Csm, c’è impasse sui membri laici
Schifani e Fini impongono il voto a oltranza per avere entro sabato il nuovo Consiglio superiore della magistratura
Il Governo teme sgradite sorprese per la nomina del Vicepresidente
Sul fronte dei togati, quello che è uscito dalle urne è già un Csm imprevedibile. Con il rischio, ormai chiarissimo per il Governo, di sorprese per la nomina del Vicepresidente. Tant’è che la sfida si è spostata sulla designazione dei membri laici, con il pressing di ieri dei Presidenti di Camera e Senato, che hanno imposto insieme al Parlamento il voto ad oltranza per gli otto componenti.
Secondo una consuetudine consolidata, gli otto laici sono espressi al 60 per cento dalla Maggioranza, a cui ne toccherebbero cinque, e per il restante 40 per cento (tre) all’Opposizione. Una regola che, almeno sulla carta, dovrebbe tutelare le minoranze, ma che in Italia, tanto per cambiare, diventa il pretesto per negoziati di tutti i generi, spesso inconfessabili.
Nessuno rimpiangerà il Csm uscente, dominato da Unicost e condizionato da Magistratura democratica. Perché, senza voler ripetere i giudizi tranchant espressi da Il Fatto quotidiano e ripetuti nelle ultime ore da Italia dei valori, si tratta del Consiglio superiore della magistratura che, di fatto, meno ha tutelato l’autonomia delle toghe, di cui ha difeso invece i privilegi castali. Si tratta, inoltre, del Csm in cui sono esplosi i più forti conflitti d’interesse, degenerati in guerre per bande. E si tratta, infine, del Csm che, lungi dal tutelare l’indipendenza dei magistrati dalla politica, più ha negoziato con quest’ultima. Un Csm che ha iniziato male, con le vicende di Woodcock, di De Magistris e di Clementina Forleo, e rischia di finire peggio, oscurato dai dubbi (tutti legittimi) dell’affaire P3. Eppure, se anche questa sessione del Parlamento in adunanza plenaria dovesse finire con un nulla di fatto, nonostante l’intervento di Fini e Schifani, a occuparsi degli aspetti salienti della nuova “questione morale” delle toghe sarà proprio il Consiglio uscente, che ha già aperto le pratiche per i trasferimenti (di ufficio e “punitivo”) di Alfonso Marra e (su richiesta dell’interessato) di Umberto Marconi, entrambi com’è noto coinvolti nell’inchiesta sulla “cricca”. Probabilmente pure per questi motivi Fini, per primo, ha premuto perché la partita si chiuda entro il 31 con la nomina, finora vanificata dalle fumate nere della scorsa settimana, dei membri laici. La reale posta in gioco è la Vicepresidenza, cioè l’anello di congiunzione.
Chiaro, quindi, che la scelta dei laici ruoti attorno a questo obbiettivo essenziale. Il Pdl, con la scelta di votare scheda bianca, mira a ottenere il proprio scopo con un abbassamento del quorum. Infatti, per la Maggioranza si tratta di superare l’ostacolo della presenza dei 3/5 dei parlamentari, per poter procedere con la maggioranza semplice, all’interno della quale sarebbe più facile trovare un accordo per scegliere chi dovrà competere all’interno del plenum del nuovo Csm per la Vicepresidenza. Per il Governo la scelta di Michele Vietti, espressa dagli ex alleati dell’Udc, sarebbe una mezza sconfitta politica: Vietti, centrista di lungo corso, confermerebbe la “tradizione” degli ex democristiani alla guida del Csm, “prediletti” perché capaci di unire. In tal senso, almeno si sono espresse Unicost e Mi, che costituiscono la nuova maggioranza dei togati del Csm Quella di Vietti, però, è una candidatura “politica”, alla quale il Pdl ha deciso di contrapporre il nome di Annibale Marini, ex membro della Corte costituzionale in quota An, il quale ha accettato di buon grado. Ma neppure la candidatura di Vietti è incontrastata: infatti l’esponente dell’Udc (“famoso”, tra l’altro, per aver contribuito nel 2001 all’elaborazione della legge sul falso in bilancio) è sicura, visto che, parte dell’Opposizione, trascinata da Idv, spinge per la nomina di Vittorio Grevi, un vero e proprio monumento giuridico vivente. La designazione di Grevi, di per sé prestigiosissima, potrebbe sparigliare i giochi davanti al plenum del nuovo Csm, trasformando la partita in un gioco a tre dall’esito imprevedibile. Ma comunque dannoso per il Pdl, che cerca di evitare la mezza vittoria che sarebbe rappresentata dalla nomina di Vietti e rischia una sconfitta completa con l’eventuale nomina di Grevi. Siamo ancora alle ipotesi e ai “si dice”, che difficilmente le nomine di questa settimana (qualora avvenissero) potranno chiarire.
Saverio Paletta
saverio.paletta@email.it
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