Quando il diavolo risulta necessario

Categoria:
Il Diavolo

Il male è funzionale al fine nel momento in cui si mostra utile al disegno divino: l’uno non esclude l’altro

Ponendoci la singolare domanda se il diavolo, quello della tradizione cattolico-popolare, possa essere considerato non del tutto malvagio, ci viene in mente la scena di toccante bellezza del cavaliere che, nel tornare dalla Crociata in Terra Santa, si imbatte nel rogo preparato per una presunta strega. Mi riferisco specificamente a quel lavoro geniale di Ingmar Bergman, qual è Il settimo sigillo, quello con l’entusiasmante finale del cavaliere che riesce ad ingannare la morte sfidata nel gioco degli scacchi.
Ebbene, riprendiamo il racconto che vede il cavaliere dirigersi, stanco di guerra, verso la sua dimora, accompagnato dalla propria morte, e quindi imbattersi nella donna che sta per essere arsa. Il cavaliere le sia avvicina, la osserva per cogliere in lei qualcosa, magari quella perversione diabolica per cui merita la condanna, quel ghigno che indicherebbe in lei la presenza nefasta del maligno. Ma nel fissarla, egli non esprime timore, bensì una speranza davvero singolare, quella di scorgere davvero in lei le fiamme dell’inferno, la presenza del male. Perché? Ce lo spiega lo stesso cavaliere a chiare parole: perché se il diavolo esiste, e lei, la strega, ne sarebbe chiara testimonianza, esiste anche Dio, colui che abbatte il male e soprattutto il male peggiore per chi vive ed ama la vita: il niente della morte.
Ma la sua speranza viene tradita, perché negli occhi della donna, nel tremore del suo corpo, non scorge altro che l’infinita paura della fine, di un vuoto che non ospita né diavoli né dèi, e in se stesso un infinito terrore non dissimile da quello che prova la donna ormai avvolta dalle fiamme.
Per lui dunque, come per ogni essere umano che si affida alla fede quale ancora di salvezza dinanzi all’evidenza della distruzione del corpo, il demonio esprime la salvezza, mentre per la divinità, almeno quella concepita nell’ambito dei monoteismi, la giustificazione del male del mondo. “Ich bin ein Teil von jener Kraft, die stehts das Böse will und stehts das Gute schafft”, scrive Goethe nel Faust, onde indicare il valore al fine sempre positivo dell’elemento diabolico, ossia il carattere funzionale del male, dal momento in cui si mostra utile al disegno divino. Mefistofele con la sua malvagità opera anch’egli all’affermazione del bene. Egli cioè assume quella posizione di antitesi dialettica funzionale all’affermazione della tesi, dal momento che il soggetto, senza la presenza della sua contraddizione, non saprebbe né riconoscersi né affermarsi. Io sono in quanto esiste il contrario rispetto a me o anche quel che è diverso da me: il bene per riconoscersi come tale, ha bisogno del male.
Rimane a questo punto il solo interrogativo se al finale trionfo del bene parteciperà anch’egli, angelo ribelle, quale convertito al trionfo di Dio. O, detto in maniera logica, se l’alterità verrà recuperata nell’affermazione del soggetto. Per la filosofia hegeliana la risposta è positiva, perché l’altro viene inglobato e sottomesso dal soggetto; per il cristianesimo, forse, ma a questo punto la parola spetta ai teologi con le loro contraddittorie conclusioni.
Con questo interrogativo non risolto spostiamoci verso altre forme religiose nelle quali il diavolo assume una diversa posizione e funzione. Nelle quali non è tanto cattivo, ma è piuttosto dispettoso, in somma, non è Sheitan, ovvero Satana, ma è jin, ovvero uno spiritello. Ci riferiamo in particolare a quel sincretismo sviluppatosi in Brasile sotto l’influsso di un culto proveniente dalla costa occidentale dell’Africa, mescolatosi con la religiosità cattolica popolare e poi con il dotto spiritismo di radice positivista francese reso in termini dottrinari da Allan Kardec. Il culto che lo celebra si chiama Umbanda, forma più moderna e meno pura del tradizionale Candomblé, e lui ha il nome di Exu e un notevole potere di assecondare i più ardenti e a volte perversi desideri umani. Desideri bassamente terreni, dal danaro al sesso al successo, mete da raggiungere senza meriti, ma con il suo aiuto, una volta che sia stato convinto con ricchi doni materiali. Liquori, sigarette, sangue di animali sacrificati da lasciare agli incroci più rischiosi della pericolosa metropoli, dove se ti fermi con l’auto rispettando il rosso dei semafori, rischi l’assalto di banditi, se passi, quello altrettanto pericoloso di un traffico ininterrotto.
Del resto in termini spiritisti lui è un ente di basso livello evolutivo, ben lontano dalla luminosità divina, ancor più di noi che, bisognosi di beni, lo invochiamo e gli offriamo sacrifici. Di noi Brasiliani cioè, che crediamo nel dio cristiano in quanto creatore e sommo bene, ma sappiamo che nel quotidiano lui ci dà poco aiuto nella sua distanza dalla scura materia del mondo e dei nostri desideri così bassamente terreni.
In effetti, più che una grande distanza, nella religione afro-brasiliana esiste un totale distacco fra il diavolo e Dio: il primo ha potere sulla terra, l’altro in cielo; il primo non testimonia la presenza dell’altro, né ambisce a ricongiungersi a lui. Egli è spirito della terra, utile solo qui, e pertanto non muoverà un passo con noi per accompagnarci neppure verso la soglia dell’inferno.
In somma se il cavaliere crociato sperava, incontrando il diavolo, di trovare Dio, il popolo brasiliano e non solo incontrano quotidianamente il diavolo senza trovare in esso consolazione per il passo finale, ma almeno un possibile compagno nel difficile cammino di questa vita.
Luciano Arcella



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