Quei saldi cliché di un realismo esasperato

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Alberto Sordi  ritratto nella locandina  del film  “Un americano  a Roma”

La finzione cinematografica è il fulcro di una propensione mitizzante all’interno della società consumistica

Di recente è apparsa una copia restaurata del notissimo film avente come protagonista Alberto Sordi, “Un americano a Roma”, divertente quanto iperbolica parodia di un certo filoamericanismo sviluppatosi in Italia nel periodo postbellico. Ovviamente l’esasperazione sordiana nasce da un pregiudizio, che tuttavia non è del tutto campato in aria. Del resto il pregiudizio non è necessariamente qualcosa di negativo, ma costituisce la base sulla quale si formano i successivi giudizi, o anche la prospettiva dalla quale viene osservata la realtà. In altri termini per pregiudizio intendiamo uno schema mentale derivato in gran parte dall’educazione, dalle precedenti esperienze, oltre che da una conformazione mentale originaria del soggetto.
In tal senso il pregiudizio va analizzato e compreso, allo scopo di intendere i successivi giudizi che vengono espressi.
Il romano americanizzato nutre appunto un forte pregiudizio nei confronti del popolo americano, che ha una sua precisa origine, una sua “genealogia”, la cui comprensione rivela molto del carattere di quella cultura, oltre che della nostra, così ben rappresentata dal personaggio travestito da ipotetico poliziotto originario di Kansas City, città mitizzata dalla filmografia western. Da dove ha preso il nostro romano d’America, i relativi palafreni, l’accento, la gestualità, se non da una filmografia (non esclusivamente western), ampiamente diffusa, nella quale gli spettatori di varia dislocazione geografica hanno creduto di cogliere i dati significativi della cultura americana?
Ricordiamo un altro singolare episodio del quale Sordi è protagonista: quello drammatico in cui, preso dai militari americani nella fase terminale della Guerra, rischia la condanna a morte. Tradotto dinanzi all’ufficiale superiore, eccolo, da buon americano, accomodarsi, accavallare le gambe e prendere un sigaro che nessuno gli ha offerto, accompagnando il suo gesto sconsiderato con una calzante considerazione che suona pressoché così: «Faccio come gli Americani, si accomodano e prendono il sigaro!». È vero, fanno così, però nei film, in quella incessante propaganda che disegna un’America fraterna, confidenziale, spigliata, simpatica, generosa, spontanea, ludica, dagli uffici in cui ci si scambiano continuamente tazze di caffé fumante e battute dalle sfumature erotiche, magari accompagnate da complimenti tattili rivolti alle forme di immancabili segretarie dall’aspetto seducente e dai modi spigliati.
Questo è il quadro costante, non assoluto ma preminente, distribuito allora come adesso, al quale l’onesto Albertone prestava umilmente fede, orientando su questo il suo comportamento e il suo stile. Lui, che ambiva ad essere autenticamente americano e che con estrema coerenza logica si adeguava a quei modelli che gli venivano mostrati, si comportava in fondo con assoluta coerenza, tanto che il suo eccessivo realismo assumeva una carattere caricaturale.
È vero che da una parte opera il provincialismo dell’italiano autoemarginato da una convinta povertà e dalla volontà d’espiazione dello sconfitto, ma è anche dato reale che di contro operava con grande enfasi la magniloquenza americana, finalizzata a mostrare quella società come una struttura ideale, il Paese come terra di Cuccagna. Dove la sola occupazione comune consiste nel divertirsi, ossia in un ludico procurato essenzialmente dalla fruibilità di beni superflui, dei quali chewing-gum e cioccolate varie costituivano le teste di ponte da sbattere in faccia a chi confondendo miseria e nobiltà, andava in estasi quando, oltre alla pasta asciutta gli veniva prospettata la possibilità del gelato. Ci riferiamo con ciò al noto testo teatrale e filmico con quella scena esilarante ma non assurda, in cui, dinanzi a un grosso vassoio riempito di spaghetti, la misera compagnia dei finti nobili, oltre a riempirsene la bocca se ne riempie le tasche e appunto va pressoché in estati dinanzi alla possibilità di vedersi servito del gelato. Bene allora quasi di lusso, mentre loro, gli Americani, ne consumavano a cestelli davanti a un televisore dai nitidi colori (da noi era ancora in bianco e nero), pur se si trattava di gente dichiarata povera.
E lo erano davvero, ma lo erano all’interno d’una società consumistica nella quale si poteva essere privi, se poveri, di generi che per noi erano di “terza” necessità, se non addirittura superflui. E accanto al consumismo si diffondeva in quel mondo l’azione dirompente della pubblicità, che traduceva ogni dato nei suoi termini e nei suoi modi espressivi. Ecco allora che ogni forma di comunicazione assumeva carattere pubblicitario: l’intero paesaggio urbano nella sua autorappresentazione assumeva il carattere di manifesto: la grandiosità dei suoi edifici testimoniava e imponeva al mondo la forza del sistema americano.
Diciamo allora che se il paesaggio americano aveva in sé una propensione scenica (base della propaganda sta nell’offrire immagini impattanti), il cinema diveniva conseguentemente il fulcro di questa propensione mitizzante. Da ciò il suo singolare realismo colorato, grazie al quale ci si picchia con allegria, tanto poi bastano pochi tocchi per cancellare i segni delle percosse subite, e nel quale esistono i pugni che non fanno male ma, quali potentissimi sonniferi, si limitano a far dormire chi è colpito, che può essere risvegliato dallo stato comatoso con un semplice secchio d’acqua gelata. Va pur bene il realismo, ma mai a scapito di quell’ideale immagine di ottimismo, frutto oggi solo parzialmente consapevole, di quella penetrazione culturale che nell’accompagnare l’espansionismo politico, intendeva impossessarsi delle menti e dei cuori, mostrando la desiderabilità dell’American way of life. In maniera a volte tanto esasperata da poter dire: se volete osservare l’opposto di quel che sono la vita e la mentalità negli Stati Uniti, andate al cinema. Dove la socialità, la rilassatezza regnante nell’ambito lavorativo è reale controparte d’una realtà in cui vigono la competizione, l’impegno totale, il timore e il sospetto, collegati ad una generale distanza dagli altri colmata da educatissimi cerimoniali di saluto.
Una volta un africano mi fece notare la confidenzialità corporea vigente in vari Paesi di quel continente, di contro al timore nordamericano di toccarsi, ossia di invadere il corpo altrui, quale espressione fondamentale della proprietà nella sua puntigliosa inviolabilità. Eppure, dice il fiducioso e ingenuo Albertone: «Non si danno gli Americani subito una pacca sulle spalle appena si incontrano come se fossero vecchi amici?». La risposta è no, anzi, loro badano bene dal toccarsi, soprattutto se il gesto d’amicizia, ove frainteso, potrebbe condurre a pene carcerarie o pecuniarie; ma come poteva saperlo lui, il povero cow-boy del “burone della Maranella”, nella sua purezza di prodotto voluto dai soli vincitori della Guerra che volevano con la loro cultura, conquistasse il mondo?
Luciano Arcella



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