Cura di calcio contro l’Alzheimer
Uno studio americano ha rilevato che condividere i ricordi di partite o eventi sportivi favorisce la memoria
Attività fisica legata a una sana dieta mediterranea: così si ridurrebbe il rischio di contrarre, per uomini e donne, l’Alzheimer. É il risultato di uno studio che arriva da oltreoceano e che ha mosso più di una perplessità, insieme a grandi aspettative. A portarlo avanti è stato Nikos Sarmeas della Columbia University, il quale avrebbe condotto le sue analisi su un campione di 1880 anziani, con un’età media di 77 anni di una comunità multietnica newyorkese, attraverso le attività fisiche di queste persone e le loro abitudini alimentari. Il Journal of the American Medical Association ha poi pubblicato i risultati di Sarmeas, suscitando la sorpresa di molti. Dallo studio americano, di cui nei giorni scorsi si è parlato così tanto su stampa e siti web, sarebbe emerso che soggetti fisicamente attivi avevano un 33% di riduzione del rischio del morbo di Alzheimer, mentre coloro che avevano aderito ad un tipo di dieta mediterranea avevano ridotto il rischio del 40%. La progressiva associazione di una buona attività fisica e di una dieta mediterranea aveva ridotto del 60% il rischio di Alzheimer. Come spesso accade in circostanze come queste, la notizia ha provocato una certa eco e nuove, immediate scoperte. Non solo fare sport, in generale, ma c’è chi sostiene che sarebbe più specificatamente “parlare di calcio” e di sport, ad allontanare il morbo e la demenza senile. Ad essere ancor più preciso del predecessore Sarmeas, è lo studioso George Jaconelli, il quale gestisce un gruppo d’incontri settimanali dove persone affette da demenza o Alzheimer si ritrovano per ricordare eventi sportivi, in particolare di memorabili partite di calcio, del passato.
Persone che prima faticavano a esprimersi e che spesso tutto quello che riuscivano a dire era ciò che desideravano per cena o che andavano a dormire, sono tornati a prendere maggior possesso della capacità di conversare proprio dopo aver condiviso i propri ricordi sportivi con altri pazienti. Dopo la scoperta, a muoversi è stato un gruppo di ricercatori dell’Università Caledonian di Glasgow (Uk) che ha condotto un nuovo ed ulteriore studio per verificare quanto fosse fondata questa ipotesi. Secondo questi studiosi, la mancanza di stimoli sociali sarebbe molto nociva per le persone affette da questo tipo di malattie e le incoraggerebbe a ripiegare su loro stesse e a cadere in depressione, mentre fare reminiscenza comune o ricordare partite di calcio o momenti di sport insieme, sembrerebbe portare molti effetti benefici. Effetti che, nonostante fossero evidenti, duravano da poche ore a qualche giorno a seconda dei soggetti. Ovviamente, le notizie che rimbalzano circa questa nuova “scoperta” hanno più volte sottolineato il fatto che non si tratta di una vera e propria “cura” per la demenza, tuttavia di qualcosa di certamente positivo che si può offrire a tutte quelle persone, e sono tante. La professoressa Debbie Tolson ha specificato che oltre ad avere avuto effetti benefici evidenti ed immediati, il parlare di calcio e di sport avrebbe anche incoraggiato la gente a conversare e, in parte, a compensare il tono basso dell’umore, affrontando, attraverso questi confronti, alcuni dei sentimenti di frustrazione che spesso vive chi soffre di questi disturbi.
Sarà quindi la “passionaccia” che accomuna i tifosi o anche il semplice fatto di amare lo sport, fattostà che parlare di tutto questo farebbe bene a molti pazienti affetti da queste gravi malattie.
In Italia, ad oggi, la demenza senile è in continuo aumento. Secondo uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche pubblicato sul Journal of the American Geriatrics Society, ogni anno nel nostro Paese, si riscontrano 150mila nuovi casi di demenza tra la popolazione anziana, tra questi 80mila malati di Alzheimer e 40mila di demenza vascolare. Rispetto ai dati Censis del 1997 ora l’incidenza è dell’1,25%. Una cifra impressionante ricavata dallo studio del CNR relativo a un campione di 5600 anziani residenti in 8 centri distribuiti su tutto il Paese. Dare una scorsa a questi dati, significa purtroppo evidenziare un quadro preoccupante che incide pesantemente sul sistema sanitario nazionale e soprattutto sulle famiglie. L’Alzheimer e tutte le demenze in generale, sono patologie altamente invalidanti: quasi tutti i soggetti con demenza presentano disabilità nelle attività quotidiane, e in oltre il 60 % dei casi la disabilità è grave. Un quadro allarmante, in cui la notizia di questo studio, non va scambiata nè per una reale cura nè tantomeno per un analisi in grado di ridurre le cifre elevate di chi soffre di questi disturbi, ma semplicemente un effetto benefico che si è felici di aver scoperto. Anche perchè per la prima volta, è ora dimostrabile di come le persone possano alterare il loro grado di rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer, modificando, fin da età non sospette, il loro stile di vita attraverso la dieta e tanta, tanta attività fisica.
Francesca Galafassi
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