Solito, ingiustificato ottimismo

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Muro di Gerusalemme

George Mitchell a Gerusalemme. Dalla prossima settimana i “colloqui indiretti” con il Vice di Obama, Joe Biden

La Lega Araba propone una mediazione tra israeliani e palestinesi

La settimana prossima, a sorpresa, dovrebbero incominciare nuovi colloqui indiretti per riaprire le trattative sulla questione palestinese. L’invasione di Gaza sembrava aver reso impossibile per un bel numero di anni l’ipotesi di un nuovo negoziato. La nuova iniziativa si è sviluppata rapidamente: i Ministri degli Esteri dei Paesi della Lega Araba, riuniti mercoledì scorso al Cairo, dopo avere esaminato una proposta statunitense, hanno deciso di fare da intermediari fra palestinesi e israeliani nella speranza che, in seguito, i capi dei due popoli accettino di confrontarsi direttamente, cosa che al momento non è possibile per la grande distanza tra le parti. Un elogio convinto alla scelta della Lega è immediatamente giunto dalla Segretaria di Stato americana, Hillary Clinton, e anche la Farnesina, per quel che vale, ha espresso la propria soddisfazione.
Già sabato notte, arriverà a Gerusalemme George Mitchell, l’inviato speciale USA per il Medio Oriente, che sarà raggiunto due giorni dopo dal Vicepresidente Joe Biden. Sembrano avere una gran fretta tanto gli statunitensi come gli arabi, ma è difficile capire se si tratta di un segnale incoraggiante. Che a muoversi sia stata un’organizzazione di 22 Paesi come la Lega Araba - con il suo grande prestigio formale non sorretto, comunque, da una pari forza politica - appare positivo. Non è che questa organizzazione nella sua lunga storia - è nata nel 1945 - abbia mai ottenuto grandi risultati politici, avendo attraversato le stagioni dell’entusiasmo panarabista osteggiato dalle gelosie dei singoli Stati, senza mai avvicinarsi all’obiettivo di divenire qualcosa di simile all’Unione Europea. Anche se va detto che l’Opec è stato concepita all’interno della Lega Araba.
Non è la prima volta che la Lega Araba si fa promotrice di iniziative legate al conflitto in Terra Santa. Nel Summit annuale del 2002, l’Arabia Saudita convinse l’assemblea ad adottare “L’iniziativa araba di Pace” che proponeva la normalizzazione dei rapporti di tutti i Paesi della Lega con Israele, in cambio del ritiro dalle alture del Golan e del riconoscimento israeliano di uno Stato palestinese a Gaza e in Cisgiordania, con capitale Gerusalemme Est. Lo Stato ebraico, in un colpo solo, avrebbe allacciato rapporti diplomatici con tutte le nazioni arabe, ponendo fine alla sua condizione di corpo estraneo nella regione in cui continua tuttora a trovarsi. Come al solito, i dirigenti israeliani manifestarono “interesse” per poi lasciare cadere l’iniziativa ai primi ostacoli da affrontare, anche se l’offerta della Lega fu poi ribadita nel Summit di Riad del 2007.
Non sappiamo se e quali elementi innovativi ci siano adesso nelle nuove proposte di statunitensi e arabi, ma siamo consapevoli che questa è una fase in cui le speranze di un accordo sono ridotte al lumicino. Da una parte, c’è l’intransigenza di Netanyahu che continua ad ampliare le colonie illegali in Cisgiordania, rimanendo fedele a quanto aveva scritto in un libro del 1993. La sua tesi di allora, coerente con l’odierna azione di governo, era che si potesse abbandonare Gaza, ma nella grande Israele tra il Mediterraneo e il Giordano vi fosse spazio solo per la sovranità dello Stato ebraico. I palestinesi se ne sarebbero potuti andare a vivere in Giordania. Il campo palestinese, invece, è diviso dopo lo scontro civile avvenuto a Gaza nel 2007. Hamas è infiacchita dall’aggressione israeliana che ha lasciato la Striscia in condizioni di disperata miseria. Il mandato delle istituzioni dell’Autorità Nazionale Palestinese (la presidenza e il Parlamento) è scaduto senza che sia stato possibile celebrare nuove elezioni ed esse sopravvivono stancamente, avendo ormai perso gran parte della loro legittimità.
In questi ultimi anni, è apparso ancora più chiaro che Israele si oppone alla nascita di un vero Stato palestinese, nella speranza che la popolazione araba si accontenti di una sovranità formale su alcune strisce di territorio non comunicanti e totalmente subordinate allo Stato ebraico. La “nuova idea” sarebbe quella di favorire uno sviluppo economico della Cisgiordania che levasse dalla mente dei palestinesi le velleità di indipendenza politica. Si sottolinea, dunque, l’“eccezionale” crescita del 5,5 per cento nel 2009 per prospettare un futuro da moderni perieci a quei palestinesi che sono abituati a essere considerati, in Israele, degli iloti. L’“arricchimento” è un falso propagandistico. Ne gode parzialmente solo la classe dirigente del sempre corrotto Fatah; non si considera poi la misera base di partenza dalla quale parte la crescita né che tutte le attività dipendono, in assenza di un autonomo territorio coeso, dalle infrastrutture e dal mercato israeliani. La favola, però, gira e, incredibilmente, su una nota rivista italiana, abbiamo potuto vedere un servizio fotografico sulla bella vita degli yuppies palestinesi…
Che Israele non intenda rinunciare davvero alla Cisgiordania lo dimostra la continua crescita degli insediamenti dopo gli accordi di Oslo del 1993, alla cui base c’era il divieto di inviare nuovi coloni, per poi risolvere le varie questioni in tappe successive. Secondo i dati di B’Tselem, un’organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani, dai 112mila coloni del 1991 si è passati ai 139.974 del 1996, arrivando ai 247.514 del 2005 e, infine, ai 285.800 del 2008, con un aumento del 15 per cento rispetto a tre anni prima. è difficile giudicare questa come la politica di un Paese che si appresta ad abbandonare territori occupati illegalmente, non appena abbia trovato un interlocutore “credibile”. La realtà è che l’ormai massiccia e sempre crescente presenza di coloni, insieme all’infinita serie di posti di blocco, di strade interrotte e all’incombente mole del Muro inibiscono anche la sola ipotesi di un vero Stato palestinese.
Dal momento che gli israeliani non vogliono smantellare i propri insediamenti, ci si chiede quale tipo di proposta i nuovi mediatori potrebbero ora mettere in campo per sbloccare la situazione. Se si riprendesse il faticoso mercanteggiamento su ogni singolo villaggio, si darebbe agio a Netanyahu e ai suoi collaboratori di esibirsi nel loro gioco prediletto: concedere qualcosina qui per rivendicare compensazioni altrove, frenare su ipotesi di accordo complessivo per portare allo stallo la trattativa dopo infinite discussioni. C’è un solo modo chiaro per cambiare le cose. Bisogna imporre agli israeliani di accettare, nei Territori, la legalità internazionale come premessa del negoziato, per poi stabilire quelle piccole modifiche che possano risultare utili a entrambe le parti in causa.
Questo risultato lo potrebbero raggiungere solo gli Stati Uniti se mettessero in atto delle efficaci pressioni, poiché Israele dipende fortemente, non solo sul piano militare, dagli aiuti di Washington. La possibilità che Obama, il quale finora ha brillato solo per la sua assenza rispetto alla questione palestinese, si spinga a questo passo, non verrebbe nemmeno quotata da un allibratore nel pieno delle sue facoltà mentali.
Roberto Zavaglia



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