Rumori sportivamente scorretti

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Vuvuzelas

I Mondiali disturbati dal suono delle caratteristiche trombe. In altri Paesi sarebbero state vietate durante le partite

Il Presidente della Fifa difende le “vuvuzelas”: rappresentano l’Africa

Non sono particolarmente affezionato al gioco del calcio (preferisco gli sport individuali), però la Nazionale, specie durante i Mondiali, cerco di vederla e così mi è capitato di seguire Italia - Paraguay. Non entro nel merito delle scelte di Lippi e del modo in cui dispone la squadra in campo, per la semplice ragione che non ho gli strumenti per affrontare simili ragionamenti, quindi mi limito a una considerazione che, come spettatore, ho il diritto di fare.
Lascio perdere l’atteggiamento dei calciatori che basta vengano sfiorati e incominciano a ruzzolare come se fossero stati colpiti da un gancio destro di Tyson, lascio anche perdere le fastidiose espressioni gergali del telecronista che chiama «sfera» il pallone, «fascia» l’ala, «assistente dell’arbitro» il guardalinee, «tiro di prima intenzione» il tiro al volo (e la seconda e la terza intenzione sono contemplate?), «estremo difensore» il portiere, «passaggi continui della palla» traccheggio, «off side» il fuorigioco, «incornata» il colpo di testa, e via di seguito, ma non posso lasciar perdere quell’ininterrotto e forte rumore di sottofondo che ha accompagnato la telecronaca per tutti i novanta minuti: roba da far saltare i nervi anche al più calmo degli uomini!
Per verificare se era stato un caso relativo solo all’incontro Italia - Paraguay, ho seguito, almeno per un po’, anche altre partite, ma quel fracasso c’era ancora, esattamente uguale a prima. La colpa, ho scoperto successivamente, è di un lungo corno che si allarga alla fine: lo spettatore sudafricano ci soffia dentro e l’incubo ha inizio, perché mica si stancano ‘sti spettatori, no, vanno avanti fino alla fine, fino a quando lasciano lo stadio. Si chiamano vuvuzelas, queste trombette, il cui suono può arrivare fino a 127 decibel (solo 3 in meno del motore di un aeroplano), e ormai tutti gli amanti più o meno fedeli del football hanno appreso della loro esistenza. Le televisioni di mezzo mondo non sanno più a che santo rivolgersi per far sì che il frastuono spaccatimpani non entri nella case dei telespettatori, ma pare che soluzioni non ve ne siano, se non una, e cioè proibire ai sudafricani di portarle allo stadio. Alcune federazioni avevano pensato di percorrere questa strada e ne hanno parlato a Joseph Blatter, Presidente della Fifa, in ragione pure del fatto che in campo i giocatori faticano a sentire il fischio dell’arbitro o le parole del compagno di squadra, ma Blatter ha risposto, serafico: «Non prendo in considerazione un divieto delle tradizioni musicali dei tifosi nel loro Paese. Vorreste che venissero vietate le usanze dei fan del vostro Paese? Ho sempre detto che l’Africa ha un suono e un ritmo diversi».
Al politicamente corretto Blatter, forse, sfugge che se le tradizioni musicali dei supporter europei dovessero sfracellare gli zebedei agli spettatori, interverrebbe eccome, altro che rispetto per le tradizioni! La verità è che, da uomo navigato qual è, sa benissimo che dare anche lontanamente l’impressione di non apprezzare tutto ciò che viene dall’Africa e dagli africani neri, baccano compreso, lo esporrebbe a critiche violente, in quanto i cacciatori di razzisti sono sempre all’erta. Sostieni che sì, in effetti le vuvuzelas disturbano? Per i cacciatori di cui sopra il tuo retro pensiero è che vorresti eliminare, insieme alle vuvuzelas, gli uomini di colore. Il Presidente della Fifa questo lo sa e si comporta di conseguenza.
Non ci restano, quindi, che due alternative: o spegnere il televisore o togliere l’audio accontentandoci delle sole immagini. Tertium non datur.
Federico Midgar



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