunistan, la Terra dei Pashtun. Una sorta di nazionalismo-tribale che, però, come sempre avviene nell’orbe islamico, finisce con il confondersi, inestricabilmente, con la questione religiosa. Anzi, si potrebbe dire che una delle caratteristiche della “guerra asimmetrica” del fondamentalismo islamico a livello globale, è la capacità dei gruppi ideologici jihadisti di innestarsi, e fecondare, movimenti tribali, nazionalisti, separatisti di diversa origine.
Così nel Kashmir indiano, nello Xinjiang cinese, in Libano, in Palestina e l’elenco potrebbe continuare a lungo, disegnando una sorta di mappa di questa, strana, Jihad globale, che include una miriade di conflitti e micro-conflitti etnici, tribali, nazionali ben più antiche e cancrenosi.
Se implode il Pakistan
Così, se è vero che non si può ridurre la guerriglia in Afganistan e lo stesso movimento dei Taliban a una mera escrescenza del nazionalismo tribale pashtun, sarebbe altresì erroneo non tenere in debito conto il fatto che l’elemento etnico costituisce non solo il nerbo della resistenza armata, ma anche il possibile detonatore di una deflagrazione che rischia, a breve, di coinvolgere in modo drammatico un’area ben più vasta e strategicamente cruciale.
Perché, appunto, i Talebani pashtun tendono sempre più a spostare il loro raggio d’azione in territorio pakistano. E non soltanto nel Waziristan e nelle altre aree tribali pasto, ma anche, a Sud, nel vastissimo - ed economicamente strategico per lo sbocco nel Golfo Persico - Belucistan. Andando a convergere con l’irredentismo dei Beluci - cugini dei Pashtun - che rivendicano con le armi la loro indipendenza dal Pakistan praticamente sin dalle origini di questo. Di qui il rischio, sempre più concreto, che l’offensiva via terra, posta in essere dal comando statunitense nelle provincie meridionali afgane, sortisca l’effetto di potenziare il pericolo implosione per il Pakistan.
Infatti, i Talebani stanno già dimostrando a Helmand di aver adottato una contro-strategia elastica. Si ritirano, pur combattendo, dai loro “santuari”, per confluire, poi, alla spicciolata, in altre regioni limitrofe. Come dimostra, peraltro, la recrudescenza degli atti di terrorismo diffuso di cui hanno fatto tragica esperienza anche i nostri militari.
Allo stesso modo, forti, come dicevamo, delle affinità etiche, molti comandi e gruppi talebani stanno spostando il loro baricentro operativo in territorio pakistano. Ne sono la riprova i violenti scontri che, da domenica scorsa, impegnano nella Valle dello Swat l’esercito di Islamabad contro milizie talebane. Ed è quasi futile ricordare come la paventata, e ormai assai probabile, implosione del Pakistan presenti dei rischi per la sicurezza mondiale ben maggiori di quelli della guerriglia nel, tutto sommato remoto e isolato, Afganistan. E questo sia per la vastità del territori, il numero degli abitanti, e il non trascurabile particolare che Islamabad è una potenza nucleare di media grandezza. Sia, e forse soprattutto, perché il Pakistan è in una posizione geopolitica delicatissima, e un eventuale conflitto interno rischierebbe di coinvolgere quasi sicuramente l’India e, probabilmente, la stessa Cina.
Di qui il dubbio, avanzato apertamente anche dal comandante del corpo di spedizione britannico, che non vi possa essere davvero soluzione militare al problema afgano. E che l’unica via percorribile sia quella indicata dal Presidente Karzai. Che è un pashtun, ma avverso - anche per questioni di vecchie faide familiari - ai Talebani. E che sostiene la necessità di “trattare” col nemico. O, più esattamente, con quei capi pashtun che, pur combattendo a fianco dei jihadisti, sono mossi da motivazioni diverse da questi. Vuoi nazionalismo etnico, vuoi alleanze tribali, vuoi rancori e vendette. E in effetti, solo adottando una strategia politica in stile “Divide et Impera”, ovvero cercando di separare il nucleo duro e puro del jihadismo talebano dal resto dei gruppi pashtun, sarà forse possibile agli Americani riuscire a ottenere una “pacificazione”, ancorché instabile e parziale, dell’Afganistan, su modello di quello che è riuscito in Iraq al generale Petraeus.
Ma per arrivare a questo vi saranno, certo, dei prezzi - e prezzi molto alti - da pagare.
Andrea Marcigliano
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È sempre stato più o meno
È sempre stato più o meno così: prima di sposarsi, sia gli uomini che le donne, stanno ben attenti a proporre di sé l’immagine migliore grazie alla quale accalappiare definitivamente l’altro facendogli credere che ha trovato la persona giusta, che di meglio in giro non ce n’è e che la vita in comune non potrà che essere piena di felicità, essendo le due anime tanto simili. Ma dopo, ahinoi, le cose cambiano.
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