Basta, l’Occidente si muova contro l’eccidio di cristiani

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Nigeria, scontri

Nigeria: più di 500 persone massacrate a colpi di machete. È l’ultima di una catena di stragi pianificate

«Dio è grande»: è quanto i testimoni sono stati costretti ad ascoltare durante la mattanza dei cristiani in Nigeria. Il Dio invocato nella fattispecie è Allah. Il Paese africano è un mosaico di etnie la cui convivenza non è mai stata facile, ma negli ultimi tempi la contrapposizione interetnica si sta trasformando in guerra religiosa. All’indomani della strage, infatti, c’è chi parla apertamente di una Jihad lanciata dai musulmani contro la popolazione cristiana di Dogo Nahawa, il villaggio situato nei pressi di Jos, capitale dello Stato del Plateau che è la linea di confine tra il Nord musulmano e il Sud cristiano.
La Croce Rossa Internazionale ha parlato di situazione in miglioramento, ma non ancora rientrata.
Un appello alla convivenza pacifica è stato lanciato dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, mentre il Ministro Frattini ha ricordato che è soltanto l’ultimo elemento di prova, molto tragica, di come i diritti dei cristiani vadano tutelati quando sono minoranza. Questa, purtroppo, è la situazione in diversi Paesi non europei e anche le violenze in Iraq lo confermano.

Nigeria, fuoco alla miccia etnica

La già pesante situazione del Paese africano è aggravata dalla contrapposizione politica ai vertici dello Stato

Un clima sempre più incandescente di odio e tensioni, interetniche e interreligiose: questo è la desolante situazione in cui versa la Nigeria, il Paese africano più popoloso, con oltre 140 milioni di abitanti (suddivisi in 250 etnie), nonché la seconda economia del Continente Nero, dai ricchissimi giacimenti petroliferi. Dallo scorso 9 febbraio, giorno in cui il Vicepresidente (cristiano) Goodluck Jonathan è salito al potere, prendendo il posto del Presidente (musulmano) Umaru Musa Yar’Adua (recatosi in Arabia Saudita per curare problemi cardiaci, attorno ai quali si è instaurato un fitto mistero), si è verificata un’escalation di violenze, esacerbate ulteriormente dal ritorno, alla fine dello stesso mese di febbraio, di Yar’Adua. Evento che ha posto il difficile quesito su chi dei due debba guidare la Nigeria fino alle elezioni, previste per l’inizio del 2011, avendo Jonathan subito dichiarato di non voler rinunciare alla carica.
Intanto, però, nel Paese continuano i massacri: l’ultimo in ordine cronologico è avvenuto domenica scorsa quando bande di nomadi, appartenenti alle tribù musulmane degli hausa e dei fulani, hanno portato l’orrore nei villaggi di Zot e Dogo Na-Hawa, alle porte della città di Jos, nell’altipiano centrale, entrambi abitati dalla tribù cristiana dei Berom.
Il tragico bilancio sarebbe di 500 vittime, molte delle quali donne e bambini, massacrate a colpi di machete, dopo essere state costrette a uscire in strada, in piena notte, a colpi di arma da fuoco, e di varie abitazioni e centri commerciali rasi al suolo. Secondo le autorità regionali, le cui forze dell’ordine erano state messe in stato di massima allerta dal Presidente Jonathan, l’attacco potrebbe avere ragioni ritorsive per i tragici episodi dello scorso gennaio, quando erano state tribù cristiane a sferrare violentissimi attacchi contro i villaggi abitati da etnie musulmane, in una dinamica oramai tragicamente vicina ad assurgere a guerra civile. La zona di Jos, poi, città situata al centro del Paese (una sorta di “terra di nessuno” fra il Nord musulmano e il Sud cristiano), è tristemente nota per essere spesso stata teatro di tragici episodi. Oltre a quello già citato del gennaio scorso (dalla durata di tre giorni, con quasi 500 vittime e più di 4mila feriti), nel novembre 2008 una strage causò la morte di più di 700 persone, mentre in un’altra del 2001, i caduti furono più di mille.
I dati di una simile carneficina non possono che richiamare alla mente cupi scenari di pulizia etnica, e guerra di religione: quest’ultima ipotesi, tuttavia, è stata energicamente esclusa dall’Arcivescovo di Abuja (la principale città dell’altipiano centrale), mons. John Olorunfemi Onaiyekan, il quale, dopo aver sottolineato «la debolezza di un Governo che, pur volendolo, non è in grado di garantire la sicurezza di tutti i cittadini», ha voluto altresì evidenziare come i massacri non abbiano radici religiose, bensì nascano da aspetti molto più radicati nella vita quotidiana del Paese. Ragioni quindi sociali, economiche, culturali e soprattutto, ovviamente, tribali. L’ultimo massacro, compiuto dai nomadi fulani contro gli agricoltori dell’etnia Berom, andrebbe quindi ricondotto alla secolare contrapposizione fra pastori e coltivatori, che in passato ha tantissime volte funto da scintilla origine per veri e propri massacri, e non a contrasti religiosi.
Tuttavia, se i contrasti intertribali sono indubbiamente endemici, all’interno di un Paese multietnico come la Nigeria, va sottolineato anche come, negli ultimi anni, questi scontri abbiano assunto sempre più connotazioni marcatamente religiose, che (come spesso accaduto nel corso della storia, e non solo in Africa) si presentano con due caratteristiche fondamentali: il prolungamento dei tempi di conflitto, e l’inasprirsi dello stesso. Se le differenze di religione di certo non spiegano in toto i conflitti interetnici nigeriani, purtroppo, però, li rendono più lunghi e cruenti.
Alberico Travierso



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