Elezioni: dagli amici mi guardi Iddio...

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Roberto Formigoni

Le valutazioni della situazione politica che sento fare durante le chiacchiere o gli scambi di e-mail tra amici non differiscono sostanzialmente dalle più raffinate analisi politologiche, per esempio l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia su “Il fantasma di un partito”: pubblicato, desaparecido e poi ricomparso sul Corsera. In tutti prevale lo sconcerto per una situazione incomprensibile, almeno dal punto di vista razionale (o della ragionevolezza, diciamo meglio), e per interpretarla si avanzano spiegazioni che vanno dalla psicologia personale al complottismo politico.
Diciamo intanto che quanto sta accadendo in questi giorni - gli errori marchiani commessi nella presentazione delle liste, la benzina gettata sul fuoco da Gianfranco Fini con il suo ormai aperto disconoscimento del Pdl, l’ambiguità della Lega oscillante tra accreditamento come unica alleata affidabile di Berlusconi e congenita tendenza sfascista - configura l’esasperazione esponenziale di una criticità che però le elezioni hanno sempre portato con sé. In campagna elettorale gli alleati diventano inevitabilmente avversari, più degli avversari stessi, poiché vanno a pescare in un bacino comune o almeno limitrofo di voti.
Ricordo, in un dibattito di una decina d’anni fa almeno, di avere scatenato l’ilarità degli astanti e l’ira del diretto interessato, quando ho chiesto a un politico sconfitto se fosse stato per lui più duro battersi contro il rivale di collegio o contro gli amici del partito. Solo che allora si battagliava per un posto, ma nella coscienza del destino comune, mentre oggi sembra prevalere il “tantopeggismo” (laddove il caos sia scientemente voluto) o quanto meno una sciagurata sottovalutazione delle conseguenze che avrà sugli elettori la pessima immagine del centrodestra.
Bisogna considerare infatti che, per la caratterialità degli italiani, il pasticcio rissoso di questi giorni è persino più deleterio delle bufere attraversate nelle settimane e nei mesi scorsi. Un Premier donnaiolo e a tratti un po’ cialtrone può essere compreso e addirittura invidiato o considerato con simpatia. Un politico sospettato di ladrocinio, perpetrato mediante uno dei reati relativi all’interesse privato in atti d’ufficio, è considerato riprovevole, ma con l’attenuante di fondo che, nella stessa posizione, quasi tutti avremmo fatto più o meno lo stesso. E comunque gli elettori più sensibili alle questioni morali (o moralistiche) avevano già tolto il loro consenso al Cavaliere, supposto che glielo avessero mai offerto.
Ora, però, la coalizione di centrodestra si presenta come un’accozzaglia rissosa e incapace, minando così anche la caratteristica basilare del suo leader, cioè la capacità di gestire la politica come un’azienda, con piglio padronale, assumendosene la responsabilità in prima persona e garantendo con la propria efficienza i risultati del gruppo. Tale peculiarità berlusconiana è ovviamente reversibile, ma anche in questo caso vale la considerazione che chi non la gradisce ha già abbandonato il Pdl. Discutere delle possibili motivazioni di quanto sta accadendo è purtroppo in gran parte ozioso, perché la frittata è ormai fatta. Che i responsabili della presentazione delle liste siano dei pecioni o le pedine di un complotto, che Fini punti all’appoggio del centrosinistra per salire al Quirinale o che non si renda conto di ciò che fa, che di Bossi ci si possa fidare o meno sono questioni che al massimo riguardano il futuro meno prossimo. Quello immediato, cioè l’esito delle Regionali, è ormai compromesso irrimediabilmente, in una misura che potremo valutare solo dopo la chiusura delle urne.
Al solito, l’unica consolazione arriva dagli avversari “strictu senso”: i dirimpettai del centrosinistra, per capirci. Anche qui le rogne non mancano e il Pd non si presenta certo al voto in forma smagliante, ma questa volta la gara al ribasso non premierà l’attuale Maggioranza governativa, bensì, forse, le ali estreme dei due schieramenti e l’astensione.
Un’ultima annotazione per Emma Bonino che davanti alla querelle formalistica della presentazione delle liste ha spudoratamente annunciato di non offrire alcuna solidarietà alla sua avversaria Renata Polverini, ancorché come radicale si sia sempre battuta per la difesa della democrazia sostanziale contro l’ottusità delle regole e dei burocrati. Chi se ne meraviglia, poiché contava sul fair play, semplicemente non conosceva né i Radicali né la Bonino.
Battista Falconi



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