Parole in una macchina da presa
Scrittori e pellicole: riscontri positivi, ma c’è chi vede nel “matrimonio” una volgare contaminazione
Dalla scrivania alla macchina da presa: la ricetta sembra non tramontare mai. Lo scrittore e saggista inglese Nick Hornby è in questo senso solo l’ultimo in ordine di tempo ad aver concentrato su di sé l’attenzione del pubblico: con “An Education”, lavoro che gli è valso una meritata nomination all’ Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, ha dimostrato quanto gli scrittori moderni abbiano le giuste caratteristiche per entrare nel mondo della scrittura cinematografica, sia per adattare la trasposizione di un libro che per l’ideazione di un soggetto originale. Lo stesso Hornby non è nuovo a simili performance, dal momento che alla sua penna di scrittore e sceneggiatore dobbiamo anche l’unico film che è riuscito ad accostarsi al calcio senza diventare ridicolo: si tratta di “Febbre a 90°”, tratto dal suo omonimo libro, che anche grazie alla bravura di Colin Firth è diventato una pellicola di culto per gli amanti del genere. Sperimentato il successo, Hornby decise di ripetersi con “Alta Fedeltà” e “About a Boy”, entrambi tratti da suoi romanzi. è dunque proprio con “An Education” che lo scrittore britannico diventa sceneggiatore tout court, essendosi cimentato con scritti non provenienti dalla sua penna.
L’antesignano del genere? Senza dubbio il più famoso è Mario Puzo. Partecipando attivamente alla sceneggiatura della saga de Il Padrino lo scrittore italoamericano è riuscito a raggiungere più successo di quanto avesse mai immaginato, oltre a ben due Oscar: è stato forse grazie a questa straordinaria esperienza di collaborazione che il cinema ha definitivamente compreso quanto fosse importante avvalersi dell’aiuto di chi è abituato a scrivere emozioni e non a farle vedere.
Dello stesso periodo di Puzo ricordiamo anche “Il Laureato”, tratto dal libro di Charles Webb e sceneggiato per il cinema da Calder Willingham, scrittore americano a dire il vero dimostratosi molto poco prolifico.
In sostanza, uno scrittore che si trova a scrivere sceneggiature, specie se tratte da libri propri, è forse quanto di meglio si potrebbe chiedere: la capacità di offrire al pubblico un’opera che presenti al suo interno anche le migliori chiavi di comprensione possibili, può essere posseduta solo da chi, come lo scrittore, avendo “digerito” a fondo la storia riesce anche a metterne in risalto particolari altrimenti tralasciati.
Dello stesso prolifico filone, inoltre, fa parte Stephen King, talmente coinvolto nel processo appena descritto da aver spesso sfiorato la sovraesposizione con film, cortometraggi, miniserie e simili. E non è tutto: essendosi offeso per la sua mancata partecipazione nella stesura di “Shining”, nel 1997, in preda ad evidenti deliri, arriva perfino a costruire per lo schermo la sua personale trasposizione del romanzo, che però si rivelerà un vero flop (come dire: va bene scrivere le sceneggiature, ma cast, regia e budget non fanno solo da contorno).
Meno prolifico di King ma in un certo senso più profondo è Paul Auster, romanziere e poeta di fama mondiale, amante dell’assurdo e del trascendente, che negli Anni ’90 ha sceneggiato i film (drammaticamente sottovalutati in Italia) “Smoke e Blue in the Face”, tratti dal suo I racconti di Natale di Auggie Wren, oltre a “La Musica del Caso” e “Lulu on The Bridge”. Attendiamo fiduciosi una sua rivalutazione.
I positivi riscontri del rapporto tra scrittori e cinema non hanno tuttavia fugato le critiche ed i dubbi mossi dai tradizionali artisti della penna, che spesso declassano questo matrimonio a volgare contaminazione del fatato mondo dell’inchiostro.
Una sorta di difesa ad oltranza leggermente ottusa, che però oggi sembra abbia perso uno dei suoi esponenti di spicco: Paulo Coelho, infatti, ha da poco dichiarato di aver superato la sua ritrosia nei confronti del cinema, cosa che lo porterà nei prossimi mesi a dedicarsi alla stesura cinematografica del suo capolavoro: L’Alchimista.
Davide Baldassarra
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