Uno sporco affare
Tra le catastrofi che minacciano la Terra, al primo posto svetta l’emergenza dello smaltimento dei rifiuti
Mai come in quest’epoca di pessimismo globale l’immaginario filmico e romanzesco del genere apocalittico si sta sbizzarrendo nell’ipotizzare le peggiori catastrofi che potrebbero condurre presto all’estinzione della nostra specie. Sarà per l’esplosione seriale di bolle speculative, sarà per il rischio default di molti Paesi inclusi nell’area euro, sarà per le nefaste previsioni maya concernenti il fatidico 2012, fatto sta che sul nostro futuro si stanno addensando - almeno così pare - nere nubi temporalesche. C’è chi paventa l’effetto serra, c’è invece chi teme un avvenire compromesso da enormi necropoli tanto estese da soffocare le nostre città, c’è chi grida alla desertificazione, chi al flop demografico e c’è chi invece è spaventato dagli immensi cumuli di rifiuti non smaltiti che rischiano di rendere inabitabili vaste aree continentali. Vedi il simpatico lungometraggio animato della Pixar-Walt Disney “Wall-e”, diretto da Andrew Stanton. Non manca neppure l’ipocondriaco che ipotizza questi disastri all’unisono. La “tempesta perfetta”, insomma. Certo che la rumenta giornalmente prodotta in tutto il mondo dai Paesi sviluppati rappresenta un problema assai scottante.
Un cimento che fa tremare le vene ai polsi ai governanti di qualsiasi latitudine. In Giappone sono sorti degli isolotti artificiali costituiti da ciclopiche quantità di “monnezza” appositamente ammassata in zone favorevoli. Un espediente geniale per una nazione sovrappopolata e affamata di spazio. In America hanno pensato di sbarazzarsi del pattume spedendolo in orbita all’interno di speciali razzi-cassonetto, col rischio di trasformare il cosmo in una discarica. C’è chi progetta di stipare le scorie in enormi caverne sotterranee, chi propone di spedirle in Antartide o sull’Himalaya e chi intende precipitarle in fondo agli oceani.
Ma se trattata con lungimiranza, la spazzatura può diventare persino un asset assai remunerativo anche qui, sulla superficie abitabile del pianeta, tanto che nella nomenclatura adottata dagli specialisti in materia si parla già da tempo di “oro grigio”.
La sola Germania, per esempio, di questo singolare “elemento” lo scorso anno ne ha importato per oltre 7,6 milioni di tonnellate, e dal 1995 il fiume di schifezza che affluisce nel Paese centroeuropeo s’ingrossa annualmente a ritmo esponenziale. In 15 anni esso è lievitato addirittura del 2.615%. È ancora fresca nella memoria degli italiani, infatti, l’eco delle polemiche scoppiate un paio di anni fa nelle zone del Napoletano trasformate in un’enorme discarica a cielo aperto per l’inettitudine del tandem Jervolino-Bassolino a individuare nuovi siti di stoccaggio e dall’ostilità delle popolazioni locali a istituirne di altri. Mentre “Garbage City” languiva tra i miasmi, la panacea per liberare la città del Golfo dalla montagna di lordura sembrava insomma essere stata finalmente individuata nei “generosi” teutonici, disposti a importare, tramite ferrovia, grandi quantità di sozzura per ricavarne energia.
Per farla breve, c’è chi possiede l’oro - vedi la formidabile profluvie di bellezza che la natura ha profuso nella capitale partenopea - ma è incapace di sfruttarlo e c’è invece chi, come re Mida, riesce a trasformare in oro anche la melma. Il fatto è che il segreto per convertire la produzione dei rifiuti in risorsa sta in primo luogo nell’impegno profuso in materia tecnologica e di know how dalle amministrazioni locali. Vale a dire proprio il punto dolens nel quale s’era andata a incancrenire la questione napoletana in particolare e quella italiana in generale. Ma a giocare la parte del leone nella problematica “rubbish” sta anche il livello di coinvolgimento della cittadinanza nel comune sforzo di smaltire in modo differenziato e razionale l’immondizia selezionandola diligentemente fra solida, organica, plastica, carta, vetro, compost, per poi poterla adeguatamente trattare col minimo dispendio di energia (e quindi di costi). Buttando tutto alla rinfusa nel medesimo frullatore, infatti, è assai comodo, ma c’è una sola grande controindicazione, di rilevante importanza: la spesa.
L’immondizia gettata nel calderone collettivo, cioè, “pesa” moltissimo sulle finanze dei comuni, vale a dire nelle nostre tasche. Basta un dato per comprendere quanto possa incidere negativamente il “cassonetto universale” in termini economici. Se per acquistare un mattone nuovo si spende un euro, per smaltire quello stesso mattone, ove dovesse spezzarsi accidentalmente, si dovrebbe impiegare un euro e mezzo. Oltre agli effetti sull’ambiente, quindi, che pure sono importanti quanto a inquinamento dell’aria, della terra e della falda acquifera, la spinta “capitale” a badare assai più attentamente a quello che gettiamo nelle nostre pattumiere e a “come” ve lo gettiamo deve venire dalle istanze del portafogli. Una banale questione di “schei”, insomma. Che potremmo trovarci a versare subito per risparmiarne molti di più nel prossimo futuro. Già, perché alla fine l’intera filiera dei rifiuti si regge sui quattrini sborsati dai cittadini per selezionarla. Meno si seleziona e più si paga. Più si vaglia, più lo smaltimento diventa “scientifico”, e più si risparmia in tempo e in denaro. Insomma, come accade nei sistemi più complessi, è tutta la filiera che deve fare progressi, a partire dal sacchetto della spazzatura fino ad arrivare al cassonetto e poi alla discarica o al termovalorizzatori. Ufficialmente questo proficuo modo d’agire è stato ribattezzato con l’erudito eufemismo di “servizio d’igiene urbana”. Un lucroso affare da circa 4 miliardi l’anno che non conosce crisi. In media, infatti, la produzione di tossine urbane solide e liquide cresce a ritmi del 10% l’anno. Così è stato nei 12 anni che vanno dal 1995 al 2007. E anche quando l’economia segna il passo e le famiglie producono meno trash in quanto consumando di meno calano gli scarti, i ricavi delle società del settore registrano sempre continui incrementi, anche se lievi. Si tratta cioè di un trend assolutamente impermeabile ai colpi di testa della congiuntura.
