Roba da matti!

Chi ti legge ti ama

Arriva il codice deontologico per i giornalisti che si occupano di notizie su persone con disturbi mentali

Già siamo soffocati da un sistema che ha fatto del controllo dei cittadini la sua forza più brutale ed esasperata - dai bancomat alle telecamere, dagli etilometri agli incroci fiscali, dalle intercettazioni telefoniche alle manette antirevisioniste fino alle burocrazie aziendali -, ora ci voleva pure la “Carta di Trieste” per dare il colpo definitivo alla libertà di pensiero e di parola.
Nel corso dell’ennesimo festival autoincensatorio della psichiatria di Basaglia (Trieste, 21-24 giugno) è stato dato avvio ad un “nuovo codice deontologico per addetti all’informazione sul disagio mentale”. Nell’intervista al quotidiano locale, la vedette inossidabile - Peppe Dell’Acqua - ha sottolineato che questo strumento «certo non cambierà le cattive abitudini, ma funziona certamente a livello di coscienza». Sarà strano, ma almeno in questa circoscritta occasione il settore della stampa è stato pressoché compatto (almeno dal punto di vista ufficiale): “tra il nutrito pubblico… quasi totale assenza di giornalisti”.
L’intenzione, neanche tanto sospetta, contenuta nella proposta partita dai talebani di Psichiatria Democratica dovrebbe far rabbrividire ogni persona di buon senso e di onesti pensieri. Un comitato di censura prima, per diventare autocensura introiettata poi, dovrebbe ripulire in termini basaglianamente corretti ogni notizia inerente fatti, dati e descrizioni riguardanti la malattia mentale. Tutto ciò, naturalmente, con lo scopo di imbonire e condizionare in maniera sempre più pervasiva le menti dei lettori e degli spettatori su tutto ciò che riguarda la pericolosità, l’incurabilità, l’inguaribilità, la complessità, il rischio impliciti in certi disturbi psichiatrici, e santificare, invece, la bontà e la salvezza nel metodo di Basaglia e dei suoi epigoni.
Del resto, simili operazioni sono già state messe in moto fino ad arrivare a vere e proprie negazioni della realtà. La malafede e la menzogna sono state esplicitamente dimostrate, ad esempio, nello sceneggiato su Basaglia mandato in onda dalla Rai qualche mese fa. La scena della caduta accidentale dalle scale della moglie del paziente dimesso dall’Ospedale Psichiatrico di Gorizia è un falso clamoroso, passato senza colpo ferire e visionato da centinaia di migliaia di persone. La donna era stata massacrata a colpi di accetta da suo marito, un paranoico grave con delirio di gelosia, che Basaglia aveva rimandato a casa senza alcuna remora né scrupolo professionale.
Anni e anni di battente e insinuante propaganda mistificatoria hanno creato un alone di intoccabilità al verbo basagliano, e ora si vorrebbe direttamente porre il bavaglio e soffocare anche la voce della notizia, non solo quella della dissidenza.
Siamo davvero di fronte alla sovversione della realtà e della verità. Tanto per fare un esempio concreto per cosa intendano gli addetti alla neolingua psichiatrica e alla psicopolizia basagliana, in certi documenti facilmente reperibili si parla di “malattia come risorsa”. Ora, a prescindere - come direbbe Totò - che è già un errore di impostazione comunicativa, se si vuole sinceramente aprire un dialogo di conoscenza e di scambio culturale, iniziare con una affermazione risolutiva, quella indicata è proprio una seduzione demagogica. Essa trasmette un messaggio non impossibile, ma fuorviante nella sua assolutezza e manipolativo nell’ideazione affettiva.
L’impostazione basagliana, per altro, è una risoluzione ideologica. Rifiuta ogni teoria condivisa perché inquinata dall’astrattezza del sapere; rifiuta ogni argomentazione scientifica perché strumento normalizzante del potere: quindi rivendica la pratica contingente e la tattica populistica. L’uso del linguaggio sentimentale a scopo manipolativo è quello emerso nel congresso nazionale di Psichiatria Democratica, dove il nuovo Presidente Luigi Attenasio ha sottolineato che si deve stare dalla parte dei rom, dei migranti, dei cassintegrati e dei precari della scuola, delle vittime del lavoro. Questa modalità di espressione è vergognosamente ambigua. Se un operatore dovesse documentare che il suo compito, come psichiatra istituzionalmente retribuito, è un altro rispetto a quello di sindacalista, di agitatore e di sostenitore dei clandestini, sarebbe immediatamente tacciato di essere servo dei padroni, allineato al Governo e razzista. Il tipico linguaggio della demagogia basagliana - lo denunciava Giovanni Jervis già molto tempo fa - è quello che non dà spazio a terze alternative di discussione, ma si pone nel dispositivo manicheo del “o con me o contro di me”, facilitando il cortocircuito del pregiudizio tra buoni e cattivi in senso assoluto.
Con l’iniziativa della “Carta Trieste” si vuole così dare il colpo finale a qualsiasi possibilità civile, scientifica e culturale di contestare la Legge 180 e gli indirizzi di Psichiatria Democratica. In questo modo, chi si occupa seriamente della persona con disagio psichico, chi mette in gioco le sue competenze e la sua professionalità nella cura del malato di mente, sarà ulteriormente relegato in uno spazio di silenzio e di emarginazione mediatica. Campo aperto - come per altro c’è già ampiamente - sarà quello degli imbonitori della praticoneria e della suggestione, degli intrattenitori del divertimento psichico e del messianismo socioiatrico.
L’ennesimo intervento di certa psichiatria sulla (in)coscienza dell’opinione pubblica riconferma anche - se ce ne fosse stato bisogno - che per questi detentori della propaganda la psichiatria è la politica condotta con altri mezzi. Al di là dei festival, degli sceneggiati televisivi, dei pamphlet sul buonismo e delle denuncie sulle altrui cattiverie, la verità è che costoro usufruiscono con spregiudicatezza e cinismo della sofferenza delle persone per giocarsi a tutto campo un potere economico e politico incontrastato.
Questo Governo, per altro, continua nel ridicolo balletto dei progetti parlamentari e dei maquillage intellettuali, invece di affrontare in maniera strategica il problema della Legge 180 e degli apparati settari che la sostengono. La questione è politica, e in termini politici deve essere affrontata. Bisogna togliere la linfa economica a questi signori, costringerli al confronto scientifico e alle verifiche tecniche, far passare al setaccio della Corte dei Conti le spese che le Regioni sostengono per esilaranti iniziative. Ci sarà pure qualcuno che capirà che l’unico modo di demolire questo impianto velleitario e mistificatorio è di denunciare la nudità del Re!
Adriano Segatori



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