Parole di vita oltre la morte
Gli ultimi occhi di mia madre, il nuovo libro di Patrizia Patelli
Ci deve essere lucidità nel dolore, non spavento. Questo lo sa Patrizia Patelli, quando esercita il potere della scrittura e la sua necessità per raccontare in un libro il rapporto con la madre uccisa da un cancro. Ogni giorno la figlia si dà appuntamento alla scrivania per trascorrere un po’ di tempo con il potere delle parole e raccontare tutto di sua madre, la donna con cui ha fatto a pugni tutta la vita. Senza reticenze, l’autrice apre al silenzio delle risposte, si confida alla pagina per ripercorrere le tappe di un rapporto conflittuale e comprendere il grande amore che ha sempre provato nei confronti di sua madre. «Chi non riesce a raccontarsi ha bisogno di attese e di silenzi accoglienti, così magari a un certo punto, come un miracolo, da quel silenzio viene fuori qualcosa di importante».
Gli ultimi occhi di mia madre (Sironi editore, pagine 151,15 euro) è un libro bellissimo, perché privato e intimo.
La Patelli decide di scommettere in prima persona con una scrittura fulminante per non perdere nulla di sua madre, donna inflessibile con la quale non ha mai avuto un dialogo. Le loro conversazioni avevano un vizio di forma. Dopo il dolore bisogna fare i conti con i propri ricordi e i propri affetti, anche se essi sono difficili.
Patrizia Patelli, con grande sincerità, squaderna il suo cuore e inizia a dialogare con sua madre, orgogliosa e inflessibile, una donna che aveva un grande bisogno d’amore, ma sapeva farne senza.
La cosa più importante da fare è scrivere una lunga lettera alla madre per mantenere vivo il ricordo. Senza imbarazzo, nel suo libro la figlia racconta la madre non tralasciando nessun particolare. Parla della madre come non ha mai fatto in vita. Mentre scrive, si accorge di avere sua madre al suo fianco, la sente sempre addosso dopo la sua morte: «Sento tutto io per te, provo tutto io per te, vedo tutto io per te, anche se so che quello che vedo, sento, odo, faccio, serve solo a me, a te no,
a te non serve più. Il gioco dei ruoli in vita è incredibile: sei stata madre per caso, da morta non lo sei più, resti tale per me, figlia che ricorda quella madre. Ti amo come donna, madre».
La Patelli scrive per darsi delle risposte. Nel momento in cui le parole si riversano sulla pagina, si accorge che è in atto un processo di liberazione. Se non avesse partorito queste pagine, se non avesse prestato ascolto alle sillabe della sua coscienza, se non avesse buttato fuori tutto il male che si portava dentro, sua madre sarebbe rimasta un’incognita con la quale fare i conti per il resto della vita.
Dopo le incomprensioni, i silenzi e la malattia, per fortuna sono arrivate le parole in soccorso della sua inquietudine: finalmente adesso è possibile dare un senso a tutto quel dolore che si è compiuto nel tragico destino della malattia, che ha interrotto il dialogo che non c’è mai stato tra una madre e la figlia.
Le domande senza risposta hanno continuato a torturare la sua mente, avrebbe voluto chiedere a sua madre molte cose, soprattutto sapere il perché di quella distanza amorosa.
Patrizia Patelli è riuscita a raccontarsi per non lasciare nulla di intentato. Qualcosa di importante accade: si è riconciliata con la memoria di sua madre. «Finché le mie parole ti parleranno da sole staccandosi da me e parlandoti per me, allora tu sarai viva, è quasi una favola mediatica, un racconto nel racconto che si compone da solo per mantenerti e conservarti dentro la mia vita. Da piccola facevo strani pensieri: ma se l’angelo custode è sempre vicino a me, allora mi vede anche quando sono in bagno e se tu anche morta resterai sempre vicino a me, allora mi vedrai anche nella mia intimità. Adesso so che ci sono altri occhi e sono gli occhi delle parole della mente, dei pensieri pensati con le parole, delle parole che volano da sole nella mente e mantengono un dialogo, anche monologo non importa, ma vivo per la vita, per la vita oltre la vita e per la vita oltre la morte».
Se il grande poeta Rilke scriveva che viviamo per dirci addio, Patrizia Patelli conserva, con il suo racconto, intatto il ricordo degli ultimi occhi di sua madre. E impara il modo di lasciarla andare.
Nicola Vacca
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