USA, sindrome da “colabrodo”
Dopo il caso Wikileaks si teme uno scontro tra Democratici e Repubblicani sul sostegno alla guerra in Afghanistan
Caccia aperta tra i politici e i militari per individuare gli “infedeli”
Dopo il clamore suscitato dalle pubblicazioni di documenti riservati sulla guerra in Afghanistan da parte del sito Internet Wikileaks, l’intelligence statunitense ha espresso la sua preoccupazione per i danni che le rivelazioni possono arrecare alle sue reti di controterrorismo nel Paese asiatico. Alcuni funzionari hanno anche sottolineato il vulnus inferto allo scambio di informazioni tra le agenzie USA e i paesi alleati.
Il coro di disapprovazione è stato unanime: esponenti dell’intelligence che hanno servito sotto l’Amministrazione Bush si sono trovati d’accordo con gli attuali funzionari sull’estrema pericolosità dell’atto compiuto da Wikileaks. Si teme, in particolar modo, per la vita dei soggetti che hanno collaborato, sia in Afghanistan che in Pakistan, con l’intelligence statunitense o con i militari americani impegnati nella guerra contro i Talebani e al-Qaeda. Allo stesso tempo, i dubbi e le perplessità degli alleati sulle capacità degli Stati Uniti di gestire le informazioni segrete, diventano sempre più grandi.
L’Amministrazione Obama sta arrancando per cercare di porre rimedio all’ingente danno d’immagine provocato dalla pubblicazione dei documenti riservati. A rischio, ora, sono tutte le promesse fatte dal Presidente sul ritiro in tempi brevi dall’Afghanistan. Il materiale pubblicato porta, difatti, acqua al mulino degli oppositori nel Congresso, che parlano apertamente di “pantano afghano” per uno dei conflitti più lunghi della storia del Paese. Un conflitto da cui, nonostante il massiccio aumento di uomini e i vari cambi di strategia, non si riesce a venire a capo. Finora, va detto, il Congresso ha sempre sostenuto la missione in Afghanistan; un primo test sulla tenuta di questa posizione unitaria si avrà martedì, quando verrà proposta all’aula la relazione della Commissione Esteri del Senato, presieduta dal noto senatore democratico John Kerry.
Intanto il portavoce del Pentagono, Geoff Morrell ha detto ieri che i militari non sono ancora riusciti a individuare i responsabili dell’intrusione, nonostante sia stata lanciata «un’investigazione a tappeto». Morrell si è lamentato della bagarre suscitata sul materiale, (“datato”, secondo il militare), visto l’informativa più recente risale almeno a sei mesi fa. Uno dei punti più scottanti della vicenda riguarda la dubbia fedeltà del Pakistan nella guerra al terrore, emersa in diverse note riservate; Morrel ha però replicato che i documenti sulla partnership poco convinta di Islamabad «sono chiaramente datati rispetto alle odierne relazioni» con gli Stati Uniti. Il senatore Kit Bond, membro repubblicano nella Commissione Intelligence del Senato, ha dichiarato di essere preoccupato, poiché ritiene che le pubblicazioni illegali non finiranno «fino a quando non vedremo qualcuno dietro le sbarre». Alcuni hanno anche paventato l’ipotesi che l’approvazione della nuova legge, che stanzia altri 60 miliardi di dollari per la guerra in Afghanistan, possa subire un brusco stop.
Ma nonostante la forte opposizione della base e della componente liberal, i democratici hanno assolutamente bisogno di far approvare il nuovo testo entro la fine di questa settimana prima della sosta estiva, che dura sei settimane. Se non ci riuscissero, commetterebbero un vero e proprio suicidio politico, abbandonando i soldati al loro destino a migliaia di chilometri da casa.
Mentre infuria la polemica politica, gli analisti dell’intelligence stanno operando una corsa contro il tempo per cercare di limitare i danni provocati da Wikileaks. Il loro obiettivo primario è quello di salvare la rete di informatori afghani, composta da anziani dei villaggi e agenti doppiogiochisti, che da oltre un decennio collaborano con l’intelligence USA. Il portavoce del Dipartimento della Difesa, Dave Lapan, ha dichiarato che i militari hanno bisogno di rivedere tutti dati per determinare «il potenziale pericolo per la vita dei membri del nostro servizio e dei partner della coalizione».
Massimo Ciullo
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