In altre parole, i rifiuti non sanno cosa sia la crisi. E non la conoscono di conseguenza neppure le società che coi residui ci campano. Non è un caso se i benefit della Biancamano, la maggiore azienda privata italiana impegnata nel comparto, sede a Rozzano, con una quota pari al 10% del mercato nazionale, stanno crescendo al ritmo vertiginoso del 45% annuo. Roba da fare invidia alle tigri asiatiche. Insomma, “pecunia non olet”, come diceva qualche millennio fa l’imperatore Vespasiano quando ebbe la geniale, ma per i contemporanei strampalata idea, di tassare i liquami dei gabinetti pubblici.
E la spazzatura nel terzo millennio, come la pipì al tempo di Roma imperiale, è proprio un gran bell’affare che ha davanti a sé prospettive assai rosee, considerando i molti fattori che congiurano a tracciare una prognosi favorevolissima per l’industria. Tra queste, da un lato la spinta a una cernita sempre più capillare, dall’altro il gap che ancora ci separa dai Paesi leader nel settore. Basti pensare alla vicina Francia, dove il budget della gestione della “mondezza” registra un volume d’affari triplo rispetto all’Italia, con ricavi pari a 11 miliardi di euro l’anno. Ma c’è anche un’altra ragione che spinge gli operatori del settore a sorridere al futuro. A partire dal primo gennaio 2012, infatti, le concessioni per i servizi di nettezza urbana verranno attribuite attraverso gara pubblica. Per quella data quindi confluirà sul mercato anche la quota attualmente prerogativa delle società controllate o partecipate dagli enti locali. Una fetta di business che ora incide per il 30% sull’intero “pacchetto”, vale a dire un miliardo e 200 milioni di euro. C’è poi un altro elemento destinato a incrementare l’entità complessiva del potenziale bacino di pescaggio a disposizione delle società private addette allo smaltimento: entro il 2012 la differenziata dovrà ammontare almeno al 65% del totale a livello nazionale, mentre nell’anno in corso ci troviamo ancora abbondantemente al di sotto della soglia del 25%.
In altre parole, in meno di tre anni dovremo doppiare la percentuale del selezionato. Un obiettivo alquanto ambizioso, quindi, ma per Giovanni Battista Pizzimbone, Presidente e amministratore delegato della Biancamano, non c’è problema. Tanto per andare in controtendenza, infatti, alla faccia della congiuntura sfavorevole che opprime quasi tutti i comparti dell’economia, non ci troviamo ad annaspare per la mera sopravvivenza. Le aziende impegnate nello smaltimento a livello nazionale, come del resto l’intero aggregato, godono di una salute invidiabile, tanto da vantare già da oggi nel carnet ordini che equivalgono a più del 70% sul fatturato 2012. La cosa peggiore però è adagiarsi sugli allori. Non si trova certo la quadra mandando in giro per la città qualche mezzo in più a raccattare sacchetti e a svuotare bidoni. La qualità del servizio erogato in questo settore è giocoforza sotto gli occhi dell’intera cittadinanza. Basta un sassolino nell’ingranaggio e subito si formano mucchi di sacchetti maleodoranti sull’orlo dei marciapiedi. Uno spettacolo pietoso, che immediatamente balza agli occhi dei passanti, che ora sono messi in condizione di sorvegliare giudicare l’operato della ditta in tempo reale.
Come ha spiegato il responsabile del sistema informatico della Biancamano, infatti, per andare incontro all’utenza l’azienda si è dotata di un efficiente sistema informatico, un apparato tecnologico d’avanguardia capace di monitorare via satellite in tempo reale la posizione di ogni automezzo adibito alla raccolta, il percorso seguito, l’orario di percorrenza, i cassonetti svuotati. Informazioni che vengono registrate e depositate in un archivio che rimane accessibile a ciascun cliente attraverso una rete extranet che consente al singolo utente di consultare 24 ore al giorno tutte le informazioni sul servizio che riguarda il proprio quartiere. Un’autentica rivoluzione. È chiaro tuttavia che all’efficienza dell’apparato di raccolta deve corrispondere un altrettanto efficiente apparato di stoccaggio. E qui la parola deve passare a una lungimirante politica di mappatura del territorio onde individuare i siti adatti al deposito e al riciclaggio del materiale ivi convogliato. Un processo che deve vedere protagonista in primo luogo la politica. Una buona politica. A questo proposito, tanto per togliere la stura a qualunque equivoco, va sottolineato che l’ultima generazione di termovalorizzatori, alla faccia dei rivoltosi che qualche anno fa bloccavano ogni giorno i binari delle Fs per protestare contro l’inceneritore di Acerra, è in grado di distruggere qualsiasi sostanza, incluse le materie più nocive, senza provocare danni alla salute. Un’argomentazione di cui tenere conto anche quando, in un futuro più o meno prossimo, dovremo fare i conti con lo stoccaggio e il trattamento delle scorie nucleari. Un surplus di tecnologia, quindi che toglie molti alibi ai soliti mestatori nel torbido per i quali vale sempre la regola del tanto peggio tanto meglio e del rifiuto aprioristico.
Angelo Spaziano
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