Corsa alle riforme in pieno affanno
Atene e Madrid sono alla ricerca della formula magica per accontentare i cittadini, l’Europa e i mercati
Nei giorni scorsi è stato approvato dal Governo greco il piano anti-crisi che dovrebbe servire a raccogliere 4,8 miliardi di euro (il 2% del PIL) per ridurre il deficit (primariamente: il debito pubblico) e ottenere l’aiuto dell’UE; l’alternativa sarebbe ottenere un aiuto dal Fondo Monetario Internazionale. Si tratta di una situazione classica delle global governance: all’origine extra-nazionale delle crisi non si può rispondere che con un’azione sussidiaria da parte degli Stati in vista del conseguimento di obiettivi che le organizzazioni sovranazionali da essi stessi create hanno fissato anche con il loro consenso.
Il risvolto sociale della crisi è consono alle passate crisi delle economie a libero mercato: la pressione economica si sta per scaricare sulle fasce più deboli della società greca. Il piano anti-crisi del Governo, infatti, prevede tagli alla quattordicesima e alla tredicesima mensilità (costruite, come si sa, con trattenute distese lungo tutto il corso dell’anno solare), correlativa riduzione delle indennità salariali, congelamento delle pensioni, innalzamento dell’età pensionabile da 65 a 67 anni, aumento dell’Imposta sul Valore Aggiunto dal 19% a21%, eliminazione dei bonus ai manager pubblici, aumento di imposte su alcoolici, sigarette, benzina, gasolio e generi di lusso. Da un punto di vista ‘tecnico’ la crisi ha creato le premesse per attuare quelle ‘riforme’ di cui da anni si va parlando (e non soltanto in Grecia). Della gravità della crisi è un segno anche l’avvicinamento di maggioranza e opposizione stimolato soprattutto dall’esigenza che il Paese risponda come Paese alle indicazioni provenienti dalle organizzazioni sovranazionali.
L’“Euro-zona”, attraverso il presidente dell’“euro-gruppo” Juncker, ha dichiarato di essere pronta a iniziare un’azione coordinata per difendere la stabilità della zona euro e a sostenere la Grecia (che ha raccolto, per le misure adottate, anche il plauso della Germania).
Naturalmente la società civile è in fermento: da due giorni i camionisti bloccano i porti greci per ottenere dal Governo una politica efficace contro l’immigrazione illegale e la circolazione di merci contraffatte; scioperi di medici, insegnanti, portuali e contadini hanno, del resto caratterizzato gli ultimi mesi. Il rischio che la solidarietà sociale si incrini è molto alto. Non facile il compito dell’esecutivo greco: mediare fra chi è colpito direttamente dalla crisi, chiedendo aiuto all’opposizione, e le esigenze di stabilità della zona euro sotto la supervisione del Fondo Monetario Internazionale.
Analoga la situazione spagnola. Nei primi mesi del 2010 207 mila lavoratori hanno perso il lavoro aggiungendosi agli oltre 4 milioni di disoccupati; il PIL si è ridotto del 3,9%, il debito estero ha superato il 10%. Il sistema del credito è a rischio. Il Ministro dell’Economia, Elena Salgano, avrebbe individuato 99 miliardi di euro da utilizzare per la ristrutturazione del sistema bancario e per attuare un piano anti-disoccupazione puntato su edilizia (curioso: è proprio dalla speculazione immobiliare che è venuta la bolla speculativa) e aiuti alle pmi; obiettivo: recuperare almeno 350 mila posti di lavoro. C’è bisogno di sottolineare la necessità oggettiva di un’azione sussidiaria da parte di Grecia e Spagna nel quadro delle istituzioni sovranazionali dell’Ue, posto che si voglia mantenere il modello di sviluppo del capitalismo ‘controllato’ introdotto in Europa già dai tempi del “piano Marshall”?
Francesco Ingravalle
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