Sburocratizzati

Categoria:
Burocrazia

La digitalizzazione, imperativo etico e dovere per lo sviluppo, garantisce anche un risparmio economico

Faldoni, archivi, fotocopie, veline. Dematerializzazione, digitalizzazione, gestione integrata. Se la nostra cultura e la nostra ricchezza consistono sempre più nella quantità e qualità delle informazioni di cui disponiamo, la creazione di una banca dati condivisa diventa un imperativo etico e un dovere per lo sviluppo.
Qualche dato, per capire le dimensioni del fenomeno. Secondo l’Osservatorio Ict del Politecnico di Milano, se i 2,3 miliardi di ordini e di pagamenti che ogni anno vengono emessi dalle imprese fossero gestiti online, il risparmio ammonterebbe a 60 miliardi di euro, pari ad una robusta manovra finanziaria. Ogni giorno negli uffici italiani vengono consumati circa 240 miliardi di fogli l’anno, con una ricaduta negativa non solo in termini di tempo, costi e ambientali. Tutte problematiche che potrebbero essere ovviate con l’introduzione del documento digitale nei processi amministrativi.
Un problema già sentito nel lontano 1934, ai tempi di Paul Otlet, che aveva immaginato una rete concettuale di “telescopi elettronici”, i quali avrebbero permesso di rintracciare e consultare ogni tipologia di documento, dal cartaceo alle immagini, fino all’audio-video. Un vero e proprio prototipo del web, anche se in formato analogico. Da allora sono stati fatti passi in avanti giganteschi, anche se non sufficienti, dal punto di vista tecnologico ma anche culturale. Dal 2005 è in vigore il “Codice dell’amministrazione digitale”, che nel quadro della progressiva migrazione delle procedure amministrative prevede un complesso sistema di governance per la gestione “intelligente” dei documenti, fatto di applicazioni come il protocollo informatico, la posta elettronica, la distribuzione online dei cedolini. Un cambiamento epocale. I dipendenti di una pubblica amministrazione un tempo vivevano di foglio paga cartaceo, protocolli con microfilm, archiviazioni e passaggi di scartoffie che erano uno degli escamotage più comodi per perdite di tempo e sprechi di spazio.
Il futuro passa però per almeno altri due passaggi: la firma digitale e la posta certificata (Pec), cioè l’introduzione di strumenti informatici di tutela della riservatezza, autenticazione, non ricusabilità e tracciabilità nel trasferimento dei documenti. Uno strumento che tagli fuori il “non ho visto l’e-mail” di oggi.
La firma elettronica è un sistema di chiavi crittografiche correlate che consente al titolare del documento informatico di rendere manifesta la sua provenienza e integrità. In passato subordinata alla validità triennale di uno specifico certificato, grazie ad un recente decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, dopo l’estate potrà mantenere la sua validità nel tempo. La posta elettronica certificata, invece, è un servizio di e-mail con il valore legale di una raccomandata con ricevuta di ritorno, a patto che sia scambiata fra due caselle Pec. Da qui la volontà del Ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, di far adottare ad ogni amministrazione un indirizzo mail certificato al quale i cittadini potranno rivolgersi. Un’altra rivoluzione, anche se priva di interoperabilità internazionale. Il Piano per “l’e-gov entro il 2012”, previsto da Brunetta, intende allineare l’Italia burocratica ai Paesi europei per l’uso delle tecnologie informatiche.
Tra l’altro uno studio dell’Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo di Torino (Ceris-Cnr), in collaborazione con l’istituto danese Dtwc, ha fornito dati quantitativi impressionanti sul consumo del materiale cartaceo nella pubblica amministrazione italiana. L’impiego di materiale cartaceo è pari a 1.2 milioni di tonnellate, per un totale di 240 miliardi di fogli l’anno, con un consumo per addetto di 80 kg. La follia di queste cifre è evidente, rispetto all’alternativa di una gestione basata sul sistematico utilizzo dei formati elettronici. Secondo le stime, il risparmio ottenuto dalle procedure digitali, nei soli settori soggetti a normativa, oscillerebbe tra le 168mila e le 259mila tonnellate, equivalente al 13-21% del consumo totale di carta. Un foglio su 5.
Lorenzo Stella



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